05 agosto 2007

CLIMA: TEMPERATURA GLOBALE SALIRA' DAL 2009

(ANSA) - ROMA - Brutte notizie per il pianeta dal primo studio in grado di fare previsioni a breve termine: secondo un articolo pubblicato da Science, nei prossimi anni la temperatura media globale ricomincera' a salire dopo un'iniziale fase di rallentamento. I metereologi del centro ricerche sul clima di Exeter, in Gran Bretagna, hanno sviluppato un modello di previsione innovativo che combina i metodi utilizzati per le previsioni del tempo, quindi a pochi giorni, con quelli dei climatologi, che finora sono stati sempre proiettati su periodi molto lunghi. Il risultato e' stato che a partire dall'anno prossimo le temperature globali ricominceranno a salire, dopo essere state quasi costanti negli ultimi cinque anni. Almeno meta' degli anni tra il 2009 e il 2015 saranno piu' caldi del 1998, che attualmente rimane l'anno record, e nel 2015 la temperatura media sara' almeno mezzo grado superiore alla media degli ultimi 30 anni. La novita' del modello sviluppato dai ricercatori inglesi e' che per la prima volta si tiene conto anche dei fattori naturali, prima di tutto la variazione delle temperature degli oceani, oltre a quelli causati dall'uomo, per il riscaldamento globale:''Su una scala di 10 anni - spiega Doug Smith, che ha condotto lo studio - entrambi i fattori sono importanti, mentre guardando al 2100 come fanno i modelli tradizionali i primi diventano trascurabili''. Una conferma dell'influenza degli oceani sul clima viene da un altro studio, pubblicato da Nature: i ricercatori dell'universita' della Florida hanno scoperto che nel mezzo dell'oceano Atlantico il movimento delle correnti crea una turbolenza che sviluppa un'energia pari a quella di un piccolo reattore nucleare, che determina la temperatura della corrente del Golfo. ''Sappiamo che queste turbolenze sono uno dei fattori che influenzano il clima del pianeta - spiega Luis St Laurent, che ha condotto lo studio - e capirne il meccanismo ci aiuta nell'elaborare migliori modelli''. (ANSA).

CORALLI:PERSI 3MILA KM ANNO,5 VOLTE PIU' DI FORESTE

(ANSA) - ROMA, 10 AGO - La piu' grande riserva al mondo di coralli sta morendo, ad una velocita' cinque volte maggiore del declino delle foreste pluviali del pianeta. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Public Library of Science (Plos one), secondo cui ogni anno si perdono 3mila chilometri quadrati delle barriere degli oceani Pacifico e Indiano. I principali nemici dei coralli sono l'inquinamento e la pesca indiscriminata, a cui negli ultimi anni si sta aggiungendo l'aumento della temperatura dell'acqua. I ricercatori americani dell'universita' del North Carolina hanno elaborato in tre anni i dati di piu' di seimila studi compiuti tra il 1968 e il 2004 sulle barriere degli oceani Pacifico e Indiano, che racchiudono il 75% del patrimonio corallino mondiale. I risultati dell'elaborazione sono 'sorprendenti' secondo gli autori: i primi segni del declino dei reef risalgono gia' agli anni '60, anche se la prima accelerazione si e' avuta negli '80, durante i quali la perdita e' stata dell'1% l'anno. Dal 1990 in poi il fenomeno ha avuto una robusta accelerazione, passando alla cifra attuale del 2%, che corrisponde a 3168 chilometri quadrati l'anno. Non sono risparmiati dal fenomeno neanche le aree protette. "Questi risultati hanno implicazioni anche per l'economia - scrivono gli autori John Bruno e Elisabeth Selig - perché ogni chilometro quadrato di barriera genera centinaia di migliaia di dollari di entrate per le popolazioni locali".(ANSA).





