09 dicembre 2007

CLIMA; BALI;TRATTATIVA A OLTRANZA,ORE DECISIVE ROAD MAP

(ANSA) - NUSA DUA-BALI (INDONESIA), 14 DIC - Lunga trattativa a Bali, alla 13/a Conferenza internazionale Onu sui cambiamenti climatici (Cop13), per mettere a punto la road map che dovra' portare, nel 2009 a Copenaghen, a un nuovo accordo taglia emissioni alla scadenza del protocollo di Kyoto, dopo il 2012. Sull'isola indonesiana due notti di negoziati con continui stop and go. Nodi caldi, la citazione, nel documento finale, del rapporto degli scienziati del panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) e l'inserimento dei ''numeri'' dei tagli delle emissioni per i paesi industrializzati, 25-40% al 2020 rispetto ai livelli del '90. Su questo fronte Ue, Onu, Australia, Presidenza Indonesiana e Piccoli Stati. Contro ogni ipotesi di cifra in prima linea gli Stati Uniti, e, con loro, Canada, Giappone e Russia. India e Cina non si mettono di traverso ai numeri e sono disposte anche a spingersi a tagli del 50% di emissioni al 2050 ma sottolineando che la responsabilita' tocca sempre ai paesi industrializzati. La sorpresa della prima notte di trattative, tra giovedi' e venerdi', e' stata la Russia per la quale il riferimento al range dei tagli dei gas serra del 25-40% e' solo uno degli scenari contenuti nell'ultimo rapporto degli scienziati del panel intergovernativo Ipcc mentre la Russia vorrebbe inserire tutto il rapporto. Un'operazione per lasciare tutte le porte aperte al summit di Copenaghen. Posizione che la notte di venerdi' sembrava poi essersi ammorbidita. Ai negoziati di venerdi' l'Ue ha chiamato a raccolta i ministri dell'ambiente. In un primo coordinamento e' stato deciso di alzare il livello della trattativa coinvolgendo i premier dei diversi Paesi. Il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ha chiamato il presidente del Consiglio, Romano Prodi a Bruxelles ''per un intervento ad alto livello''. Alla ripresa notturna, un nuovo coordinamento dei ministri dell'Ue dove l'Italia ha ribadito la richiesta di tenere duro ''su obblighi concreti e misurabili'', ha detto il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio che, in merito alla situazione dei negoziati ha sottolineato ''l'andamento fortemente ridotto dal ruolo frenante degli Stati Uniti che stanno riducendo la portata delle concessioni piu' rilevanti''. ''Stiamo cercando comunque di raggiungere un accordo''. ''Si mettano gli Stati Uniti - ha concluso il ministro - di fronte alle loro responsabilita''. Il tutto, quindi, e' ancora in mano ai negoziatori. Per la decisione finale l'assemblea plenaria e' stata convocata domani mattina (quando in Italia e' ancora notte) quando si attende anche l'arrivo del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. (ANSA). GU

