14 ottobre 2007
AMBIENTE:INFRAZIONE UE;PECORARO, NECESSARI I PIANI REGIONALI
20/10/07 18:19
(ANSA) - ROMA - ''Condividiamo la forte
preoccupazione espressa oggi dalla Commissione
europea che ha aperto una procedura d'infrazione
nei confronti del nostro paese per non aver
rispettato le norme comunitarie sulla qualita'
dell'aria''. Lo ha dichiarato il ministro
dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio,
commentando la decisione assunta oggi a Bruxelles
che ha messo nel mirino i superamenti delle
concentrazioni orarie di biossido di zolfo nel
2005. ''Questa infrazione - ha aggiunto Pecoraro
- conferma la nostra richiesta alle regioni
affinche' velocemente elaborino i piani regionali
di qualita' dell'aria che, appunto, debbono tener
conto tutte le fonti di emissioni sul territorio
e le misure per raggiungere gli obiettivi fissati
a livello europeo per abbatterli''. ''Oggi - ha
concluso il ministro - sono ancora troppo poche
le regioni italiane che hanno redatto i piani. E
questi sono gli strumenti necessari per
migliorare la qualita' dell'aria e difendere la
salute dei cittadini evitando pericolose
esposizioni a inquinanti. Inoltre, ci
eviterebbero onerose condanne in sede di Corte di
Giustizia europea per violazioni di obblighi
comunitari''. (ANSA). COM-GU
RIFIUTI: MATERA; IN DISTRIBUZIONE 90 CASSONETTI DOMESTICI
20/10/07 18:18
(ANSA) - MATERA - Saranno consegnati la prossima
settimana a Matera 90 ''composter'' domestici per
la raccolta differenziata di rifiuti. Lo ha reso
noto l'ufficio stampa del Comune in un comunicato
nel quale e' spiegato che ''i composter sono
stati assegnati dall'Autorita' d'ambito ottimale
per i rifiuti di Matera, nell'ambito di un
programma per l'autocompostaggio, che
raggiungera' 1.500 famiglie nel territorio
provinciale''. Il kit e' formato da un composter
da 310 litri, comprensivo di piccoli contenitori
per la raccolta domestica dei rifiuti organici,
arieggiatori e rivoltatori, acceleratore
biologico, manuale d'uso e manutenzione. Settanta
dei 90 composter saranno concessi ai residenti
delle zone rurali dei Comuni della Provincia di
Matera, che abbiano a disposizione un orto o un
ampio giardino atto alla pratica
dell'autocompostaggio, ai ristoranti e alle sale
ricevimento, mentre i restanti 20 verranno
assegnati alle scuole. Il servizio consentira'
una riduzione dei rifiuti organici in discarica e
dei costi di trasporto e smaltimento, oltre alla
possibilita' di utilizzare il prodotto in
agricoltura. (ANSA). R01-KVE
Pneumatici, la maggior parte dei modelli rilascia sostanze inquinanti (idrocaurburi policiclici aromatici) che disperdono nell’ambiente sotto forma di vapori durante l’uso dei pneumatici e sono tossici e cancerogeni.
20/10/07 18:16
Fonte: Altroconusmo http://www.altroconsumo.it
I pneumatici del test sono sicuri su strada asciutta, mentre qualche problema è sorto nella prova sotto la pioggia. Ma il vero punto debole per la maggior parte dei modelli è il rilascio ancora eccessivo di sostanze inquinanti.
Arriva l’estate e, come si fa per il guardaroba, anche per l’auto c’è un cambiamento: si ripongono in garage i pneumatici invernali e si montano sulla vettura quelli estivi. Se non li avete ancora acquistati o quelli che avete sono ormai usurati, ecco un test che vi aiuta a scegliere. I pneumatici estivi devono innanzittutto tenere bene la strada in caso di piogge intense, ma anche quando l’asfalto è bollente. Inoltre è importante scegliere i modelli che rispettano l’ambiente: preferite quelli che nel nostro test inquinano meno. Tra i diversi aspetti valutati, c’è anche la verifica della quantità di sostanze inquinanti, gli ipa (idrocaurburi policiclici aromatici), rilasciate dai pneumatici.
Abbiamo messo a confronto 15 modelli della categoria 155/70R13T per auto piccole (i risultati del test sono validi anche per i pneumatici: 145/70R13T, 165/70R13T), e 14 pneumatici 205/55R16V per auto medie (i risultati vanno bene anche per i modelli 195/55R16V e 215/55R16V). Le valutazioni dettagliate si trovano in tabella.
In condizioni estreme
Su strada bagnata e e nella prova sull’asfalto asciutto i modelli del test non si comportano sempre bene come si vede in tabella. Le prove su strada bagnata hanno verificato la tenuta delle gomme in curva, durante l’accelerazione e nel caso in cui cambia il tipo di pavimentazione. La prova sul bagnato prevedeva anche un test di aquaplaning. In sostanza abbiamo verificato se il pneumatico perde aderenza a causa di un eccessivo strato di acqua sull’asfalto anche durante una frenata o un’accelerazione e se questo compromette la stabilità dell’auto. I pneumatici del tipo 155/70R13T, con ben tre giudizi pessimi dovuti alla prova di frenata e solo tre buoni, sono andati meno bene di quelli del tipo 205/55R16V (con un solo pessimo). Tranne la prova di aquaplaning, il test è stato ripetuto su strada asciutta: le prestazioni sono state positive.
Consumi e durata
Le case produttrici cercano di realizzare pneumatici che, riducendo l’attrito con il suolo, consumano meno battistrada e consentono un minor consumo di carburante.
- Abbiamo valutato la durata dei pneumatici prendendo in considerazione lo stile di guida del conducente, la diversa superficie della strada e la quantità dei chilometri percorsi. Tutti i pneumatici durano a lungo. Effettivamente anche la resistenza delle gomme all’attrito provocato dal contatto con l’asfalto è minima come si vede dai giudizi che abbiamo dato in tabella.
- Per valutare correttamente la qualità di un pneumatico, il consumo del battistrada va messo in relazione con il prezzo e con le prestazioni su strada bagnata e asciutta. In sostanza, non si deve scegliere un pneumatico che, pur durando a lungo e costando poco rispetto ad altri, non offre garanzie dal punto di vista della sicurezza.
Meglio non inquinare
Per molti pneumatici del test ancora non ci siamo: rilasciano polveri inquinanti. La prova sulle emissioni di idrocarburi policiclici aromatici (ipa) non è andata bene, tanto che in alcuni casi abbiamo dovuto assegnare una valutazione pessima.
Gli idrocarburi poliaromatici sono componenti chimici presenti negli oli utilizzati durante la produzione delle gomme. Si disperdono nell’ambiente sotto forma di vapori durante l’uso dei pneumatici e sono tossici e cancerogeni.
La Comunità europea ha stabilito per il 2009 l’abbassamento dei limiti di tollerabilità degli ipa nei pneumatici, quindi ha esortato le case produttrici a trovare nuove tecnologie per la produzione delle gomme che non prevedano l’utilizzo di queste sostanze. La situazione attuale è ben rappresentata dal nostro test: come si vede in tabella sono davvero pochi i pneumatici che non inquinano oppure che rilasciano basse quantità di sostanze tossiche. I risultati di questa prova hanno ovviamente influito sul giudizio complessivo che abbiamo dato a ogni modello.
Cercate lo sconto
Nell’acquisto dei pneumatici non fermatevi al primo punto vendita, perché spesso è possibile trovare sconti interessanti. Come si può osservare dalla tabella, con molti modelli la differenza tra prezzo minimo e massimo è davvero importante (il prezzo non tiene conto del costo di montaggio e bilanciatura). Quindi, scegliendo bene il punto vendita si può pagare fino al 50% in meno. Ad esempio, per il Migliore del Test e Miglior Acquisto del tipo 205/55R16V si può risparmiare fino a 65 euro per gomma scegliendo il punto vendita più economico. Questo significa 260 euro cambiando tutte e quattro le ruote.
