Diniego della sanatoria - Annullamento ministeriale - Declaratoria di irricevibilità
Autorizzazione paesaggistica
Diniego della sanatoria - Annullamento
ministeriale - Declaratoria di irricevibilità
Il potere ordinatorio del giudice amministrativo,
di disporre in ordine al processo e al suo
andamento deve rispondere a precise regole di
ordine logico sostanziale, oltre che giuridico
formali; nella corretta osservanza di tali
regole, l’esame dell’eventuale pregiudizialità
(non necessaria) di altro giudizio - su un
differente atto connesso a quello impugnato -
deve seguire (e non precedere) l’esame dei
presupposti e delle condizioni dell’azione e fra
questi, quello in ordine alla tempestività
dell’impugnazione, il cui esito negativo preclude
al giudice ogni ulteriore accertamento di tipo
sostanziale e di merito, ivi compreso quello
sulla connessione delle cause e sulla
pregiudizialità del giudizio sull’atto
presupposto. Non è, dunque, sindacabile in
appello la mancata sospensione di un’impugnazione
palesemente irricevibile, in attesa della
decisione del ricorso giurisdizionale sull’atto
presupposto - pendente davanti a differente
giudice dello stesso ordine e grado - in quanto
(indipendentemente da ogni altra considerazione)
la decisione sulla validità di tale atto sarebbe
stata del tutto irrilevante, in quanto non in
grado di risolvere (in favore del ricorrente) il
problema processuale della inoppugnabilità del
provvedimento consequenziale. Nella specie, non
inficia la declaratoria di irricevibilità,
l’avere deciso la causa e non averla, al
contrario sospesa in attesa della decisione di
altro ricorso, proposto dallo stesso attuale
appellante, avverso l’annullamento ministeriale
dell’autorizzazione paesaggistica (presupposto
del diniego della sanatoria richiesta
dall’originario proprietario e da questi non
impugnato). Pres. Iannotta - Est. Millemaggi
Cogliani - Antichi (Avv. Hofer) c. Comune di
Sesto Fiorentino (Avv.ti Lorenzoni e Giallongo)
(conferma T.A.R. Toscana, Sezione III - n.
344/1997 del 29 dicembre 1997).
CONSIGLIO DI STATO Sez. V, 10 Gennaio 2007 (C.C.
20/06/2006), Sentenza n. 40
Procedimento autorizzatorio e valutazione degli aspetti ambientali e sanitari per la localizzazione delle discariche
TAR SICILIA, Palermo, Sez. III, 11 gennaio 2007,
sentenza n. 49
Discariche rifiuti
Procedimento autorizzatorio e valutazione degli
aspetti ambientali e sanitari per la
localizzazione delle discariche
In tema di autorizzazione alla realizzazione di
una discarica di rifiuti, la valutazione degli
aspetti ambientali e sanitari deve essere
esternata sin dal primo atto della sequenza
procedimentale che conduce alla concreta
realizzazione della discarica; di guisa che la
motivazione deve riferirsi alla fase
dell'approvazione del progetto generale dell'
impianto, con particolare riguardo alla congruità
della sua localizzazione (Cons. St., Sez. V, 1347
del 30 settembre 1998). Pres. Adamo, Est. Ferlisi
– D.B. (avv. Palermo) c. Comune di Trapani (avv.
Ciaravino).
T.A.R. SICILIA, Palermo, Sez. III – 11 gennaio
2007, n. 49 Discariche rifiuti
Bilanciamento di interessi contrapposti – Tutela
dell’ambiente e smaltimento dei rifiuti
Aree nelle quali le discariche non devono essere
“normalmente” localizzate
La localizzazione delle pubbliche discariche è
essenzialmente basata su di un “bilanciamento” di
interessi contrapposti (la tutela dell’ambiente,
da un lato, ed il necessario smaltimento dei
rifiuti, dall’altro) ed il sottostante sillogismo
logico-giuridico non può che definirsi in termini
di “relatività”, ossia di verifica della
compatibilità tra gli interessi suddetti (o, se
si vuole, in termini di massimo risultato di
efficienza nello smaltimento e di minimo
sacrificio dei valori ambientali e naturalistici
coinvolti nel caso concreto). In tale ottica, la
localizzazione di una discarica si pone come
determinazione amministrativa basata in massima
parte su valutazioni di puro merito, come tali
riservate all’esclusiva ponderazione
dell’amministrazione agente e dei suoi organi
tecnici. La scelta è sindacabile solo se fondata
su accertamenti tecnici inattendibili o comunque
in netto contrasto con le esigenze rappresentate
in conferenza di servizi o con le risultanze
istruttorie (T.A.R. Puglia, Lecce, 25 marzo 2002,
n. 820). Quanto detto vale a maggior ragione per
le discariche di rifiuti inerti, per le quali
l’Allegato I del D.Lgs 13 gennaio 2003, n. 36,
attuativo della direttiva 1999/31/CE, specifica i
connotati delle aree nelle quali “non devono
essere normalmente localizzate”. L’uso
dell’avverbio “normalmente” lascia, con ogni
evidenza, alla P.A. un adeguato spazio di
discrezionalità volto a bilanciare l’indubbio
interesse pubblico alla tutela dell’ambiente con
l’altrettanto pregnante (e talvolta
drammaticamente urgente) interesse pubblico allo
smaltimento dei rifiuti. Pres. Adamo, Est.