CLIMA: ALLARME COSTE, 150 MILIONI SOTT'ACQUA AL 2070

(ANSA) - ROMA - Allarme inondazioni lungo le coste del Pianeta. Da qui al 2070 almeno 150 milioni di persone rischiano di finire sott'acqua per gli uragani sempre piu' potenti e per l'innalzamento del livello del mare, piu' di tre volte del numero attualmente esposto al rischio. E i costi saranno parabolici: 35 mila miliardi di dollari contro i 400 miliardi di oggi. Sotto minaccia soprattutto le grandi citta' costiere dell'Asia ma anche Miami e New York. I numeri dell'emergenza sono contenuti nel rapporto pubblicato dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) reso noto oggi in occasione della 2/a giornata della 13/a Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici in corso a Bali, in Indonesia, fino al 14 dicembre, che riunisce 190 paesi e vede la partecipazione di 10.000 persone.
E da Bali arriva la notizia che sono due le decisioni gia' prese dai delegati: la prima riguarda la creazione di un gruppo di lavoro con il compito di stabilire un calendario per i negoziati dopo Bali; la seconda ha dato mandato a uno dei due organismi permanenti della Convenzione sui cambiamenti climatici di monitorare la buona riuscita del trasferimento di tecnologie dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo. E mentre si cerca la strada per il post Kyoto e si cerca di vincolare la riduzione dei gas serra, le notizie sulle emergenze planetarie sono sempre piu' preoccupanti, come emerge dallo studio Ocse sulle inondazioni. Nove delle dieci citta' piu' a rischio, si afferma nel rapporto, sono asiatiche. Insieme a loro Miami, in Florida, al 9/o posto. In testa alla classifica Calcutta e Bombay (India), Dacca (Bangladesh) e Canton (Cina), Ho Chi Minh City (Vietnam), Shangai (Cina), Bangkok (Thailandia), Rangoon (Birmania), quindi Miami e, 10/a, Wai Phong (Vietnam). New York e' 17/a nella classifica del rischio.
Per quanto riguarda le perdite economiche, il 90% dei danni e' concentrato in una ventina di citta' di otto paesi (Cina, Usa, India, Giappone, Olanda, Thailandia, Vietnam e Bangladesh): Miami e Canton sono in testa per i costi dell'emergenza ma in classifica per perdite economiche all'8/o posto Tokyo, Hong Kong (9/a), New Orleans (12/a) seguiti da Amsterdam e Rotterdam. Il rapporto si fonda su un'ipotesi di innalzamento del livello degli oceani di 50 centimetri al 2070. Emergenze ambientali che significano anche esodi di massa. ''E' urgente riconoscere la categoria degli sfollati ambientali nei trattati internazionali e investire nella mitigazione dell' effetto serra nei Paesi piu' poveri'', ha detto Legambiente. L'associazione ha ricordato che l'ultimo rapporto dell'Ipcc (Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici) afferma che entro la meta' di questo secolo 200 milioni di persone rischiano di diventare permanentemente sfollati per cause ambientali. (ANSA).

Gestione risorsa idrica: come mai i cittadini non entrano in Publiacqua Spa?