Miglior-Acquisto
Purtroppo ancora non esiste un pneumatico perfetto, ossia quello che offre buone prestazioni su tutti i tipi di strade e in condizioni atmosferiche difficili, una buona stabilità, poco rumoroso e con un rilascio di sostanze inquinanti molto basso. Vi sono pneumatici che vanno bene in alcune prove e peggio in altre. Il nostro giudizio globale per tutti i modelli ha risentito del test sulle sostanze tossiche emesse dai pneumatici (Ipa).
Per i pneumatici per auto piccole 155/70R13T, il Migliore del Test è Continental Ecocontact 3 (37-50 euro) e il Miglior Acquisto Hankook Optimo K715 (29-40 euro).
Per il tipo 205/55R16V, Bridgestone Turanza ER300 è il Miglior Acquisto e il Migliore del Test (85-150 euro).
I pneumatici del test sono sicuri su strada asciutta, mentre qualche problema è sorto nella prova sotto la pioggia. Ma il vero punto debole per la maggior parte dei modelli è il rilascio ancora eccessivo di sostanze inquinanti.
Arriva l’estate e, come si fa per il guardaroba, anche per l’auto c’è un cambiamento: si ripongono in garage i pneumatici invernali e si montano sulla vettura quelli estivi. Se non li avete ancora acquistati o quelli che avete sono ormai usurati, ecco un test che vi aiuta a scegliere. I pneumatici estivi devono innanzittutto tenere bene la strada in caso di piogge intense, ma anche quando l’asfalto è bollente. Inoltre è importante scegliere i modelli che rispettano l’ambiente: preferite quelli che nel nostro test inquinano meno. Tra i diversi aspetti valutati, c’è anche la verifica della quantità di sostanze inquinanti, gli ipa (idrocaurburi policiclici aromatici), rilasciate dai pneumatici.
Abbiamo messo a confronto 15 modelli della categoria 155/70R13T per auto piccole (i risultati del test sono validi anche per i pneumatici: 145/70R13T, 165/70R13T), e 14 pneumatici 205/55R16V per auto medie (i risultati vanno bene anche per i modelli 195/55R16V e 215/55R16V). Le valutazioni dettagliate si trovano in tabella.
In condizioni estreme
Su strada bagnata e e nella prova sull’asfalto asciutto i modelli del test non si comportano sempre bene come si vede in tabella. Le prove su strada bagnata hanno verificato la tenuta delle gomme in curva, durante l’accelerazione e nel caso in cui cambia il tipo di pavimentazione. La prova sul bagnato prevedeva anche un test di aquaplaning. In sostanza abbiamo verificato se il pneumatico perde aderenza a causa di un eccessivo strato di acqua sull’asfalto anche durante una frenata o un’accelerazione e se questo compromette la stabilità dell’auto. I pneumatici del tipo 155/70R13T, con ben tre giudizi pessimi dovuti alla prova di frenata e solo tre buoni, sono andati meno bene di quelli del tipo 205/55R16V (con un solo pessimo). Tranne la prova di aquaplaning, il test è stato ripetuto su strada asciutta: le prestazioni sono state positive.
Consumi e durata
Le case produttrici cercano di realizzare pneumatici che, riducendo l’attrito con il suolo, consumano meno battistrada e consentono un minor consumo di carburante.
- Abbiamo valutato la durata dei pneumatici prendendo in considerazione lo stile di guida del conducente, la diversa superficie della strada e la quantità dei chilometri percorsi. Tutti i pneumatici durano a lungo. Effettivamente anche la resistenza delle gomme all’attrito provocato dal contatto con l’asfalto è minima come si vede dai giudizi che abbiamo dato in tabella.
- Per valutare correttamente la qualità di un pneumatico, il consumo del battistrada va messo in relazione con il prezzo e con le prestazioni su strada bagnata e asciutta. In sostanza, non si deve scegliere un pneumatico che, pur durando a lungo e costando poco rispetto ad altri, non offre garanzie dal punto di vista della sicurezza.
Meglio non inquinare
Per molti pneumatici del test ancora non ci siamo: rilasciano polveri inquinanti. La prova sulle emissioni di idrocarburi policiclici aromatici (ipa) non è andata bene, tanto che in alcuni casi abbiamo dovuto assegnare una valutazione pessima.
Gli idrocarburi poliaromatici sono componenti chimici presenti negli oli utilizzati durante la produzione delle gomme. Si disperdono nell’ambiente sotto forma di vapori durante l’uso dei pneumatici e sono tossici e cancerogeni.
La Comunità europea ha stabilito per il 2009 l’abbassamento dei limiti di tollerabilità degli ipa nei pneumatici, quindi ha esortato le case produttrici a trovare nuove tecnologie per la produzione delle gomme che non prevedano l’utilizzo di queste sostanze. La situazione attuale è ben rappresentata dal nostro test: come si vede in tabella sono davvero pochi i pneumatici che non inquinano oppure che rilasciano basse quantità di sostanze tossiche. I risultati di questa prova hanno ovviamente influito sul giudizio complessivo che abbiamo dato a ogni modello.
Cercate lo sconto
Nell’acquisto dei pneumatici non fermatevi al primo punto vendita, perché spesso è possibile trovare sconti interessanti. Come si può osservare dalla tabella, con molti modelli la differenza tra prezzo minimo e massimo è davvero importante (il prezzo non tiene conto del costo di montaggio e bilanciatura). Quindi, scegliendo bene il punto vendita si può pagare fino al 50% in meno. Ad esempio, per il Migliore del Test e Miglior Acquisto del tipo 205/55R16V si può risparmiare fino a 65 euro per gomma scegliendo il punto vendita più economico. Questo significa 260 euro cambiando tutte e quattro le ruote.
Miglior-Acquisto
Purtroppo ancora non esiste un pneumatico perfetto, ossia quello che offre buone prestazioni su tutti i tipi di strade e in condizioni atmosferiche difficili, una buona stabilità, poco rumoroso e con un rilascio di sostanze inquinanti molto basso. Vi sono pneumatici che vanno bene in alcune prove e peggio in altre. Il nostro giudizio globale per tutti i modelli ha risentito del test sulle sostanze tossiche emesse dai pneumatici (Ipa).
Per i pneumatici per auto piccole 155/70R13T, il Migliore del Test è Continental Ecocontact 3 (37-50 euro) e il Miglior Acquisto Hankook Optimo K715 (29-40 euro).
Per il tipo 205/55R16V, Bridgestone Turanza ER300 è il Miglior Acquisto e il Migliore del Test (85-150 euro).
Mayak in Russia, il complesso nucleare più grande al mondo: una tragedia lunga 50 anni.
20/10/07 18:16
Fonte: Progetto Humus (solidarietà con Chernobyl)
http://www.progettohumus.it
Traduzione di ProgettoHumus da http://www.greenpeace.org
Il 29 Settembre 2007 è stato il cinquantesimo anniversario dell’esplosione di Mayak in Russia, che ha causato la seconda più grande catastrofe radioattiva nel mondo.
Mayak, nel sud degli Urali, a 1400 Km. da Mosca, è il complesso nucleare più grande al mondo.
Anche se i 5 reattori a plutonio sono stati chiusi nel 1991, la centrale RT-1 effettua ancora il riprocessamento del combustibile nucleare usato da praticamente tutte le tipologie di reattori.
In più a Mayak è attivo un impianto per il trattamento e l’immagazzinamento dei rifiuti nucleari ed un impianto pilota per la produzione di combustibili nucleari (MOX)
Fra il 1948 e il 1956 i rifiuti radioattivi del gigantesco complesso di Mayak furono riversati direttamente nel fiume Techa, la sorgente di acqua potabile per molti villaggi circostanti. Ciò espose 124,000 persone a radiazioni di media ed alta intensità. Rifiuti nucleari vennero anche gettati nei laghi della Siberia occidentale. Uno di essi si prosciugò durante una torrida estate e una tempesta sparse la polvere nucleare depositata sul fondo in un ampia zona attorno al lago. Nel 1957 esplose uno dei sistemi di raffreddamento dell’impianto di Mayak, e una quantità di radiazioni pari a più della metà dell’incidente di Chernobyl si immise in atmosfera.