In Italia la conferenza europea sul fotovoltaico

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MILANO. Si terrà in Italia, alla Fiera di Milano, dal 3 al 7 settembre prossimi, la ventiduesima conferenza ed esposizione europea sull’energia solare fotovoltaica. La Conferenza, patrocinata dalla Commissione Europea, dall’Unesco, dal World Council for Renewable Energy e dall´Associazione europea dell’industria fotovolatica, vuole essere un momento di dialogo e di scambio di informazioni sugli ultimi sviluppi in materia di ricerca e sviluppo delle tecnologie solari fotovoltaiche (Fv).
Durante la conferenza si discuterà di: Aspetti globali ed europei dello sviluppo del fotovoltaico; fotovoltaico avanzato; tecnologia delle celle fotovoltaiche e dei materiali e dei nuovi strati sottili e film; sistemi, componenti.
Alla 22° edizione della “European Photovoltaic Solar Energy Conference and Exhibition” parteciperanno oltre 3.000 addetti ai lavori, provenienti da 75 Paesi; parallelamente alla conferenza, 500 aziende presenteranno i propri prodotti in un’esposizione che coprirà un’area di oltre 30.000 metri quadrati (il doppio dell’anno scorso). Per la prima volta nei 30 anni di storia della Conferenza, ci sarà un evento italiano in aggiunta alla conferenza in lingua inglese. A questo evento nazionale, politici italiani, ricercatori e rappresentanti dell’industria discuteranno le prospettive italiane dell’energia fotovoltaica.



Albo gestori, per i trasportatori basta la richiesta dell´iscrizione

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di Eleonora Santucci
Il Comitato nazionale gestori ambientali con delibera del luglio 2007 precisa la validità temporanea della ricevuta della richiesta dell’iscrizione semplificata delle imprese all’albo: 6 mesi per le nuove e validità fino al 31 dicembre 2007 per quelle già rilasciate.
Il testo unico ambientale prevede l’iscrizione in via semplificata delle imprese che raccolgono e trasportano i propri rifiuti non pericolosi come attività ordinaria e delle imprese che raccolgono e trasportano i propri rifiuti pericolosi in quantità non superiori a 30 Kg o 30 litri al giorno.
Il che significa che per accedere all’iscrizione - presupposto necessario per esercitare attività di raccolta e trasporto - basta la semplice richiesta scritta alla sezione dell’albo regionale territorialmente competente e il pagamento annuale di una somma pari a 50 euro. La richiesta, infatti, non è soggetta ad una valutazione della capacità finanziaria e della idoneità tecnica. L’impresa non è tenuta alla nomina di un responsabile tecnico e non deve presentare le garanzie finanziarie.
Dunque la ricevuta consente in via prioritaria a queste imprese di svolgere attività di raccolta e trasporto nel periodo di attesa della emanazione del provvedimento formale di iscrizione o del provvedimento di divieto di prosecuzione.
Fino all’entrata in vigore del codice ambientale per le imprese che trasportavano rifiuti non pericolosi da loro stessi prodotti non vi era alcun obbligo di iscrizione all’albo. Vigeva il criterio della “terzietà” del trasportatore rispetto al rifiuto per cui il trasportatore di rifiuto non pericoloso, non prodotto da lui, non doveva iscriversi all’albo. Adesso l’esenzione è venuta meno anche a seguito della sentenza della Corte di giustizia europea del giugno 2005 contro l’Italia. Per la Corte, infatti, è trasportatore a titolo professionale sia colui che trasporta i rifiuti nell’esercizio dell’attività professionale, sia colui che, pur non esercitando attività di trasporto professionalmente trasporta rifiuti da lui prodotti nell’ambito della sua attività.
Ecco dunque perché un' azienda che trasporta, anche presso il proprio impianto rifiuti non pericolosi derivanti dalla propria attività deve essere iscritta all’albo.
L’iscrizione, in un certo senso, semplifica l’attività delle imprese che fanno della raccolta e del trasporto la propria professione. E’ un modo che può rendere più snella l’attività in questione e un primo tentativo di dare forma alla figura del trasportatore professionista.