fonte:www.greenreport.it
FIRENZE. Quanto contano i piccoli comuni all’interno degli Aato (Ambiti territoriali ottimali)? Quanto gli Aato riescono a “pesare” ed a svolgere la loro funzione di indirizzo e controllo nei confronti del soggetto gestore del servizio idrico integrato? Che ruolo hanno i consigli elettivi? Domande pertinenti cui tenteremo di dare qualche risposta in un quadro ancora non definito. In Toscana non c’è ancora una legge sui servizi pubblici locali (che comprende anche il servizio idrico) e il patto tra governo della regione e categorie economiche e sociali sta incontrando molte difficoltà.
Un’altra interessante domanda poi viene posta dai Verdi di Impruneta (Fi): «Ma che fine ha fatto l´azionariato degli utenti in Publiacqua?». Il partito del Sole che ride è preoccupato dall’accordo sottoscritto nelle scorse settimane per la costituzione di una nuova società destinata a divenire il gestore unico dei servizi idrici integrati negli Ambiti territoriali ottimali 2 , 3 e 6, mediante il conferimento, da parte di ciascuno dei tre gestori attuali, rispettivamente Acque SpA, Publiacqua SpA e Acquedotto del Fiora SpA, dei propri patrimoni aziendali. I Verdi però, per voce del consigliere comunale Vittorio Perini si soffermano sul mancato rispetto delle leggi in vigore.
«E´ stato dichiarato che la nuova società sarà partecipata per il 60% dai comuni (nel capitale sociale degli attuali tre gestori) e per il 40% da Acea (già oggi partner privato di minoranza dei gestori), senza però far riferimento alcuno alla presenza degli utenti del servizio nel capitale sociale della nuova società che si intenderebbe costituire». Perini poi precisa «A partire dal gennaio 2002 l´Ato 3 "Medio Valdarno", ha affidato il servizio idrico integrato alla società Publiacqua SpA, e successivamente all´affidamento l´assemblea dei soci Publiacqua ha provveduto a deliberare due aumenti del capitale sociale: il primo per circa 90 milioni di euro riservato ai comuni soci, ed un secondo ulteriore aumento per altri 60 milioni di euro, riservato in sottoscrizione al partner privato di Publiacqua SpA. La legge Galli ed il più recente D.Lgs 152/2006 (che ha abrogato la legge n° 36/1994) - ricorda il consigliere dei Verdi- prevedono che “nel caso di aumento del capitale sociale, una quota non inferiore al 10 per cento è offerta in sottoscrizione agli utenti del servizio" mentre in occasione degli aumenti di capitale di Publiacqua SpA, non risulta sia stata prevista una quota di azioni da riservate alla sottoscrizione da parte degli utenti del servizio, né che ciò sia avvenuto in una fase immediatamente successiva al fine di rispettare quanto stabilito dalla normativa».
Quindi Perini concludendo si rivolge direttamente al suo Sindaco rappresentante dell’Ato perché chieda chiarimenti in merito e affinché si adoperi per l’applicazione della norma suddetta «cosa che dovrebbe comunque essere definita prima di procedere alle prospettate operazioni di accorpamento o fusione tra le società che gestiscono i servizi idrici dei tre Ato».
Al di là della questione sollevata (comunque il patto tra i comuni che prevede l’accorpamento tra gli Aato 2,3,6 non convince sotto molti punti di vista, in primis quello ambientale perché non si tiene conto dei bacini idrografici), cerchiamo di dare sinteticamente qualche risposta alle domande iniziali che abbiamo posto. E’ necessario oggi incrementare la tutela della risorsa idrica, dell’ambiente e dei cittadini rafforzando il sistema di regolazione non svincolandolo e allontanandolo dalle esigenze dei territori: questa dovrebbe essere la prima preoccupazione delle istituzioni pubbliche. Rimane poi il problema centrale del modello attuale, dove i comuni costituiscono il soggetto regolatore che controlla e fanno parte anche del soggetto gestore, con evidente conflitto di interessi.
Sia a livello locale che nazionale c’è necessità di un controllo indipendente ed autorevole. A livello locale è necessario avere un soggetto regolatore ristretto, indipendente che abbia capacità tecniche acclarate non solo amministrative e che sia in contatto diretto con i sindaci e consigli comunali che devono rendere conto alle assemblee elettive. Inoltre sono necessari anche “luoghi” dove poter ascoltare cittadini e le loro associazioni in termini di qualità del servizio, di tariffe ma anche in termini di pianificazione, di investimenti e di ricadute ambientali degli stessi. Su questi ultimi aspetti nell’ultima bozza del Patto per lo sviluppo e la qualificazione dei servizi pubblici locali della Regione Toscana sono contenute risposte a nostro avviso condivisibili.

Etica e politica. RAPPORTO UE. Oltre trecentomila esemplari in più rispetto al 2002, raddoppiato il numero di animali per i test cosmetici

Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI http://www.galileonet.it
Oltre trecentomila esemplari in più rispetto al 2002, raddoppiato il numero di animali per i test cosmetici: la Commissione Europea fa il punto sull'utilizzo di animali nella ricerca
Oltre 12 milioni di animali sono stati impiegati a fini sperimentali in Europa nel corso del 2005, il 3,2 per cento in più rispetto al 2002. La sola Italia ne ha utilizzati quasi 900mila, posizionandosi al quinto posto della classifica dopo Francia, Regno Unito, Germania e Grecia. Sono i nuovi dati del rapporto sull’uso di animali nella ricerca pubblicato dalla Commissione europea, che per la prima volta fa riferimento ai 25 stati membri di due anni fa.
Nonostante i buoni propositi dell’Unione europea di incentivare il ricorso a metodi alternativi - ricerca su cellule e tessuti coltivati in vitro, studi epidemiologici, modelli matematici- il numero di animali usati nelle sperimentazioni è aumentato, con oltre 339mila esemplari in più (il 3,2 per cento) rispetto a quelli contati nel precedente rapporto del 2002 (incremento riferito ai soli paesi dell'"Europa dei 15"). A preoccupare è soprattutto il fatto che le cavie utilizzate per i test cosmetici è più che raddoppiato (un aumento del 107 per cento), Francia in prima linea con 5.500 esemplari. Un dato allarmante, secondo Roberta Bartocci, tra i responsabili della Lega anti vivisezione (Lav), se si considera il divieto che entrerà in vigore a partire dal 2009 di effettuare test cosmetici su animali per i singoli ingredienti, e il bando totale dell’uso di animali a fini cosmetici al 2013, termine che rischia di essere prorogato.
Tra le varie specie impiegate in tutti gli ambiti della ricerca ci sono più di 24mila cani, oltre 312mila conigli, quasi 650mila uccelli e circa 10.500 primati, il cui numero ha fatto registrare un aumento del 5 per cento (anche se nessuna grande scimmia è stata utilizzata). È cresciuto, dice il rapporto, anche il numero degli altri mammiferi, soprattutto furetti, conigli e topi. Per quanto riguarda gli ambiti, oltre 231mila sono gli animali su cui si eseguono test di tossicità.
È necessaria, sostiene la Lav, la revisione della direttiva 609 del 1986, che regola la sperimentazione animale, in programma nei prossimi mesi. Tra le richieste dell’associazione, un decreto per rendere obbligatorio l’impiego dei metodi alternativi disponibil, il divieto di dissezione animale nelle scuole primarie e secondarie, il finanziamento della legge sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale e per la riconversione dei laboratori che utilizzano animali in laboratori che usano metodi alternativi. Riguardo all’Italia, la Lav chiede al governo di attuare un piano nazionale per l’abolizione dei test su animali e il varo di un Istituto italiano per i metodi alternativi, collegato al Ministero della salute e della ricerca, che stili e aggiorni un registro ufficiale dei metodi sostitutivi utilizzabili a livello nazionale. (r.p.)