Alcuni villaggi vennero evacuati, ma molti altri no. Almeno 272,000 persone vennero contaminate dalle radiazioni provenienti dall’esplosione.
E’ in quest’area che il Ministero Atomico Russo, vuole stoccare ulteriori rifiuti nucleari nei prossimi anni. Il governo russo ha revocato il divieto di importazione di scorie nucleari e ha pianificato l’importazione di 20,000 tonnellate di scorie in cambio di più di 20 miliardi di dollari americani. Le potenziali nazioni candidate per l’esportazione includono: Giappone, Sud Corea, Taiwan, Ungheria, Svizzera, Germania, Spagna e Italia.
Recentemente il responsabile dell’impianto di Mayak ha riferito alla commissione governativa: “Non possiamo garantire la sicurezza delle persone che vivono sulle rive del fiume Techa.
Gli abitanti dell’area attorno a Mayak sono decisamente contrari al nuovo piano di stoccaggio delle scorie. Semplicemente non riescono a credere che lo stoccaggio e il trattamento delle scorie avvenga in maniera responsabile. Non è difficile comprendere il loro scetticismo.
Migliaia sono morti, e molti di più si sono ammalati come conseguenza dell’esposizione alle radiazioni.
Traduzione di ProgettoHumus da http://www.greenpeace.org
Il 29 Settembre 2007 è stato il cinquantesimo anniversario dell’esplosione di Mayak in Russia, che ha causato la seconda più grande catastrofe radioattiva nel mondo.
Mayak, nel sud degli Urali, a 1400 Km. da Mosca, è il complesso nucleare più grande al mondo.
Anche se i 5 reattori a plutonio sono stati chiusi nel 1991, la centrale RT-1 effettua ancora il riprocessamento del combustibile nucleare usato da praticamente tutte le tipologie di reattori.
In più a Mayak è attivo un impianto per il trattamento e l’immagazzinamento dei rifiuti nucleari ed un impianto pilota per la produzione di combustibili nucleari (MOX)
Fra il 1948 e il 1956 i rifiuti radioattivi del gigantesco complesso di Mayak furono riversati direttamente nel fiume Techa, la sorgente di acqua potabile per molti villaggi circostanti. Ciò espose 124,000 persone a radiazioni di media ed alta intensità. Rifiuti nucleari vennero anche gettati nei laghi della Siberia occidentale. Uno di essi si prosciugò durante una torrida estate e una tempesta sparse la polvere nucleare depositata sul fondo in un ampia zona attorno al lago. Nel 1957 esplose uno dei sistemi di raffreddamento dell’impianto di Mayak, e una quantità di radiazioni pari a più della metà dell’incidente di Chernobyl si immise in atmosfera.
Alcuni villaggi vennero evacuati, ma molti altri no. Almeno 272,000 persone vennero contaminate dalle radiazioni provenienti dall’esplosione.
E’ in quest’area che il Ministero Atomico Russo, vuole stoccare ulteriori rifiuti nucleari nei prossimi anni. Il governo russo ha revocato il divieto di importazione di scorie nucleari e ha pianificato l’importazione di 20,000 tonnellate di scorie in cambio di più di 20 miliardi di dollari americani. Le potenziali nazioni candidate per l’esportazione includono: Giappone, Sud Corea, Taiwan, Ungheria, Svizzera, Germania, Spagna e Italia.
Recentemente il responsabile dell’impianto di Mayak ha riferito alla commissione governativa: “Non possiamo garantire la sicurezza delle persone che vivono sulle rive del fiume Techa.
Gli abitanti dell’area attorno a Mayak sono decisamente contrari al nuovo piano di stoccaggio delle scorie. Semplicemente non riescono a credere che lo stoccaggio e il trattamento delle scorie avvenga in maniera responsabile. Non è difficile comprendere il loro scetticismo.
Migliaia sono morti, e molti di più si sono ammalati come conseguenza dell’esposizione alle radiazioni.
Online il calendario delle scadenze per la registrazione Reach
20/10/07 18:16
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
Dall’Unione europea intanto arriva il calendario per la registrazione dei Reach (Registration, evaluation, autorization of chemicals): l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Eacha) pubblica sul proprio sito il promemoria dei termini entro i quali i fabbricanti ed importatori dovranno registrare le sostanze chimiche in base al nuovo regolamento 1907/2006/Ce e della direttiva 2006/121/Ce.
Le nuove regole stabiliscono infatti un obbligo di registrazione pubblica per la produzione e la commercializzazione di quasi tutte le sostanze chimiche e un obbligo di autorizzazione per la produzione e l’immissione sul mercato di quelle più pericolose per la salute umana e dell’ambiente secondo un preciso calendario: tra il 1° giugno 2008 ed il 1° dicembre 2008 occorre effettuare la “preregistrazione”; entro il 30 novembre 2010 occorre registrare le sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per il sistema riproduttivo fabbricate o importate in misura uguale o maggiore di una tonnellata annua, le sostanze molto tossiche per ambiente marino ≥ 100 tonnellate annue e le altre sostanze ≥ 1000 tonnellate annue; entro il 31 maggio 2013 occorre registrare le sostanze fabbricate o importate in misura ≥ 100 tonnellate annue; entro il 31 maggio 2018 occorre registrare le sostanze fabbricate o importate in misura ≥ 1 tonnellata annua.
Vero e proprio cuore del regolamento Reach – in vigore dal primo giugno 2007 - è il provvedimento che ridisegna la disciplina e impone a tutti gli operatori del mercato delle sostanze chimiche obblighi di registrazione, autorizzazione e di veicolazione delle informazioni sui rischi nell’ambito dell’intera catena di approvvigionamento, eliminando il regime di favore previsto per i prodotti chimici introdotti prima del 1981 e di fatto esonerati da procedure autorizzative.
Il regolamento infatti sottopone a registrazione (o autorizzazione, nei casi di maggior pericolosità) sia le singole sostanze chimiche sia i preparati e gli articoli che le contengono allo scopo di bloccare le cosiddette “sostanze fantasma”, ossia delle sostanze chimiche che, nascoste in un preparato più complesso o veicolate da un prodotto finito, sfuggono al sistema di notifica previsto dalla normativa e circolano all’interno della catena di approvvigionamento.
La direttiva si pone invece come provvedimento satellite del regolamento e introduce modifiche alla precedente direttiva sulla notificazione, la classificazione e l’imballaggio delle sostanze pericolose per renderla compatibile con le novità del regolamento.
E visto che la disciplina si distingue di molto da quella precedente e richiede tempo per l’adattamento concreto sia per gli Stati sia per gli operatori del settore, la Comunità ha deciso di scadenzare i tempi di registrazione.
fonte:www.greenreport.it
Dall’Unione europea intanto arriva il calendario per la registrazione dei Reach (Registration, evaluation, autorization of chemicals): l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Eacha) pubblica sul proprio sito il promemoria dei termini entro i quali i fabbricanti ed importatori dovranno registrare le sostanze chimiche in base al nuovo regolamento 1907/2006/Ce e della direttiva 2006/121/Ce.
Le nuove regole stabiliscono infatti un obbligo di registrazione pubblica per la produzione e la commercializzazione di quasi tutte le sostanze chimiche e un obbligo di autorizzazione per la produzione e l’immissione sul mercato di quelle più pericolose per la salute umana e dell’ambiente secondo un preciso calendario: tra il 1° giugno 2008 ed il 1° dicembre 2008 occorre effettuare la “preregistrazione”; entro il 30 novembre 2010 occorre registrare le sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per il sistema riproduttivo fabbricate o importate in misura uguale o maggiore di una tonnellata annua, le sostanze molto tossiche per ambiente marino ≥ 100 tonnellate annue e le altre sostanze ≥ 1000 tonnellate annue; entro il 31 maggio 2013 occorre registrare le sostanze fabbricate o importate in misura ≥ 100 tonnellate annue; entro il 31 maggio 2018 occorre registrare le sostanze fabbricate o importate in misura ≥ 1 tonnellata annua.