Ferlisi – D.B. (avv. Palermo) c. Comune di
Trapani (avv. Ciaravino).
T.A.R. SICILIA, Palermo, Sez. III – 11 gennaio
2007, n. 49
Nelle discariche pubbliche del Regno Unito installate telecamere per controllare quantità e qualità dell’immondizia gettata
Nelle discariche pubbliche del Regno Unito
installate telecamere per controllare quantità e
qualità dell’immondizia gettata
Fonte: E-gazette http://www.e-gazette.it
Il Grande Fratello Spazzino: contro gli abusivi
in Inghilterra telecamere anche in discarica
Oltre quattro milioni di telecamere non bastano
ancora per spiare 24 ore su 24 la vita dei
sudditi di Sua Maestà: nuovi dispositivi a
circuito chiuso stanno spuntando nelle discariche
pubbliche del Regno Unito per controllare
quantità e qualità dell’immondizia gettata via.
Intanto, la polizia pensa a dotare di microfoni
le telecamere esistenti per captare ogni parola
“sospetta”. Cinque autorità locali in Gran
Bretagna hanno già installato gli apparecchi
elettronici nelle discariche comunali, l’unico
luogo dove è possibile fare la raccolta
differenziata. Con il nuovo sistema si può vedere
di quale tipo e quanta immondizia getta via una
persona e registrare il numero di targa della sua
macchina.
L’intento è incentivare la raccolta
differenziata, per poter poi riciclare i rifiuti.
Le nuove misure però non piacciono al partito
conservatore, che grida allo scandalo. Secondo il
ministro ombra per la solidarietà sociale,
Caroline Spelman, “è un modo di procedere molto
in stile Grande Fratello e avrà un impatto
negativo sullo smaltimento dei rifiuti.
Incoraggerà l’abusivismo perché la gente cercherà
in tutti i modi di minimizzare la spazzatura
prodotta”. Per il parlamentare conservatore Paul
Baresford, invece, “l’intero tentativo di indurre
la gente a riciclare si è trasformato in uno
stato di polizia sull’immondizia. È difficile
credere agli ultimi sviluppi”.
L’installazione delle nuove telecamere è stata
proposta dall’ente parastatale Wrap (Waste and
resources action programme), incaricato di
progettare nuovi piani per lo smaltimento
dell’immondizia. Il Wrap ha anche suggerito di
ritirare la spazzatura nei bidoni delle case
soltanto una volta ogni quindici giorni per
persuadere la gente ad andare nelle discariche
pubbliche, dove si stanno installando le nuove
telecamere. E mentre gli occhi dello Stato
crescono, a breve potrebbero spuntare anche le
orecchie. Polizia, autorità locali e vertici dei
trasporti urbani stanno pensando di aggiungere
microfoni alle televisioni a circuito chiuso già
esistenti in tutto il Regno Unito.
Con il nuovo sistema, gli agenti interverrebbero
non appena un dialogo fra due o più persone
pronunciato in luogo pubblico diventasse troppo
caldo. Uno scambio di battute a volume troppo
alto, un aumento repentino nella velocità di
parlare ed altri fattori indurrebbero
all’intervento immediato delle forze dell’ordine,
prima che la situazione possa degenerare. Il
sistema è stato sperimentato in alcune città
olandesi, ma secondo Graeme Gerrard, presidente
dell’unità di polizia che si occupa di
sorveglianza, “in Gran Bretagna ci sarebbero
parecchi ostacoli legali. Prima dovremo lanciare
un dibattito pubblico sulla ragionevolezza o meno
dell’uso della tecnologia per questi
fini”.