Lo stallo di Bali: russi e americani contro Europa e paesi poveri

fonte:www.greenreport.it
di Umberto Mazzantini
Lo aveva annunciato ieri notte uno stremato Yvo de Boer, il segretario della Conferenza di Bali: «I negoziati potrebbero crollare come un castello di carte». A un giorno di distanza il castello forse non è crollato, ma la discussione di alto livello si è incagliata nelle secche dello scontro tra Unione Europea, Usa ed i loro alleati, ai quali si è aggiunta una Russia che fino agli ultimi giorni era stata stranamente in disparte, impegnata risolvere le sue strane elezioni a partito semi-unico.
Stati Uniti, Giappone, Canada, Australia e Russia si oppongono all’inclusione di una clausola vincolante per un tagli di emissioni di gas serra dal 25% al 40% nei Paesi industrializzati entro il 2020, rispetto ai livelli del e 1990. Sarebbe invece fatto l’accordo sul trasferimento ai Paesi in via di sviluppo di tecnologie per combattere il global warming. Stamattina aveva sollevato qualche speranza una dichiarazione della delegazione russa, riportata da Ria-Novosti, che annunciava un probabile accordo, in particolare sui limiti delle concentrazioni di gas serra in atmosfera. Secondo Alexandre Bedritski, direttore del Servizio federale russo di idrometeorologia e presidente del Wmo, Le parti sembrano prossime ad un compromesso concernente la necessità d´agire in favore di una stabilizzazione ad un livello minimale della concentrazione di gas serra. Si tratta di fissare una norma limite a 490 ppm equivalenti di CO2, contro le 380 ppm di oggi. E’ un obiettivo assai ambizioso. Corrisponde all’obiettivo posto dall’articolo 2 della Convenzione quadro della Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: stabilizzare le emissione di gas serra in maniera che non esercitino un impatto irreversibile sul clima».
Ma i russi aggiungevano, in polemica con l’Ue, che gli impegni presi dagli Stati devono corrispondere alle loro reali possibilità «l’esperienza dimostra che la fissazione di regole artificiali ed uguali per tutti non porta a nulla di buono: I Paesi sono semplicemente incapaci di applicarle e le loro dichiarazioni restano lettera morta». Insomma, la conferma della posizione Usa, facciamo pure l’accordo al più basso livello, ma poi ognuno si comporta come vuole. L´UE, appoggiata dai Paesi più poveri e dai piccoli Stati insulari, spera ancora di concludere la maratona di Bali (che doveva tagliare il traguardo alle 11 di oggi) termini con un accordo vincolante, ma Washington respinge la proposta affermando che potrebbe pregiudicare i negoziati sul post-Kyoto. Ed a nulla sembrano essere servite le accuse di Al Gore e i preoccupanti dati dell’Ipcc che servivano da base al mega-summit di Bali.
La pressione europea sugli Usa è arrivata fino a minacciare di boicottare la conferenza sul clima che gli stessi Usa hanno convocato per il prossimo inverno alle Hawai: «Nessun risultato a Bali – ha detto Sigmar Gabriel, uno dei rappresentanti dell’Ue e della Germania – significa che non ci sarà la Conferenza delle principali economie. E’ una posizione chiara dell’Ue. Non sapremmo di cosa discutere se non c’è l’obiettivo».
Anche la nuovamente filoamericana Francia ha chiesto agli Usa di ridurre le loro emissioni di CO2, annunciando che altrimenti sarà «reticente nel prendere parte alla conferenza delle Hawai» alla quale gli Usa hanno invitato le 16 altre principali economie del mondo, tra le quali i Paesi europei, il Giappone, la Cina e l’India, per discutere un programma di riduzione volontaria dei gas serra. Alla richiesta di 40 Paesi di giungere ad una dichiarazione comune contro il cambiamento climatico la delegazione Usa ha risposto all’ultimo minuto con una nuova proposta che chiede di abbandonare gli impegni internazionali sui gas serra rimpiazzandoli con «obiettivi nazionali» dei vari Paesi. Un altro grande e importante Paese amico degli Usa, l’India, ha fatto sapere che la posizione americana è «inaccettabile». Critica anche la Cina.
Lo stesso segretario dell’Onu, Ban Ki-moon sta disperatamente cercando di ricucire una situazione parlando di «responsabilità politica e storica». Ma per russi e americani il taglio dei gas serra che vorrebbe l’Ue è solo uno degli scenari contenuti nell´ultimo rapporto dell’Ipcc e si vogliono tenere le mani libere per il summit del 2009 di Copenaghen che dovrà decidere sul post-Kyoto. «Siamo scandalizzati dell´asse Usa-Russia che si è venuto a creare a Bali ma, ancora di più – ha detto Mariagrazia Midulla, responsabile del programma clima del Wwf Italia – dalla pretesa dell´amministrazione Bush di ottenere il diritto allo spreco energetico. Nella notte si sono susseguite proposte provocatorie e, come diceva Al Gore, forse è il caso che i paesi di buona volontà lascino uno spazio vuoto per gli Usa da riempire successivamente».
Gli Usa «prendano esempio da paesi a economie emergenti come Cina Brasile e Sudafrica, che stanno dimostrando flessibilità e creatività – ha detto James Leape, direttore generale del Wwf internazionale – Lo stesso spirito vorremmo avere da parte degli Stati Uniti che con la loro azione mettono in pericolo gli impegni che essi stessi hanno raggiunto in merito a deforestazione, tecnologie e adattamento».