Vero e proprio cuore del regolamento Reach – in vigore dal primo giugno 2007 - è il provvedimento che ridisegna la disciplina e impone a tutti gli operatori del mercato delle sostanze chimiche obblighi di registrazione, autorizzazione e di veicolazione delle informazioni sui rischi nell’ambito dell’intera catena di approvvigionamento, eliminando il regime di favore previsto per i prodotti chimici introdotti prima del 1981 e di fatto esonerati da procedure autorizzative.
Il regolamento infatti sottopone a registrazione (o autorizzazione, nei casi di maggior pericolosità) sia le singole sostanze chimiche sia i preparati e gli articoli che le contengono allo scopo di bloccare le cosiddette “sostanze fantasma”, ossia delle sostanze chimiche che, nascoste in un preparato più complesso o veicolate da un prodotto finito, sfuggono al sistema di notifica previsto dalla normativa e circolano all’interno della catena di approvvigionamento.
La direttiva si pone invece come provvedimento satellite del regolamento e introduce modifiche alla precedente direttiva sulla notificazione, la classificazione e l’imballaggio delle sostanze pericolose per renderla compatibile con le novità del regolamento.
E visto che la disciplina si distingue di molto da quella precedente e richiede tempo per l’adattamento concreto sia per gli Stati sia per gli operatori del settore, la Comunità ha deciso di scadenzare i tempi di registrazione.
AMBIENTE:MARCHIO MEDITERRANEO DOC A 4 PARCHI MARINI ITALIANI
20/10/07 18:16
(ANSA) - ROMA - Marchio internazionale per
quattro aree marine protette italiane: Plemmirio
(Sicilia), Miramare (Friuli Venezia Giulia),
Tavolara-Punta Coda Cavallo (Sardegna) e Torre
Guaceto (Puglia) sono state inserite nel
protocollo ''Aree Specialmente Protette di
importanza mediterranea'' come Aree idonee a
rappresentare il patrimonio di biodiversita' nel
Mediterraneo. L'inserimento e' avvenuto in
occasione del recente incontro a Madrid fra i
Paesi firmatari del ''Mediterranean Action
Plan'', uno dei protocolli tecnici previsti dalla
Convenzione di Barcellona - strumento giuridico
del Piano d' Azione delle Nazioni Unite - per
garantire la qualita' ambientale nel
Mediterraneo. Lo ha reso noto un comunicato del
ministero dell'Ambiente. Soddisfazione e impegno
per la tutela della biodiversita' e dell'habitat
e' stata espressa dal ministro dell'Ambiente,
Alfonso Pecoraro Scanio. ''Un prestigioso
riconoscimento che attribuisce ancora piu' valore
alle nostre aree marine e conferma l'importanza
di tutelare i meravigliosi habitat del nostro
Paese'', ha commentato il ministro. Il primo
riscontro, avvenuto nella riunione di Madrid dei
''Focal Point'' (i Centri Nazionali) impegnati
nell'attuazione del protocollo tecnico in favore
del Mediterraneo, sara' seguito dall'adozione
definitiva dello stesso che avverra' in occasione
del 15/o Meeting delle parti contraenti previsto
per la meta' di gennaio sempre in Spagna. Le
quattro aree marine, che avevano presentato la
propria candidatura durante il meeting Focal
Point del giugno scorso a Palermo, si vanno cosi'
ad aggiungere al Santuario per i mammiferi
marini, inserito nella lista gia' dal 2001, e a
Portofino, dal 2005. ''Questo ministero - ha
concluso Pecoraro Scanio - continuera' ad
impegnarsi, insieme agli Enti Gestori e con il
supporto scientifico del Consorzio Nazionale
Interuniversitario per le Scienze del Mare, nelle
azioni in favore delle specie minacciate di
estinzione e nella tutela degli habitat affinche'
anche altre aree marine italiane ottengano il
prestigioso riconoscimento di inserimento nella
lista Aspim''. (ANSA). GU
Bando da 1,5 milioni per il risparmio energetico nella Pa
20/10/07 14:53
fonte:wwww.greenreport.it
Il ministero dell´Ambiente ha emanato il bando per l´attuazione di analisi energetiche nel settore dei servizi e nella P.A. Una buona notizia anche se lo stanziamento non è un granché: 1 milione e 500mila, provenienti dai residui del vecchio programma "Analisi Energetiche nel settore dei servizi" e "Frigoriferi Energy plus".
Il bando prevede la corresponsione di contributi in conto capitale per il finanziamento di attività di analisi energetiche mirate alla definizione del potenziale risparmio energetico nel settore terziario e nella pubblica amministrazione. La percentuale massima del contributo pubblico concesso è pari al 50% del costo ammissibile per l’investimento.
Possono presentare domanda di contributo le aziende distributrici di energia elettrica e le società operanti nel settore di servizi energetici, accreditate presso l´Autorità dell´energia elettrica e del gas ai sensi della Deliberazione Aeeg n. 103/2003 così come modificata dalla Deliberazione Aeeg n.200/2004.
I bandi contengono le modalità ed i relativi termini per la presentazione delle istanze (ivi compresa la tempistica), i criteri per la selezione dei progetti ammissibili al finanziamento, i limiti di cofinanziamento, la documentazione da produrre, le indicazioni utili per la concessione dei contributi, nonché le risorse disponibili.
I ministero dell’ambiente precisa infine che le istanze potranno essere presentate a partire dal giorno della pubblicazione del comunicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (G.U. n. 222 del 24 settembre 2007) e non oltre cinque mesi dal primo giorno utile alla ricezione (25 febbraio 2008).
Partendo dal fatto – appurato – che dal risparmio e da una migliore efficienza energetica praticata nell’edilizia si possono ottenere risultati molto significativi, ci pare che questo contributo del Ministero volto all’analisi energetica nella pubblica amministrazione sia teoricamente molto importante, ma che con un finanziamento così esiguo rischia di non dare alcun risutato concreto.
Il ministero dell´Ambiente ha emanato il bando per l´attuazione di analisi energetiche nel settore dei servizi e nella P.A. Una buona notizia anche se lo stanziamento non è un granché: 1 milione e 500mila, provenienti dai residui del vecchio programma "Analisi Energetiche nel settore dei servizi" e "Frigoriferi Energy plus".
Il bando prevede la corresponsione di contributi in conto capitale per il finanziamento di attività di analisi energetiche mirate alla definizione del potenziale risparmio energetico nel settore terziario e nella pubblica amministrazione. La percentuale massima del contributo pubblico concesso è pari al 50% del costo ammissibile per l’investimento.
Possono presentare domanda di contributo le aziende distributrici di energia elettrica e le società operanti nel settore di servizi energetici, accreditate presso l´Autorità dell´energia elettrica e del gas ai sensi della Deliberazione Aeeg n. 103/2003 così come modificata dalla Deliberazione Aeeg n.200/2004.
I bandi contengono le modalità ed i relativi termini per la presentazione delle istanze (ivi compresa la tempistica), i criteri per la selezione dei progetti ammissibili al finanziamento, i limiti di cofinanziamento, la documentazione da produrre, le indicazioni utili per la concessione dei contributi, nonché le risorse disponibili.
I ministero dell’ambiente precisa infine che le istanze potranno essere presentate a partire dal giorno della pubblicazione del comunicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (G.U. n. 222 del 24 settembre 2007) e non oltre cinque mesi dal primo giorno utile alla ricezione (25 febbraio 2008).
Partendo dal fatto – appurato – che dal risparmio e da una migliore efficienza energetica praticata nell’edilizia si possono ottenere risultati molto significativi, ci pare che questo contributo del Ministero volto all’analisi energetica nella pubblica amministrazione sia teoricamente molto importante, ma che con un finanziamento così esiguo rischia di non dare alcun risutato concreto.
