14 gennaio 2007

Diniego della sanatoria - Annullamento ministeriale - Declaratoria di irricevibilità

Autorizzazione paesaggistica
Diniego della sanatoria - Annullamento ministeriale - Declaratoria di irricevibilità
Il potere ordinatorio del giudice amministrativo, di disporre in ordine al processo e al suo andamento deve rispondere a precise regole di ordine logico sostanziale, oltre che giuridico formali; nella corretta osservanza di tali regole, l’esame dell’eventuale pregiudizialità (non necessaria) di altro giudizio - su un differente atto connesso a quello impugnato - deve seguire (e non precedere) l’esame dei presupposti e delle condizioni dell’azione e fra questi, quello in ordine alla tempestività dell’impugnazione, il cui esito negativo preclude al giudice ogni ulteriore accertamento di tipo sostanziale e di merito, ivi compreso quello sulla connessione delle cause e sulla pregiudizialità del giudizio sull’atto presupposto. Non è, dunque, sindacabile in appello la mancata sospensione di un’impugnazione palesemente irricevibile, in attesa della decisione del ricorso giurisdizionale sull’atto presupposto - pendente davanti a differente giudice dello stesso ordine e grado - in quanto (indipendentemente da ogni altra considerazione) la decisione sulla validità di tale atto sarebbe stata del tutto irrilevante, in quanto non in grado di risolvere (in favore del ricorrente) il problema processuale della inoppugnabilità del provvedimento consequenziale. Nella specie, non inficia la declaratoria di irricevibilità, l’avere deciso la causa e non averla, al contrario sospesa in attesa della decisione di altro ricorso, proposto dallo stesso attuale appellante, avverso l’annullamento ministeriale dell’autorizzazione paesaggistica (presupposto del diniego della sanatoria richiesta dall’originario proprietario e da questi non impugnato). Pres. Iannotta - Est. Millemaggi Cogliani - Antichi (Avv. Hofer) c. Comune di Sesto Fiorentino (Avv.ti Lorenzoni e Giallongo) (conferma T.A.R. Toscana, Sezione III - n. 344/1997 del 29 dicembre 1997).
CONSIGLIO DI STATO Sez. V, 10 Gennaio 2007 (C.C. 20/06/2006), Sentenza n. 40

Procedimento autorizzatorio e valutazione degli aspetti ambientali e sanitari per la localizzazione delle discariche

TAR SICILIA, Palermo, Sez. III, 11 gennaio 2007, sentenza n. 49  
Discariche rifiuti
Procedimento autorizzatorio e valutazione degli aspetti ambientali e sanitari per la localizzazione delle discariche
In tema di autorizzazione alla realizzazione di una discarica di rifiuti, la valutazione degli aspetti ambientali e sanitari deve essere esternata sin dal primo atto della sequenza procedimentale che conduce alla concreta realizzazione della discarica; di guisa che la motivazione deve riferirsi alla fase dell'approvazione del progetto generale dell' impianto, con particolare riguardo alla congruità della sua localizzazione (Cons. St., Sez. V, 1347 del 30 settembre 1998). Pres. Adamo, Est. Ferlisi – D.B. (avv. Palermo) c. Comune di Trapani (avv. Ciaravino).
T.A.R. SICILIA, Palermo, Sez. III – 11 gennaio 2007, n. 49 Discariche rifiuti
Bilanciamento di interessi contrapposti – Tutela dell’ambiente e smaltimento dei rifiuti
Aree nelle quali le discariche non devono essere “normalmente” localizzate
La localizzazione delle pubbliche discariche è essenzialmente basata su di un “bilanciamento” di interessi contrapposti (la tutela dell’ambiente, da un lato, ed il necessario smaltimento dei rifiuti, dall’altro) ed il sottostante sillogismo logico-giuridico non può che definirsi in termini di “relatività”, ossia di verifica della compatibilità tra gli interessi suddetti (o, se si vuole, in termini di massimo risultato di efficienza nello smaltimento e di minimo sacrificio dei valori ambientali e naturalistici coinvolti nel caso concreto). In tale ottica, la localizzazione di una discarica si pone come determinazione amministrativa basata in massima parte su valutazioni di puro merito, come tali riservate all’esclusiva ponderazione dell’amministrazione agente e dei suoi organi tecnici. La scelta è sindacabile solo se fondata su accertamenti tecnici inattendibili o comunque in netto contrasto con le esigenze rappresentate in conferenza di servizi o con le risultanze istruttorie (T.A.R. Puglia, Lecce, 25 marzo 2002, n. 820). Quanto detto vale a maggior ragione per le discariche di rifiuti inerti, per le quali l’Allegato I del D.Lgs 13 gennaio 2003, n. 36, attuativo della direttiva 1999/31/CE, specifica i connotati delle aree nelle quali “non devono essere normalmente localizzate”. L’uso dell’avverbio “normalmente” lascia, con ogni evidenza, alla P.A. un adeguato spazio di discrezionalità volto a bilanciare l’indubbio interesse pubblico alla tutela dell’ambiente con l’altrettanto pregnante (e talvolta drammaticamente urgente) interesse pubblico allo smaltimento dei rifiuti. Pres. Adamo, Est. Ferlisi – D.B. (avv. Palermo) c. Comune di Trapani (avv. Ciaravino).
T.A.R. SICILIA, Palermo, Sez. III – 11 gennaio 2007, n. 49