Aie: 200mila barili di petrolio in più al giorno nel 2008

fonte:www.greenreport.it
L’Aie, l´Agenzia internazionale dell´energia, ha reso note le sue stime riguardo all’andamento della domanda di petrolio. L’agenzia prevede che la crescita della domanda mondiale di petrolio sarà più di quanto atteso nel 2008, ovvero un aumento di 200 mila barili al giorno rispetto a quanto inizialmente previsto per complessivi 2,1 milioni di barili al giorno.
Nonostante le stime sulla crescita della domanda, per il quarto trimestre del 2007, siano scese a 1,3 milioni di barili al giorno, 200 mila barili al giorno meno di quanto inizialmente previsto, per i primi mesi dell’anno prossimo (100mila barili in più nel primo trimestre) e poi tendenzialmente per tutto l’anno, la domanda è destinata a salire.
L´incremento, secondo l’agenzia, è legato alla maggiore richiesta che viene dai paesi ad economia emergente. Stime confermate anche dai dati dell’Unione petrolifera, che segnala che a fronte del calo della domanda complessiva di energia il petrolio continua a indietreggiare tra le principali fonti di approvvigionamento: il suo contributo è infatti sceso al 43,3% (nel 1990 era al 57%) mentre il gas si attesta al 36,6%, i combustibili solidi al 9,2% e le fonti rinnovabili al 6% (-3,4% legata alla crisi idrica, contro un progresso che l´anno scorso era stato del 5%).
Fattore che ha determinato un risparmio nella bolletta petrolifera del 2007, su cui però il vero contributo l’ha dato l’euro forte sul dollaro, che nonostante l’aumento del greggio sino quasi a sfiorare i 100 dollari al barile, ha salvato la bolletta energetica nazionale, che è risultata inferiore di due miliardi rispetto alle previsioni di inizio anno.
Riguardo all’andamento dei consumi petroliferi, l’anno che sta ormai finendo ha registrato una contrazione per la quota di benzina, compensata però dall’aumento della domanda di gasolio; tanto che la domanda dei carburanti, nel complesso, si mantiene stabile. In tutto ciò il prezzo del gasolio, sempre più diffuso nel parco automobilistico italiano, è sempre più caro (tanto che il rincaro ha determinato le proteste dei camionisti dei giorni scorsi) e destinato presto a superare – avverte l´Up – quello della benzina.
Sull’andamento del prezzo del greggio nel prossimo anno l’Unione petrolifera è piuttosto ottimista e stima una quotazione che oscilla tra i 65 e i 70 dollari al barile. E se anche fosse reale questa quotazione dovrebbe comunque indurre a prendere misure drastiche per ridurre in maniera forte la dipendenza globale dalle fonti fossili. Ma le stime dell’Aie non sembrano indicare questa direzione, come pure i segnali di inversione di tendenza che arrivano dalla conferenza Onu di Bali, non lasciano presagire niente di buono.

CENTRALI a carbone e olio combustibile: l’ARSENICO PEGGIO DELL'AMIANTO, mancano i controlli