Gestione e benefici delle Aree marine protette, nuovo sito della Fao
20/10/07 14:53
fonte.www.greenreport.it
Il dipartimento pesca ed acquicoltura della Fao ha lanciato un sito web per aumentare la conoscenza sul contributo delle Aree marine protette (Amp) alla gestione della pesca. Il sito “Marine Protected Areas as a Tool for Fisheries Management” è stato sviluppato nell’ambito di un progetto globale finalizzato a sostenere l’attuazione del Piano di attuazione di quanto previsto dal World Summit on Sustainable Development (Wssd) che si è tenuto a Joannesburg nel 2004.
Una sezione del nuovo sito web presenta le linee direttrici della Fao per la progettazione e la realizzazione delle Amp come occasione di gestione della pesca e come strumenti essenziali per .il mantenimento delle risorse ittiche e dell’ambiente marino e degli oceani. Per la Fao vanno aumentati gli sforzi per istituire aree marine protette in un contesto di gestione della pesca e delle risorse alieutiche e la ventiseiesima sessione del Committee of Fisheries aveva già raccomandato specifiche azioni per assistere i Paesi (Italia compresa) che hanno sottoscritto gli impegni del summit mondiale del Wssd di Joannesburg (poi ripresi da varie agenzie Onu e dall’Unione Europea), in particolare nella realizzazione di una rete estesa e rappresentativa di aree marine protette entro il 2012 e a implementare le conoscenze sulle Amp e la gestione della pesca al loro interno.
Il sito web è parte di un programma Fao per capire meglio il contributo delle Amp alla gestione della pesca, identificando e promuovendo le buone pratiche e per un approccio integrato alle aree marine protette. Il punto centrale riguarda l’utilizzo delle Amp per introdurre il “fisheries management”, ma il sito include anche link per interessanti risorse esterne su internet inerenti al tema Amp e pesca.
Una sezione specifica presenta le line guida preparate dalla Fao per designare, implementare e sperimentare le aree marine protette. Per la Fao i benefici biologici ed ecologici delle Amp sono evidenti e attestati da molti studi scientifici che attestano anche un rafforzamento delle attività economiche legate alla gestione del mare ed una migliore conoscenza di questi benefici ecologici ed economici potrebbe limitare non poco le controversie che si hanno quando vengono proposte le Amp.
I benefici economici riguardano sia l’area direttamente interessata dalle Amp che quella circostante e la Fao la spiega citando studi e pubblicazioni scientifiche: incremento della densità di biomassa e della taglia degli organismi e della diversità di specie (Halpern 2003, Botsford et al., 2007); protezione di habitat critici per specifici stadi di vita delle specie (i.e. spawning and nursing grounds, vulnerable juveniles, aggregations and spawning adults) (Fogarty 1999, Mumby et al., 2004); eliminazione dei dati incerti per la gestione (Stefansson and Rosenberg, 2005).
Mentre i potenziali benefici ecologici e per la pesca che derivano dell’istituzione all’interno di un’Amp di restricted area (quelle che in Italia chiamiamo zone “A” o riserve integrali) per la Fao riguardano: un effetto “spillover” con la diffusione delle specie di pesci nelle aree vicine alla riserva dove possono essere pescati (McClanahan and Kuanda-Arara, 1996); l’effetto “reclutamento” o l’esportazione di larve prodotte dai pesci e dagli altri animali marini nell’Amp per popolare le aree circostanti (i.e. fish inside the reserve contributing eggs and larvae that eventually populate the fishing area outside the riserve - Botsford et al., 2007).
Ci sono poi altri benefici che riguardano alcune specie e casi specifici e che devono essere presi in considerazione soprattutto per quel che riguarda la gestione della piccola pesca costiera e nel suo approccio agli ecosistemi e che la Fao ha inserito in specifiche “Guidelines for further information” per una gestione costiera integrata.
Ma perché le aree marine protette abbiano davvero un impatto efficace per fermare il depauperamento delle risorse marine ed il degrado degli oceani occorre valutare meglio il numero e dimensioni delle Amp ed istituire un network planetario che le colleghi, ma anche verificarne la locazione e quale reale funzioni di protezione della natura svolgano le Amp, sia con le “no-take” che con le “multi-use zones”.
La pesca o altre attività autorizzate (diving, diporto, ecc.) all’interno delle Amp naturalmente influenzano i loro benefici biologici ed ecologici e questo dipende in particolare da quanto è grande la pressione sui pesci e il degrado dell’habitat fuori dell’Area marina protetta, in casi di avanzato sfruttamento per sovrapesca o degrado ambientale i benefici biologici fuori dai confini dell’area protetta possono essere ridotti o inesistenti.
Ma c’è comunque un’evidenza empirica, convalidata da modelli scientifici (review of current modelling studies see Botsford et al. 2007) che le Amp hanno comunque benefici biologici e per la salvaguardia, “esportano” comunque la vita allo stato larvale e sia le specie “mobili” che quelle sessili trovano al loro interno i benefici della protezione che permette la loro crescita e diffusione. Il successo di un’Amp dipende anche da fattori fisici come l’idrodinamica del mare in cui vengono istituite che influenza lo “scambio” di risorse naturali con le zone esterne.
Ma la Fao sottolinea un nuovo compito a lungo termine per le aree marine protette: il ruolo essenziale che possono svolgere riguardo alla lotta contro il cambiamento climatico, con un aumento del loro numero e della loro superficie ed una gestione “adattativa”.
Il dipartimento pesca ed acquicoltura della Fao ha lanciato un sito web per aumentare la conoscenza sul contributo delle Aree marine protette (Amp) alla gestione della pesca. Il sito “Marine Protected Areas as a Tool for Fisheries Management” è stato sviluppato nell’ambito di un progetto globale finalizzato a sostenere l’attuazione del Piano di attuazione di quanto previsto dal World Summit on Sustainable Development (Wssd) che si è tenuto a Joannesburg nel 2004.
Una sezione del nuovo sito web presenta le linee direttrici della Fao per la progettazione e la realizzazione delle Amp come occasione di gestione della pesca e come strumenti essenziali per .il mantenimento delle risorse ittiche e dell’ambiente marino e degli oceani. Per la Fao vanno aumentati gli sforzi per istituire aree marine protette in un contesto di gestione della pesca e delle risorse alieutiche e la ventiseiesima sessione del Committee of Fisheries aveva già raccomandato specifiche azioni per assistere i Paesi (Italia compresa) che hanno sottoscritto gli impegni del summit mondiale del Wssd di Joannesburg (poi ripresi da varie agenzie Onu e dall’Unione Europea), in particolare nella realizzazione di una rete estesa e rappresentativa di aree marine protette entro il 2012 e a implementare le conoscenze sulle Amp e la gestione della pesca al loro interno.
Il sito web è parte di un programma Fao per capire meglio il contributo delle Amp alla gestione della pesca, identificando e promuovendo le buone pratiche e per un approccio integrato alle aree marine protette. Il punto centrale riguarda l’utilizzo delle Amp per introdurre il “fisheries management”, ma il sito include anche link per interessanti risorse esterne su internet inerenti al tema Amp e pesca.
Una sezione specifica presenta le line guida preparate dalla Fao per designare, implementare e sperimentare le aree marine protette. Per la Fao i benefici biologici ed ecologici delle Amp sono evidenti e attestati da molti studi scientifici che attestano anche un rafforzamento delle attività economiche legate alla gestione del mare ed una migliore conoscenza di questi benefici ecologici ed economici potrebbe limitare non poco le controversie che si hanno quando vengono proposte le Amp.
I benefici economici riguardano sia l’area direttamente interessata dalle Amp che quella circostante e la Fao la spiega citando studi e pubblicazioni scientifiche: incremento della densità di biomassa e della taglia degli organismi e della diversità di specie (Halpern 2003, Botsford et al., 2007); protezione di habitat critici per specifici stadi di vita delle specie (i.e. spawning and nursing grounds, vulnerable juveniles, aggregations and spawning adults) (Fogarty 1999, Mumby et al., 2004); eliminazione dei dati incerti per la gestione (Stefansson and Rosenberg, 2005).