Nelle discariche pubbliche del Regno Unito installate telecamere per controllare quantità e qualità dell’immondizia gettata

Nelle discariche pubbliche del Regno Unito installate telecamere per controllare quantità e qualità dell’immondizia gettata
Fonte: E-gazette http://www.e-gazette.it
Il Grande Fratello Spazzino: contro gli abusivi in Inghilterra telecamere anche in discarica
Oltre quattro milioni di telecamere non bastano ancora per spiare 24 ore su 24 la vita dei sudditi di Sua Maestà: nuovi dispositivi a circuito chiuso stanno spuntando nelle discariche pubbliche del Regno Unito per controllare quantità e qualità dell’immondizia gettata via. Intanto, la polizia pensa a dotare di microfoni le telecamere esistenti per captare ogni parola “sospetta”. Cinque autorità locali in Gran Bretagna hanno già installato gli apparecchi elettronici nelle discariche comunali, l’unico luogo dove è possibile fare la raccolta differenziata. Con il nuovo sistema si può vedere di quale tipo e quanta immondizia getta via una persona e registrare il numero di targa della sua macchina.
L’intento è incentivare la raccolta differenziata, per poter poi riciclare i rifiuti. Le nuove misure però non piacciono al partito conservatore, che grida allo scandalo. Secondo il ministro ombra per la solidarietà sociale, Caroline Spelman, “è un modo di procedere molto in stile Grande Fratello e avrà un impatto negativo sullo smaltimento dei rifiuti. Incoraggerà l’abusivismo perché la gente cercherà in tutti i modi di minimizzare la spazzatura prodotta”. Per il parlamentare conservatore Paul Baresford, invece, “l’intero tentativo di indurre la gente a riciclare si è trasformato in uno stato di polizia sull’immondizia. È difficile credere agli ultimi sviluppi”.
L’installazione delle nuove telecamere è stata proposta dall’ente parastatale Wrap (Waste and resources action programme), incaricato di progettare nuovi piani per lo smaltimento dell’immondizia. Il Wrap ha anche suggerito di ritirare la spazzatura nei bidoni delle case soltanto una volta ogni quindici giorni per persuadere la gente ad andare nelle discariche pubbliche, dove si stanno installando le nuove telecamere. E mentre gli occhi dello Stato crescono, a breve potrebbero spuntare anche le orecchie. Polizia, autorità locali e vertici dei trasporti urbani stanno pensando di aggiungere microfoni alle televisioni a circuito chiuso già esistenti in tutto il Regno Unito.
Con il nuovo sistema, gli agenti interverrebbero non appena un dialogo fra due o più persone pronunciato in luogo pubblico diventasse troppo caldo. Uno scambio di battute a volume troppo alto, un aumento repentino nella velocità di parlare ed altri fattori indurrebbero all’intervento immediato delle forze dell’ordine, prima che la situazione possa degenerare. Il sistema è stato sperimentato in alcune città olandesi, ma secondo Graeme Gerrard, presidente dell’unità di polizia che si occupa di sorveglianza, “in Gran Bretagna ci sarebbero parecchi ostacoli legali. Prima dovremo lanciare un dibattito pubblico sulla ragionevolezza o meno dell’uso della tecnologia per questi fini”.