Incendiari o piromani che dir si voglia, è il senso civico che ormai si è perso

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Più volte ci siamo fermati a riflettere sull’informazione ambientale, che arriva ai cittadini attraverso il filtro dei media tradizionali, dove difficilmente sono presenti giornalisti specializzati e formati. Un interessante contributo al dibattito su questo tema arriva dal magistrato Maurizio Santoloci, che è anche consulente del ministero dell’ambiente per quanto riguarda la revisione del Testo Unico.
Attraverso il suo sito Dirittoambiente.com Santoloci sottolinea che «un doppio grande equivoco terminologico imperversa nel linguaggio comune», ostacolando la reale comprensione del fenomeno-incendi, che in questi giorni sta devastando mezza Italia e che lo stesso magistrato non esita a definire terrorismo ambientale.
L’equivoco a cui si riferisce Santoloci riguarda i termini “forestali”, “guardie forestali” ed operatori del “Corpo Forestale dello Stato”, spesso usati erroneamente come sinonimi. «Va infatti ricordato – spiega nel suo editoriale - che in alcune Regioni sono assunti “operai forestali” (spesso in numero rilevantissimo) che sono dipendenti momentanei o stabili delle pubbliche amministrazioni locali destinati ad attività di rimboschimento, cura dei boschi ed anche a servizi antincendio. Sono personale civile, che non ha nessun collegamento con alcuna forza di polizia e tantomeno con il Corpo Forestale dello Stato che non c’entra nulla con tale realtà. Questi operai sono di fatto chiamati impropriamente “forestali”. Ed a volte in passato alcuni sono stati accusati o sospettati di aver appiccato il fuoco alla foresta che poi dovevano spegnere».
Il secondo equivoco riguarda le “guardie forestali” che in realtà non esistono. «E’ un termine improprio che non può indicare nulla – spiega ancora Maurizio Santoloci - Molti pensano che i “forestali” sopra citati, e cioè gli “operai forestali” siano “guardie forestali”: è un semplice equivoco terminologico…».
Dunque i cosiddetti “forestali” dei quali si parla ai tg e si scrive sui giornali sono operai, dipendenti fissi o stagionali di enti locali, personale civile e non di polizia, che ha come operato quello di piantare alberi, lavorare per il buon regime dei boschi ed eseguire attività contro gli incendi. Sono spesso tantissimi, non hanno nulla a che fare con il Corpo Forestale dello Stato o con un Corpi forestali regionali».
Poi ci sono i “piromani”. Altro termine che secondo Santoloci assolutamente improprio e fuorviante: «oggi chi appicca il fuoco ad un bosco ha un comportamento scientifico e volontario o comunque fortemente imprudente; si tratta dunque di soggetti che erroneamente vengono denominati “piromani” (termine che denota una malattia), ma che invece devono essere qualificati “incendiari”, ovvero dediti al delitto di incendio boschivo doloso (o colposo) previsto dal Codice Penale. Il termine “piromani” è assolutamente errato perché dà per scontato che chi appicca il fuoco ai boschi è un malato, un soggetto irresponsabile e maniacale. E così il fenomeno è liquidato come evento da psicologo o da psichiatra, ma non è affatto così: si tratta di “criminali incendiari” che agiscono in modo premeditato, intelligente, organizzato e con finalità ben precise per motivi speculativi o comunque di lucro di altro genere».
Una lezione di chiarezza per noi giornalisti che dobbiamo informare correttamente, nella speranza che chi invece deve controllare sappia farlo altrettanto correttamente, e che abbia a disposizione tutti quegli strumenti legislativi che chi decide dovrebbe mettere in atto, correttamente, senza troppi giochi di parole. Ma certo se ci si trova ad operare con un generale livello civico tendente allo zero, come abbiamo affermato nei giorni scorsi, la soluzione del problema si fa maledettamente difficile.


Oms: «La dengue malattia ecologica della globalizzazione»