Mentre i potenziali benefici ecologici e per la pesca che derivano dell’istituzione all’interno di un’Amp di restricted area (quelle che in Italia chiamiamo zone “A” o riserve integrali) per la Fao riguardano: un effetto “spillover” con la diffusione delle specie di pesci nelle aree vicine alla riserva dove possono essere pescati (McClanahan and Kuanda-Arara, 1996); l’effetto “reclutamento” o l’esportazione di larve prodotte dai pesci e dagli altri animali marini nell’Amp per popolare le aree circostanti (i.e. fish inside the reserve contributing eggs and larvae that eventually populate the fishing area outside the riserve - Botsford et al., 2007).
Ci sono poi altri benefici che riguardano alcune specie e casi specifici e che devono essere presi in considerazione soprattutto per quel che riguarda la gestione della piccola pesca costiera e nel suo approccio agli ecosistemi e che la Fao ha inserito in specifiche “Guidelines for further information” per una gestione costiera integrata.
Ma perché le aree marine protette abbiano davvero un impatto efficace per fermare il depauperamento delle risorse marine ed il degrado degli oceani occorre valutare meglio il numero e dimensioni delle Amp ed istituire un network planetario che le colleghi, ma anche verificarne la locazione e quale reale funzioni di protezione della natura svolgano le Amp, sia con le “no-take” che con le “multi-use zones”.
La pesca o altre attività autorizzate (diving, diporto, ecc.) all’interno delle Amp naturalmente influenzano i loro benefici biologici ed ecologici e questo dipende in particolare da quanto è grande la pressione sui pesci e il degrado dell’habitat fuori dell’Area marina protetta, in casi di avanzato sfruttamento per sovrapesca o degrado ambientale i benefici biologici fuori dai confini dell’area protetta possono essere ridotti o inesistenti.
Ma c’è comunque un’evidenza empirica, convalidata da modelli scientifici (review of current modelling studies see Botsford et al. 2007) che le Amp hanno comunque benefici biologici e per la salvaguardia, “esportano” comunque la vita allo stato larvale e sia le specie “mobili” che quelle sessili trovano al loro interno i benefici della protezione che permette la loro crescita e diffusione. Il successo di un’Amp dipende anche da fattori fisici come l’idrodinamica del mare in cui vengono istituite che influenza lo “scambio” di risorse naturali con le zone esterne.
Ma la Fao sottolinea un nuovo compito a lungo termine per le aree marine protette: il ruolo essenziale che possono svolgere riguardo alla lotta contro il cambiamento climatico, con un aumento del loro numero e della loro superficie ed una gestione “adattativa”.
Polveri, nanopolveri e pressione delle gomme
20/10/07 14:53
fonte.www.greenreport.it
Quando si dice che il mondo è tutto attaccato, può sembrare un banalità ma si scopre poi che nella realtà è un espressione quanto mai veritiera.
Nell’intervento pubblicato stamani dal sole 24 ore, Francesco Gori presidente dei produttori europei di pneumatici e ad di Pirelli, che interviene sulla necessità di rivedere i limiti imposti da Bruxelles per la riduzione delle emissioni inquinanti, considerati tecnologicamente irraggiungibili, fa una serie di affermazioni interessanti. Che inducono a pensare come a volte certi comportamenti potrebbero avere un peso assai maggiore di quanto non si potesse immaginare.
Intanto il fatto che la principale incidenza dei consumi dei pneumatici è data dalla perdita di pressione, che dovrebbe essere controllata una volta al mese. Sarebbe interessante fare una indagine per sapere quanti sono gli automobilisti che mettono in pratica questa semplice regola, che oltretutto avrebbe un vantaggio non indifferente in termini di sicurezza sulla guida e quindi di un minor numero di incidenti stradali. E che avrebbe anche l’ulteriore vantaggio di ridurre la quantità di polveri sottili che vengono create e poi sollevate proprio dal maggior consumo dei pneumatici per la frizione sull’asfalto.
Per eliminare le quali l’Unione europea chiede di eliminare gli olii aromatici tra gli ingredienti dei pneumatici, perché hanno un impatto negativo da questo punto di vista.
L’Unione europea chiede anche misure per ridurre di otto decibel il rumore e quindi impegni ai costruttori di pneumatici per ottenere questo obiettivo.
Valore che i costruttori ritengono impraticabile e rilanciano con un´altra proposta: intervenire sulle strade anziché sui pneumatici, con un particolare asfalto granulato. Con tre risultati: ridurre l’impatto acustico, che è quello che viene richiesto, aumentare l’aderenza grazie alla ruvidezza del manto e risolvere il problema delle smaltimento dei pneumatici. Una proposta che varrebbe la pena di approfondire.
Quando si dice che il mondo è tutto attaccato, può sembrare un banalità ma si scopre poi che nella realtà è un espressione quanto mai veritiera.
Nell’intervento pubblicato stamani dal sole 24 ore, Francesco Gori presidente dei produttori europei di pneumatici e ad di Pirelli, che interviene sulla necessità di rivedere i limiti imposti da Bruxelles per la riduzione delle emissioni inquinanti, considerati tecnologicamente irraggiungibili, fa una serie di affermazioni interessanti. Che inducono a pensare come a volte certi comportamenti potrebbero avere un peso assai maggiore di quanto non si potesse immaginare.
Intanto il fatto che la principale incidenza dei consumi dei pneumatici è data dalla perdita di pressione, che dovrebbe essere controllata una volta al mese. Sarebbe interessante fare una indagine per sapere quanti sono gli automobilisti che mettono in pratica questa semplice regola, che oltretutto avrebbe un vantaggio non indifferente in termini di sicurezza sulla guida e quindi di un minor numero di incidenti stradali. E che avrebbe anche l’ulteriore vantaggio di ridurre la quantità di polveri sottili che vengono create e poi sollevate proprio dal maggior consumo dei pneumatici per la frizione sull’asfalto.
Per eliminare le quali l’Unione europea chiede di eliminare gli olii aromatici tra gli ingredienti dei pneumatici, perché hanno un impatto negativo da questo punto di vista.
L’Unione europea chiede anche misure per ridurre di otto decibel il rumore e quindi impegni ai costruttori di pneumatici per ottenere questo obiettivo.
Valore che i costruttori ritengono impraticabile e rilanciano con un´altra proposta: intervenire sulle strade anziché sui pneumatici, con un particolare asfalto granulato. Con tre risultati: ridurre l’impatto acustico, che è quello che viene richiesto, aumentare l’aderenza grazie alla ruvidezza del manto e risolvere il problema delle smaltimento dei pneumatici. Una proposta che varrebbe la pena di approfondire.
Scontro Marevivo Cites sul commercio di delfini vivi
20/10/07 14:53
fonte:www.greenreport.it
All’associazione ambientalista Marevivo i delfinari non sono mai piaciuti, ma ora è ancora più preoccupata dopo le recenti dichiarazioni di Willem Wijnstekers, il segretario generale della Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora (Cites) sul commercio dei delfini vivi.
Diverse associazioni, compresa Marevivo, hanno contattato la Cites per sollecitarla a non autorizzare il commercio e l’esportazione di delfini vivi senza l’emissione di un avviso di commercio che attesti che le operazioni non creino danni alla specie interessata (avis de commerce non préjudiciable). La Cites ha spiegato che esistono modi diversi, nazione per nazione, di emettere l’avviso e che la questione va ancora approfondita, ma per il momento «non raccomanda metodi particolari per l’emissione di questi avvisi. E’ compito di ogni Stato assicurare che le asportazioni non abbiano effetti negativi sulle popolazioni in natura e di decidere quale sia la migliore manierati pervenire a questa conclusione».
Ma quel che non è assolutamente piaciuto a Marevivo è quanto detto da Wijnstekers: «Riguardo al commercio di delfini vivi, il segretariato non ha ricevuto alcuna prova che dimostri che un avviso di commercio non pregiudiziale non sia stato emesso prima di autorizzare un’esportazione. Ugualmente, non ha ricevuto alcuna prova che dimostri che il commercio attuale o futuro avrà effetti negativi sulle popolazioni di delfini. Niente giustifica dunque, attualmente, che il Segretariato Cites prenda misure per fermare questo commercio. Non mancheremo di agire se dovessimo ricevere informazioni che indichino giustificazioni per farlo».