Fonte: Comitato NOCOKE di Tarquinia
Mentre nell'alto Lazio si continua a morire ed ad ammalarsi senza controlli, nonostante le numerose denunce, il Sen. Fernando Rossi ha presentato un'interrogazione al Presidente del Consiglio dei Ministri chiedendo di emanare con urgenza apposite direttive per salvaguardare la salute dei lavoratori e dei cittadini
Legislatura 15 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-02841
Atto n. 4-02841
Seduta n. 231
ROSSI - Al Presidente del Consiglio dei Ministri -
Premesso che:
secondo il Registro europeo di emissione degli inquinanti (EPER-INES) le centrali ad olio combustibile ed a carbone emettono nell'ambiente ogni anno numerose sostanze tossiche e, in particolare, centinaia e centinaia di chili di arsenico. Quest'ultimo viene veicolato da polveri di dimensioni migliaia di volte più piccole di una sezione di un capello;
gli effetti acuti dei composti inorganici di arsenico possono consistere in irritazioni: pelle, occhi, mucose; se inalato: tosse, dispnea, dolori al torace, laringite, bronchite, danni all'apparato respiratorio; se ingerito: debolezza, disturbi gastro-intestinali, crampi muscolari, cianosi, coma, convulsioni, paralisi, morte; neuropatie periferiche, epato e nefrotossicità;
gli effetti cronici dei composti inorganici di arsenico possono essere: congiuntivite faringite, ulcerazione e perforazione del setto nasale, iperpigmentazione e sensibilizzazione cutanea, ipercheratosi, disturbi respiratori, anemia, disturbi ematopoietici, danni cardiovascolari, neuropatie periferiche;
secondo il Centro Internazionale di ricerca sul cancro (IARC) l'arsenico può causare il cancro nell'uomo;
a livello comunitario, la protezione della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro è disciplinata dalla direttiva "quadro" 89/391/CEE e dalle sue direttive particolari che coprono settori specifici; in particolare vi è inoltre la direttiva 2004/37/CE che si applica alle attività in cui i lavoratori sono esposti o suscettibili di essere esposti ad agenti cancerogeni o mutageni derivanti dal loro lavoro;
a livello nazionale gli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626 delineano il contenuto ed i criteri di massima in base ai quali effettuare la sorveglianza medica in ambito lavorativo; inoltre, in particolare, l'art. 16 comma 1, codifica esplicitamente l'obbligo di effettuare "la sorveglianza sanitaria nei casi previsti dalla normativa vigente". La normativa attualmente in vigore prevede espressamente che la sorveglianza medica venga attuata nel caso di esposizioni ad amianto, piombo, rumore, ad agenti cancerogeni, ad ammine aromatiche, ad agenti biologici, a movimentazione manuale dei carichi, eccetera. La sorveglianza medica si rende cioè necessaria in tutte quelle attività lavorative che, sulla base di indicazioni epidemiologiche, hanno dimostrato di comportare dei rischi per la salute dei lavoratori;
l'esempio della conversione a carbone della centrale ad olio combustibile di Torre Valdaliga Nord di Civitavecchia, certificata EMAS nel 1998 e nel 2002, è lampante. Il controllo periodico per l'arsenicosi cronica non è avvenuto e non avviene nonostante che la dichiarazione INES dell'anno 2002, per la stessa centrale Torre Valdaliga Nord di Civitavecchia, riporti che nell'anno 2001 siano stati emessi nell'aria 287 chilogrammi di arsenico e che il carbone, futuro combustibile, contenga una quantità molto più elevata di questo cancerogeno. Di tale situazione di rischio di esposizione ai carcinogeni in ambiente di lavoro sono stati informati il Ministero del lavoro, il Ministero della salute, la Procura della Repubblica di Civitavecchia, la Direzione provinciale del lavoro, l'Ispettorato provinciale del lavoro di Roma, il Nucleo dei Carabinieri dell'Ispettorato del lavoro, la ASL RM F - Servizio di igiene e medicina del lavoro (Civitavecchia), la Confederazione generale italiana del lavoro, la Confederazione italiana sindacati dei lavoratori, l'Unione italiana del lavoro, la Commissione europea. A distanza di un anno, solamente la Commissione europea finora è intervenuta, confermando la necessità di un controllo dei lavoratori a rischio;
non risulta che le persone che hanno lavorato e lavorano nelle centrali a carbone o ad olio combustibile siano state e siano periodicamente sottoposte a screening per l'esposizione cronica all'arsenico, come la ricerca in un campione di capelli. Infatti, la negatività del dosaggio dell'arsenico nel sangue e/o nelle urine, prassi consolidata per la valutazione delle intossicazioni acute, può falsamente rassicurare le persone colpite da arsenicosi cronica,
si chiede di sapere:
se il Governo non ritenga opportuno provvedere ad emanare con urgenza apposite direttive affinché le persone che hanno lavorato e lavorano nelle centrali a carbone o ad olio combustibile, nonché i cittadini che abitano nella zone di caduta delle micropolveri, siano periodicamente sottoposte ad apposito screening che ricerchi le tracce di arsenico;
se il Governo non intenda rivalutare le proprie politiche energetiche, riducendo l'uso del carbone, perché è ricco di arsenico, dal momento che lo screening obbligatorio mette in evidenza le decine di migliaia di persone intossicate e di soggetti a rischio.
I No-Coke intervengono riguardo all'interrogazione del parlamentare "ci voleva un Senatore coraggioso per parlare del problema e lo ringraziamo, ma dove sono le altre istituzioni? Dove sono i controlli? Perché ci lasciano morire sapendo cosa accade in questi territori?"
CONTATTI: www.nocoketarquinia.splinder.com