Impatto ambientale dell’effetto serra? Adattarsi è la strategia obbligata, perché non sarà possibile arrestare il fenomeno

Impatto ambientale dell’effetto serra? Adattarsi è la strategia obbligata, perché non sarà possibile arrestare il fenomeno
Fonte: Enel Ambiente http://www.enel.it/attivita/ambiente
Lo afferma il climatologo Vincenzo Ferrara (ENEA), secondo il quale i cambiamenti climatici sono ormai inevitabili e, oltre ad azioni di mitigazione, è ormai necessario adattarsi ai nuovi scenari
Un taglio fino al 50% entro il 2050 delle emissioni climalteranti. Secondo le ultime indicazioni uscite dal vertice di Nairobi, potrebbe essere questo il nuovo obiettivo alla scadenza del 2012 per il proseguimento degli impegni assunti con il Protocollo di Kyoto. Se ne discuterà concretamente nel nuovo appuntamento mondiale fissato per il 2008, ma, anche nell’ improbabile ipotesi che sia possibile una azione così radicale, sarebbe sufficiente per scongiurare la progressione del riscaldamento globale terrestre?
Ne parliamo con Vincenzo Ferrara, climatologo Enea, fino allo scorso mese Focal Point per l’Italia presso l’ Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Le emissioni di CO2 in atmosfera sono in costante e progressivo aumento e sono sempre meno coloro che mettono in dubbio la relazione tra questa crescita con l’aumento della temperatura terrestre ed i cambiamenti climatici che ne conseguono. Il principale problema dell’umanità ha, insomma, un nome preciso: anidride carbonica. È così, dottor Ferrara?
«È così, ma occorre fare qualche precisazione per non generare allarmismi. Dal punto di vista sanitario, l’attuale livello di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non rappresenta un rischio. L’anidride carbonica non è un inquinante atmosferico e ne occorrerebbero concentrazioni molto più elevate per cominciare a dare un qualche problema di affanno respiratorio ai gruppi di popolazione più critici, come gli anziani o i bambini…».
Il rischio ambientale però esiste…
«In realtà, se la temperatura non cambia, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera non rappresenta un particolare rischio ambientale. Alcuni ecosistemi, come quelli vegetali, possono anzi trarre benefici da una maggiore concentrazione di anidride carbonica, che è in fondo un fertilizzante e favorisce la fotosintesi clorofilliana. Il problema della maggiore o minore concentrazione di anidride carbonica sta altrove, e precisamente nel fatto che si traduce in un problema di maggiore o minore temperatura media globale. Anidride carbonica e temperatura media globale sono fattori, infatti, strettamente connessi tra loro, come dimostrano ormai innumerevoli studi e, in particolare, i dati paleoclimatici ottenuti dalle carote di ghiaccio antartico. Mi lasci aggiungere, però, che questa relazione non va intesa in modo univoco».
Che cosa intende dire esattamente?
«Intendo dire che se per un qualsiasi motivo – per esempio a causa delle attività umane – aumentano le emissioni in atmosfera, aumenta di conseguenza anche la temperatura media globale e, come ulteriore conseguenza, aumentano necessariamente anche le emissioni di anidride carbonica provenienti dagli oceani e dalla geosfera e, pertanto anche le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e, a loro volta, la temperatura media globale e così via, in un processo intrecciato di reazione a catena divergente.
Questo processo, inoltre – è opportuno ricordarlo – non riguarda solo l’anidride carbonica, ma si ripropone esattamente negli stessi termini per gli altri gas serra come il metano che, per fortuna, è emesso in quantità notevolmente inferiori. E dico “per fortuna” perché le emissioni di metano sono notevolmente più efficaci per aumentare la temperatura, avendo una capacità di effetto serra 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica ».
Oceani e geosfera giocano, dunque, un ruolo cruciale in questa partita…
«Direi decisivo, perché oceani e geosfera hanno concorso finora, fondamentalmente, ad abbassare le concentrazioni di CO2 in atmosfera. Si calcola che negli ultimi due secoli le attività umane abbiano immesso in atmosfera un surplus di anidride carbonica pari all’83% di quella che c’era precedentemente, surplus che è stato drasticamente ridotto a circa il 36% proprio grazie all’azione di assorbimento dell’anidride carbonica emessa ad opera degli oceani e della geosfera. L’umanità, dunque, deve molto all’azione svolta da questi fattori, ma non potrà farci molto affidamento in futuro perché, mentre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera sono in costante aumento, la capacità di assorbimento di oceani e geosfera si sta progressivamente riducendo».