Impatto ambientale dell’effetto serra? Adattarsi è la strategia obbligata, perché non sarà possibile arrestare il fenomeno
Impatto ambientale dell’effetto serra? Adattarsi
è la strategia obbligata, perché non sarà
possibile arrestare il fenomeno
Fonte: Enel Ambiente
http://www.enel.it/attivita/ambiente
Lo afferma il climatologo Vincenzo Ferrara
(ENEA), secondo il quale i cambiamenti climatici
sono ormai inevitabili e, oltre ad azioni di
mitigazione, è ormai necessario adattarsi ai
nuovi scenari
Un taglio fino al 50% entro il 2050 delle
emissioni climalteranti. Secondo le ultime
indicazioni uscite dal vertice di Nairobi,
potrebbe essere questo il nuovo obiettivo alla
scadenza del 2012 per il proseguimento degli
impegni assunti con il Protocollo di Kyoto. Se ne
discuterà concretamente nel nuovo appuntamento
mondiale fissato per il 2008, ma, anche nell’
improbabile ipotesi che sia possibile una azione
così radicale, sarebbe sufficiente per
scongiurare la progressione del riscaldamento
globale terrestre?
Ne parliamo con Vincenzo Ferrara, climatologo
Enea, fino allo scorso mese Focal Point per
l’Italia presso l’ Intergovernmental Panel on
Climate Change (IPCC). Le emissioni di CO2 in
atmosfera sono in costante e progressivo aumento
e sono sempre meno coloro che mettono in dubbio
la relazione tra questa crescita con l’aumento
della temperatura terrestre ed i cambiamenti
climatici che ne conseguono. Il principale
problema dell’umanità ha, insomma, un nome
preciso: anidride carbonica. È così, dottor
Ferrara?
«È così, ma occorre fare qualche precisazione per
non generare allarmismi. Dal punto di vista
sanitario, l’attuale livello di concentrazione di
anidride carbonica in atmosfera non rappresenta
un rischio. L’anidride carbonica non è un
inquinante atmosferico e ne occorrerebbero
concentrazioni molto più elevate per cominciare a
dare un qualche problema di affanno respiratorio
ai gruppi di popolazione più critici, come gli
anziani o i bambini…».
Il rischio ambientale però esiste…
«In realtà, se la temperatura non cambia, la
concentrazione di anidride carbonica in atmosfera
non rappresenta un particolare rischio
ambientale. Alcuni ecosistemi, come quelli
vegetali, possono anzi trarre benefici da una
maggiore concentrazione di anidride carbonica,
che è in fondo un fertilizzante e favorisce la
fotosintesi clorofilliana. Il problema della
maggiore o minore concentrazione di anidride
carbonica sta altrove, e precisamente nel fatto
che si traduce in un problema di maggiore o
minore temperatura media globale. Anidride
carbonica e temperatura media globale sono
fattori, infatti, strettamente connessi tra loro,
come dimostrano ormai innumerevoli studi e, in
particolare, i dati paleoclimatici ottenuti dalle
carote di ghiaccio antartico. Mi lasci
aggiungere, però, che questa relazione non va
intesa in modo univoco».
Che cosa intende dire esattamente?
«Intendo dire che se per un qualsiasi motivo –
per esempio a causa delle attività umane –
aumentano le emissioni in atmosfera, aumenta di
conseguenza anche la temperatura media globale e,
come ulteriore conseguenza, aumentano
necessariamente anche le emissioni di anidride
carbonica provenienti dagli oceani e dalla
geosfera e, pertanto anche le concentrazioni
atmosferiche di anidride carbonica e, a loro
volta, la temperatura media globale e così via,
in un processo intrecciato di reazione a catena
divergente.
Questo processo, inoltre – è opportuno ricordarlo
– non riguarda solo l’anidride carbonica, ma si
ripropone esattamente negli stessi termini per
gli altri gas serra come il metano che, per
fortuna, è emesso in quantità notevolmente
inferiori. E dico “per fortuna” perché le
emissioni di metano sono notevolmente più
efficaci per aumentare la temperatura, avendo una
capacità di effetto serra 23 volte superiore a
quello dell’anidride carbonica ».
Oceani e geosfera giocano, dunque, un ruolo
cruciale in questa partita…
«Direi decisivo, perché oceani e geosfera hanno
concorso finora, fondamentalmente, ad abbassare
le concentrazioni di CO2 in atmosfera. Si calcola
che negli ultimi due secoli le attività umane
abbiano immesso in atmosfera un surplus di
anidride carbonica pari all’83% di quella che
c’era precedentemente, surplus che è stato
drasticamente ridotto a circa il 36% proprio
grazie all’azione di assorbimento dell’anidride
carbonica emessa ad opera degli oceani e della
geosfera. L’umanità, dunque, deve molto
all’azione svolta da questi fattori, ma non potrà
farci molto affidamento in futuro perché, mentre
le emissioni di anidride carbonica in atmosfera
sono in costante aumento, la capacità di
assorbimento di oceani e geosfera si sta
progressivamente riducendo».
Per quale motivo?