Parole nette che preoccupano Marevivo: «La mancanza di dati che attestino il rischio della sopravvivenza di questi animali, come ha dichiarato il segretario generale della Cites, non è una sufficiente motivazione alla cattura e commercializzazione di delfini vivi, ormai oggetto di una forte speculazione economica. L’Associazione ancora una volta lancia l’allarme delfini e invita le Istituzioni competenti, primo fra tutti il Segretariato Cites nazionale ad intervenire, in sede di Convenzione, al fine di promuovere una modifica alla Convenzione stessa inserendovi il “principio precauzionale”, ormai alla base delle più avanzate politiche ambientali».
Gli ambientalisti ricordano che i delfini sono tutelati da accordi e convenzioni internazionali, compresa la Cites che però consente la cattura di esemplari vivi, a scopo scientifico – educativo. «Ciò si traduce quasi sempre – spiega Massimo D’Adamo, biologo di Marevivo – in un’amorale spettacolarizzazione nei delfinari, quando addirittura in un illegale utilizzo, persino nell’industria alimentare».
All’associazione ambientalista Marevivo i delfinari non sono mai piaciuti, ma ora è ancora più preoccupata dopo le recenti dichiarazioni di Willem Wijnstekers, il segretario generale della Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora (Cites) sul commercio dei delfini vivi.
Diverse associazioni, compresa Marevivo, hanno contattato la Cites per sollecitarla a non autorizzare il commercio e l’esportazione di delfini vivi senza l’emissione di un avviso di commercio che attesti che le operazioni non creino danni alla specie interessata (avis de commerce non préjudiciable). La Cites ha spiegato che esistono modi diversi, nazione per nazione, di emettere l’avviso e che la questione va ancora approfondita, ma per il momento «non raccomanda metodi particolari per l’emissione di questi avvisi. E’ compito di ogni Stato assicurare che le asportazioni non abbiano effetti negativi sulle popolazioni in natura e di decidere quale sia la migliore manierati pervenire a questa conclusione».
Ma quel che non è assolutamente piaciuto a Marevivo è quanto detto da Wijnstekers: «Riguardo al commercio di delfini vivi, il segretariato non ha ricevuto alcuna prova che dimostri che un avviso di commercio non pregiudiziale non sia stato emesso prima di autorizzare un’esportazione. Ugualmente, non ha ricevuto alcuna prova che dimostri che il commercio attuale o futuro avrà effetti negativi sulle popolazioni di delfini. Niente giustifica dunque, attualmente, che il Segretariato Cites prenda misure per fermare questo commercio. Non mancheremo di agire se dovessimo ricevere informazioni che indichino giustificazioni per farlo».
Parole nette che preoccupano Marevivo: «La mancanza di dati che attestino il rischio della sopravvivenza di questi animali, come ha dichiarato il segretario generale della Cites, non è una sufficiente motivazione alla cattura e commercializzazione di delfini vivi, ormai oggetto di una forte speculazione economica. L’Associazione ancora una volta lancia l’allarme delfini e invita le Istituzioni competenti, primo fra tutti il Segretariato Cites nazionale ad intervenire, in sede di Convenzione, al fine di promuovere una modifica alla Convenzione stessa inserendovi il “principio precauzionale”, ormai alla base delle più avanzate politiche ambientali».
Gli ambientalisti ricordano che i delfini sono tutelati da accordi e convenzioni internazionali, compresa la Cites che però consente la cattura di esemplari vivi, a scopo scientifico – educativo. «Ciò si traduce quasi sempre – spiega Massimo D’Adamo, biologo di Marevivo – in un’amorale spettacolarizzazione nei delfinari, quando addirittura in un illegale utilizzo, persino nell’industria alimentare».
AMBIENTE: CODICE; PECORARO, TEMPI PIU' CERTI PER OPERE
16/10/07 23:27
(ANSA) - ROMA, 16 OTT - Tempi certi per la
valutazione di impatto ambientale e valutazione
ambientale strategica. ''Non piu' anni ma da 5
mesi, per la via ordinaria, a un massimo di 11
mesi per i procedimenti piu' complicati''. Cosi'
il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro
Scanio, sulla riforma del Codice dell'ambiente,
intervenendo in un'audizione in Commissione
Ambiente della Camera. Il riferimento e' al
secondo decreto correttivo del decreto
legislativo 152 del 2006, il cosiddetto Codice
dell'ambiente, emanato in attuazione della legge
308 del 2004 (quella che consegnava la delega al
Governo per realizzare il testo unico
sull'ambiente). Il Codice entrato in vigore il 29
aprile del 2006, e' composto da oltre 700 pagine,
318 articoli e 45 allegati, e interviene sulla
normativa in sei settori: rifiuti e bonifiche;
acqua; difesa del suolo; inquinamento
atmosferico; procedure ambientali; danno
ambientale. Il ministro ha assicurato ''la piena
disponibilita' del Governo ai suggerimenti che
vengono dalle Commissioni. Il nostro dovere - ha
detto rispondendo ai giornalisti al termine della
seduta - e' quello di evitare infrazioni Ue per
risparmiare in termini di multe''. Pecoraro
considera il decreto correttivo al Codice
ambientale come strumento del ''taglio dei costi
della politica''. Pecoraro ha parlato quindi di
un decreto ''piu' ampio che corregge e migliora
la parte dei rifiuti e delle bonifiche e da'
tempi certi su Via e Vas''. Si mantiene la
norma-Matteoli sul silenzio-rifiuto (''inutile
mantenere le pratiche aperte se il soggetto che
ha presentato la domanda non e' piu'
interessato'') mentre 'vengono corrette alcune
norme in infrazione comunitaria palese''. Il
ministro ha insistito quindi sulla certezza dei
tempi. Nel momento in cui arriva alla Commissione
di impatto ambientale, la Via ha 90 giorni per
esprimersi; 90 giorni che diventano 60 per le
richieste di integrazione. Quindi ci sono altri
60 giorni per l'integrazione e da qui riscattano
altri 90 giorni per il parere. Inoltre il
ministero puo' chiedere una integrazione una sola
volta; una sola anche la richiesta di proroga da
parte delle aziende. (ANSA). GU
AMBIENTE:SERBIA,APPELLO PER SVOLTA ECOLOGICA PAESI EST/ANSA
16/10/07 23:26
(ANSA) - BELGARDO, 10 OTT - Il presidente serbo,
Boris Tadic, ha aperto stamane al Sava Center di
Belgrado, con un richiamo alla solidarieta'
internazionale per uno sviluppo ecososteninbile,
la 6/a conferenza 'Ambiente per l'Europa'. Un
appuntamento che quest'anno si svolge
simbolicamente nel maggiore Paese ex jugoslavo,
erede di gravi problemi ambientali ereditati
dall'industrializzazione d'epoca socialista, ma
anche dalle conseguenze delle avventure belliche
degli anni '90 e, in ultimo, dai bombardamenti
Nato per il Kosovo del 1999: con la coda di
polemiche mai sopite sull'uso dell'uranio
impoverito. L'iniziativa, articolata in tre
giorni di lavoro, e' frutto di un processo
intergovernativo promosso da Onu e Consiglio
d'Europa per una strategia paneuropea di
protezione ambientale. Un processo a cui
aderiscono 56 Stati (dell'area Ue e oltre, fino
alla Russia, al Caucaso, all'Asia centrale, al
Nord America) e che a Belgrado si tradurra' nella
presenza di ministri o esponenti governativi di
oltre 40 Paesi. Per l'Italia - ''da molti anni in
prima fila'' nell'impulso alla cooperazione
internazionale in questo ambito, come si legge in
una nota diffusa dal dicastero dell'Ambiente - e'
atteso in serata l'arrivo del ministro Alfonso
Pecoraro Scanio, con il sottosegretario Laura
Marchetti e il direttore generale, Corrado Clini.