Per quale motivo?
«Per due ragioni. Il primo è legato alla temperatura. Mano a mano che questa cresce, diminuiscono le capacità degli oceani di portare in soluzione – e quindi di assorbire – l’anidride carbonica atmosferica. In sintesi, l’acqua calda è meno capace di assorbire anidride carbonica rispetto a quella fredda. Non solo: se la temperatura dell’acqua supera un certo valore intervengono processi di degassazione, cioè l’anidride carbonica già contenuta viene emessa e non assorbita. Per motivi diversi, anche le capacità della geosfera di assorbimento dell’anidride carbonica diminuiscono perché i fenomeni di respirazione, con emissione di anidride carbonica, da parte degli ecosistemi e dei suoli aumentano a ritmo più veloce dei fenomeni di assorbimento».
E la seconda ragione?
«È legata a fenomeni di saturazione: anche se la temperatura nel frattempo non aumentasse affatto con l’aumentare delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica, l’assorbimento da parte degli oceani e della geosfera non potrebbe procedere all’infinito. Le acque oceaniche ad un certo punto raggiungerebbero la saturazione e da quel momento non sarebbero più in grado di assorbire ed altrettanto accadrebbe con la biomassa vegetale».
È necessario, dunque, intervenire prima che questi processi vadano a compimento. Al vertice di Nairobi, per la prima volta, sono stati ipotizzati tagli drastici delle emissioni. Saranno sufficienti per dare sogni più tranquilli al futuro dell’umanità?
«Ritengo sia pericoloso farsi illusioni. Ma, attenzione, non dico affatto che sia inutile cercare di contrastare i cambiamenti climatici: le azioni per la mitigazione del riscaldamento globale terrestre restano fondamentali e assolutamente prioritarie. Dico solo che, anche nel caso diventassero immediatamente operative misure drastiche ed eccezionali di taglio delle emissioni antropogeniche di gas serra, non si riuscirà comunque ad evitare che i cambiamenti climatici già innescati possano ulteriormente procedere».
Quello che afferma è sconfortante…
«Ma è realistico. È necessario allargare la consapevolezza che, pur nell’incertezza degli scenari, il clima è comunque destinato – di poco o di molto, dipenderà dalle scelte concrete che saranno effettuate – a cambiare. L’adattamento ai cambiamenti del clima, che non è da intendere come strategia alternativa a quella della mitigazione, è un processo assolutamente necessario. Alcuni paesi in Europa, come la Gran Bretagna, l’Olanda, il Belgio, la Finlandia si stanno già avviando su questa strada elaborando strategie e piani di adattamento nazionali. Ma questi piani saranno tanto più efficaci quanto più incisive saranno state le misure di mitigazione che nel frattempo sono state adottate».
Cosa intende esattamente per strategia di adattamento?
«L’adattamento ai cambiamenti del clima significa in sostanza la messa a punto di programmi, azioni e misure tali da minimizzare le conseguenze negative che si profilano. Tali, cioè, da ridurre la vulnerabilità territoriale e quella socio-economica ai cambiamenti del clima. Ma nello stesso tempo questi interventi devono essere anche tali da saper cogliere e sfruttare le nuove possibilità di sviluppo socio-economico che dovessero sorgere a causa dei cambiamenti climatici e dei suoi effetti».
Passa per un imbuto assai stretto il percorso che indica…
«Ma è l’unico percorso possibile. Occorre aumentare ovunque le capacità di adattamento. I Paesi industrializzati sono certamente i più attrezzati per farlo e spetterà ad essi assumersi l’onere di una maggiore cooperazione internazionale. Non va dimenticato, tra l’altro, che le conseguenze più rilevanti dei cambiamenti climatici colpiranno in particolare quelli che già oggi sono i Paesi più poveri. Paradossalmente, infatti, i Paesi industrializzati - che fino ad oggi sono stati i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra - non saranno, secondo le proiezioni future, quelli che subiranno le maggiori conseguenze negative dai cambiamenti climatici. Anzi, alcuni di loro potrebbero ricavarne benefici».
Quali?
«Penso, in particolare, ai vasti territori del Canada settentrionale, dell’Alaska, della Groenlandia e della Siberia. Tutte queste terre, che sono oggi inospitali e ricoperte di ghiaccio per gran parte dell’anno, diventerebbero suoli agricoli od aree abitabili ed utilizzabili per moltissime attività. Viceversa i Paesi africani e gran parte di quelli dell’America Latina vedranno purtroppo sconvolte le loro già fragile economie da questi fenomeni. Aiutarli sarà un obbligo morale e richiederà uno sforzo sul piano della cooperazione internazionale senza precedenti». a cura di Quintino Protopapa