«Per due ragioni. Il primo è legato alla
temperatura. Mano a mano che questa cresce,
diminuiscono le capacità degli oceani di portare
in soluzione – e quindi di assorbire – l’anidride
carbonica atmosferica. In sintesi, l’acqua calda
è meno capace di assorbire anidride carbonica
rispetto a quella fredda. Non solo: se la
temperatura dell’acqua supera un certo valore
intervengono processi di degassazione, cioè
l’anidride carbonica già contenuta viene emessa e
non assorbita. Per motivi diversi, anche le
capacità della geosfera di assorbimento
dell’anidride carbonica diminuiscono perché i
fenomeni di respirazione, con emissione di
anidride carbonica, da parte degli ecosistemi e
dei suoli aumentano a ritmo più veloce dei
fenomeni di assorbimento».
E la seconda ragione?
«È legata a fenomeni di saturazione: anche se la
temperatura nel frattempo non aumentasse affatto
con l’aumentare delle concentrazioni atmosferiche
di anidride carbonica, l’assorbimento da parte
degli oceani e della geosfera non potrebbe
procedere all’infinito. Le acque oceaniche ad un
certo punto raggiungerebbero la saturazione e da
quel momento non sarebbero più in grado di
assorbire ed altrettanto accadrebbe con la
biomassa vegetale».
È necessario, dunque, intervenire prima che
questi processi vadano a compimento. Al vertice
di Nairobi, per la prima volta, sono stati
ipotizzati tagli drastici delle emissioni.
Saranno sufficienti per dare sogni più tranquilli
al futuro dell’umanità?
«Ritengo sia pericoloso farsi illusioni. Ma,
attenzione, non dico affatto che sia inutile
cercare di contrastare i cambiamenti climatici:
le azioni per la mitigazione del riscaldamento
globale terrestre restano fondamentali e
assolutamente prioritarie. Dico solo che, anche
nel caso diventassero immediatamente operative
misure drastiche ed eccezionali di taglio delle
emissioni antropogeniche di gas serra, non si
riuscirà comunque ad evitare che i cambiamenti
climatici già innescati possano ulteriormente
procedere».
Quello che afferma è sconfortante…
«Ma è realistico. È necessario allargare la
consapevolezza che, pur nell’incertezza degli
scenari, il clima è comunque destinato – di poco
o di molto, dipenderà dalle scelte concrete che
saranno effettuate – a cambiare. L’adattamento ai
cambiamenti del clima, che non è da intendere
come strategia alternativa a quella della
mitigazione, è un processo assolutamente
necessario. Alcuni paesi in Europa, come la Gran
Bretagna, l’Olanda, il Belgio, la Finlandia si
stanno già avviando su questa strada elaborando
strategie e piani di adattamento nazionali. Ma
questi piani saranno tanto più efficaci quanto
più incisive saranno state le misure di
mitigazione che nel frattempo sono state
adottate».
Cosa intende esattamente per strategia di
adattamento?
«L’adattamento ai cambiamenti del clima significa
in sostanza la messa a punto di programmi, azioni
e misure tali da minimizzare le conseguenze
negative che si profilano. Tali, cioè, da ridurre
la vulnerabilità territoriale e quella
socio-economica ai cambiamenti del clima. Ma
nello stesso tempo questi interventi devono
essere anche tali da saper cogliere e sfruttare
le nuove possibilità di sviluppo socio-economico
che dovessero sorgere a causa dei cambiamenti
climatici e dei suoi effetti».
Passa per un imbuto assai stretto il percorso che
indica…
«Ma è l’unico percorso possibile. Occorre
aumentare ovunque le capacità di adattamento. I
Paesi industrializzati sono certamente i più
attrezzati per farlo e spetterà ad essi assumersi
l’onere di una maggiore cooperazione
internazionale. Non va dimenticato, tra l’altro,
che le conseguenze più rilevanti dei cambiamenti
climatici colpiranno in particolare quelli che
già oggi sono i Paesi più poveri.
Paradossalmente, infatti, i Paesi
industrializzati - che fino ad oggi sono stati i
maggiori responsabili delle emissioni di gas
serra - non saranno, secondo le proiezioni
future, quelli che subiranno le maggiori
conseguenze negative dai cambiamenti climatici.
Anzi, alcuni di loro potrebbero ricavarne
benefici».
Quali?
«Penso, in particolare, ai vasti territori del
Canada settentrionale, dell’Alaska, della
Groenlandia e della Siberia. Tutte queste terre,
che sono oggi inospitali e ricoperte di ghiaccio
per gran parte dell’anno, diventerebbero suoli
agricoli od aree abitabili ed utilizzabili per
moltissime attività. Viceversa i Paesi africani e
gran parte di quelli dell’America Latina vedranno
purtroppo sconvolte le loro già fragile economie
da questi fenomeni. Aiutarli sarà un obbligo
morale e richiederà uno sforzo sul piano della
cooperazione internazionale senza precedenti». a
cura di Quintino Protopapa