Pecoraro sara' domani uno dei relatori a una
tavola rotonda incentrata sulle prospettive di
collaborazione multilaterale in materia di
cambiamenti climatici. Tra gli argomenti-chiave
in discussione nei tre giorni della conferenza
spiccano, oltre alla questione del clima, quelle
dei gas serra e del protocollo di Kyoto, delle
biodiversita', della compatibilita' economica dei
progetti ambientali. In programma, inoltre, una
sessione dedicata agli aiuti alla lotta
all'inquinamento nei Paesi dell'Europa orientale,
del Caucaso e dell'Asia centrale ex sovietica,
nonche' una su 'ecologia ed educazione' a cui
partecipa il direttore generale del ministero
della Pubblica Istruzione italiano, Antonio
Giunta La Spada. Inaugurando oggi i lavori -
preceduti dall'arrivo in bicicletta di ministri
di vari Paesi nella sede dell'incontro - il
presidente Tadic ha salutato l'evento come il
piu' importante meeting internazionale ospitato
dalla Serbia fin dalla caduta del regime di
Slobodan Milosevic (ottobre 2000) e della sua
riapertura all'Europa. Tadic ha poi rivolto un
appello ai Paesi piu' ricchi del continente
affinche' sostengano quelli in via di transizione
dal comunismo e di avvicinamento all'Ue sulla
strada di uno ''uno sviluppo ecologicamente
sostenibile''. Necessario ormai in una dimensione
transnazionale, ma non privo di ''costi''. Da
parte sua, la leadership della nuova Serbia si
impegna fin d'ora a varare iniziative concrete di
salvaguardia ambientale: a cominciare da un
programma - preannunciato dallo stesso presidente
- per incentivare il rinnovamento di un parco
automobili ancora troppo vecchio e inquinante.
(ANSA). LR
AMBIENTE: GRECIA; SOTTOTERRA SOLUZIONI PER SALVARE IL VERDE
16/10/07 23:26
(ANSA) - ATENE, 16 OTT - La sempre crescente
urbanizzazione del territorio sta provocando
un'altrettanto continua riduzione degli spazi
verdi a disposizione della popolazione. A questa
lapalissiana constatazione, un gruppo di
ricercatori dell' Universita' di Atene ha
risposto con una ricerca in cui si dimostra che
e' possibile trovare sottoterra la soluzione ai
problemi ambientali e di altro genere che
affliggono la superficie del pianeta. Non si
tratta, premettono, del vecchio trucco di
''nascondere la spazzatura sotto il tappeto'',
bensi' di una serie di soluzioni alternative - in
parte gia' messe in atto in altri Paesi - per
trasferire sottoterra impianti per la depurazione
di liquami o di rifiuti tossici, di depositi di
carburante e di acqua, di parcheggi e vie di
comunicazione allo scopo di liberare il terreno
sovrastante e destinarlo a verde pubblico e
parchi ricreativi. ''C'e' una grave carenza di
spazio in superficie a causa della rapida
urbanizzazione degli ultimi decenni'', ha detto
Dimitris Kaliambakos, docente presso
l'Universita' tecnica nazionale di Atene (Ntua).
''Lo sviluppo nel sottosuolo e' molto piu'
efficace e in piu' riduce drasticamente le
conseguenze negative sull'ambiente, ma consente
di liberare un importante spazio in superficie da
destinare ad attivita' vitali come abitare e
giocare'', aggiunge l'esperto citando la ricerca
di recente presentata in una conferenza
internazionale. (ANSA). MRR
CLIMA: ESPERTI; ITALIA, SERVE SVOLTA SU RICERCA E ECONOMIA
16/10/07 23:26
(ANSA) - ROMA, 16 OTT - L'Italia delle
contraddizioni. Pronta a battersi a livello
internazionale per la riduzione delle emissioni
di gas serra nella lotta ai mutamenti climatici,
ma incapace di puntare sulla sua ricerca per
acquisire le informazioni necessarie a
fronteggiarli e a fornirsi di un quadro di
riferimento nazionale che indirizzi l'economia
per il periodo del cosiddetto post-Kyoto. Sono
questi alcuni temi emersi dal convegno
organizzato dall'Universita' Luiss sul clima,
oggi a Roma. Secondo Carlo Carraro, del Centro
euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici
(Cmcc) ''bisogna rendersi conto che il problema
clima e' una questione economica trasversale,
quindi spetta alla presidenza del Consiglio e non
al ministero dell' Ambiente occuparsene: e' la
strada dell'Italia nei prossimi 50 anni''. Cosa
che avviene ad esempio in Gran Bretagna e in
Germania. ''Se l'Italia adottasse una strategia
coraggiosa, oltre ai costi ci sarebbero anche
vantaggi'' ha spiegato Gianni Silvestrini, del
ministero dello Sviluppo economico. La sfida si
gioca a livello mondiale, dove, secondo Corrado
Clini, a capo della Direzione ricerca e sviluppo
del ministero dell'Ambiente, nei negoziati
internazionali ''un'ipotesi cui si sta lavorando
e' quella di una strategia per il 2009'', che
''dovra' essere globale, equa e includere
Kyoto''. Questi i parametri: l'obiettivo di una
media di emissioni pro-capite; uno standard per
tutte le tecnologie e prodotti energetici; un
sistema di scambi di permessi di emissioni senza
limitazioni tra diverse aree del Pianeta.
Arruolare anche Paesi in via di sviluppo, come
Cina e India, sara' la condizione della riuscita
di qualsiasi accordo e secondo Silvestrini
''sara' appetibile attuando incentivazioni nel
trasferimento delle tecnologie''. (ANSA). Y62-GU
ENERGIA: PER IDROGENO SERVONO 12 ANNI E 260 MLN ALL'ANNO
16/10/07 23:25
(ANSA) - ROMA, 16 OTT - Aumentare di 80 milioni di euro l' anno gli investimenti in ricerca e sviluppo creando una struttura di sostegno specifica per il dispiegamento dell' idrogeno che costera' 180 milioni all'anno. Sono queste le raccomandazioni principali dettate all'Europa dal progetto HyWays sul percorso che bisognerebbe intraprendere a livello europeo per una fruttuosa introduzione dell'idrogeno con risultati nel 2020. Il progetto, redatto dagli Stati membri con il contributo delle industrie, e' stato presentato oggi a Roma presso l'Enea. Se verranno seguite le indicazioni dello studio, ha spiegato il presidente dell'Enea Luigi Paganetto, si arrivera' gia' nel 2020 ad introdurre un milione di veicoli alimentati ad idrogeno, con un notevole impatto sulla qualita' dell'aria. ''Si calcola - ha rilevato Antonio Mattucci, ricercatore Enea che ha partecipato allo studio - che se in Italia nel 2050 il parco macchine sara' costituito per il 70% da veicoli ad idrogeno le emissioni inquinanti si abbatteranno del 70%''. La strada non e' semplice e l'imperativo che emerge dallo studio e' agire subito. Per una introduzione piu' veloce dell' idrogeno nel mercato, il progetto HyWays consiglia un primo approvvigionamento dalle fonti fossili ''che per ora sono le piu' economiche'', ha proseguito Mattucci. In un secondo momento, ha aggiunto, si potra' passare all'approvvigionamento da fonti rinnovabili come biomasse, eolico, solare. A livello economico, secondo le prospettive tracciate dallo studio, lo sviluppo delle nuove tecnologie legate all'idrogeno e di tutto l'indotto avrebbe un impatto sull'occupazione di 200.000-400.000 unita' nel 2030. Oltre al sostegno da parte dei governi molto dipende dal creare un mercato: un primo passo, ha concluso il ricercatore, e' il partenariato pubblico-privato, tra industria e comunita' europea come l'Iniziativa Tecnologica Congiunta (JTI) per la quale sono previsti finanziamenti europei. (ANSA). Y75-GU/IMP