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Per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) la dengue, conosciuta anche come febbre spacca ossa, «è un problema creato dall’uomo, legata a comportamenti umani» e l’Oms del sude-est asiatico si è appellata ai Paesi della regione perché agiscano rapidamente per «prevenire e contenere la diffusione di questa malattia virale trasmessa dalle zanzare».
Per Samlee Plianbangchang, direttore regionale dell’Oms nel sud-est asiatico, la dengue «è favorita dalla globalizzazione, dallo sviluppo urbano rapido e selvaggio, dalle basse capacità in riserve d’acqua e cattive condizioni sanitarie». Nell’ultimo anno il numero dei casi di dengue è in crescita in Indonesia, Myanmar e Thailandia. In Indonesia, i casi sono raddoppiati dopo il 2005, quando già 45.777 persone avevano ufficialmente contratto la malattia, ma è praticamente l’intero sud dell’Asia ed i Paesi del Pacifico a dover far fronte ad un aumento dei casi.
Il virus della dengue si propaga con la puntura della zanzare femmina Aedes, fino a poco tempo fa chiamata Aedes aegypti, che si riproduce in contenitori artificiali, nei contenitori di rifiuti mal gestiti e nelle acque stagnanti, tanto che l’Oms definisce la dengue e la febbre emorragica della dengue «malattie ecologiche» per le quali la prevenzione ha un ruolo particolarmente importante. Le zanzare sfruttano il commercio internazionale per spostarsi da un Paese all’altro e spesso da un continente all’altro, il caso più noto è quello degli pneumatici che ospitano, nei depositi di acqua che si formano al loro interno quando vengono stoccati all’aperto in attesa dell’esportazione, di intere colonie di zanzare viaggiatrici.
«Il controllo dei vettori, soprattutto della riproduzione delle zanzare nelle zone abitate, è imperativo per la prevenzione della dengue – ha detto Jai P. Narain, direttore per le malattie contagiose dell´Oms nel sud-est Asiatico - Questo necessita della piena partecipazione e della mobilitazione delle comunità e degli individui in ogni abitazione», soprattutto per quanto riguarda la gestione dei piccoli depositi di acqua potabile e piovana dove le zanzare depongono le uova.
Contrariamente alle zanzare che trasmettono la malaria, l’Aedes punge solo in pieno giorno. I sintomi sono blandi, spesso una leggera febbre, ma possono trasformarsi in una febbre emorragica anche letale.



Gestione acqua e rifiuti, l´Istat fotografa la spesa italiana

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La spesa nazionale per la gestione dei rifiuti, delle acque reflue e delle risorse idriche raggiunge complessivamente nel 2006 l’ammontare di 31.689 milioni di euro (circa il 2,1% del Pil). Lo dice l’Istat, che ha presentato la prima serie storica dei dati sulle spese dell’economia italiana nel periodo 1997-2006. La serie è calcolata secondo gli schemi del sistema di conti satellite delle spese ambientali Seriee, sviluppato in sede Eurostat. Questi conti descrivono le risorse economiche utilizzate per proteggere l’ambiente da fenomeni di inquinamento (emissioni atmosferiche, scarichi idrici, rifiuti, inquinamento del suolo, ecc.) e di degrado (perdita di biodiversità, erosione del suolo, salinizzazione, ecc.), nonché le spese sostenute per usare e gestire secondo criteri di sostenibilità le risorse naturali (acque interne, risorse energetiche, risorse forestali, fauna e flora selvatiche, ecc.).
La spesa nazionale comprende il valore dei consumi intermedi e finali dei servizi ambientali considerati, nonché gli investimenti realizzati dai produttori dei servizi stessi. Si tratta del principale aggregato che fornisce una misura complessiva della spesa sostenuta per soddisfare il fabbisogno corrente di servizi ambientali degli utilizzatori (consumi intermedi e finali di servizi ambientali) e per garantirne il soddisfacimento in futuro (investimenti dei produttori).
Il contributo più elevato a tale aggregato proviene dal servizio di gestione dei rifiuti, la cui spesa nel 2006 ammonta a 19.587 milioni di euro (l’1,3% del Pil). La spesa nazionale per la gestione delle acque reflue nel 2006 è di 3.178 milioni di euro (0,2% del Pil), mentre quella per la gestione e distribuzione delle risorse idriche raggiunge 8.924 milioni di euro (0,6% del Pil).
Dal 1997 al 2006 la spesa complessiva per i tre servizi considerati fa registrare un aumento del 60%, anche se negli ultimi anni assistiamo a una lieve flessione nel rapporto spesa ambientale/Pil. In termini assoluti invece la spesa per la gestione dei rifiuti cresce del 78%, la spesa per la gestione delle acque reflue cresce nel periodo esaminato del 24%, la spesa per la gestione delle risorse idriche del 43%.
Un altro dato significativo che emerge dallo studio dell’Istat è che In tutti e tre i settori ambientali la componente principale della spesa nazionale è rappresentata dai consumi, ossia dalle spese per la fruizione del servizio sostenute per le varie tipologie di utenze (civili e produttive, pubbliche e private); la componente degli investimenti, che assorbe la quota minore della spesa nazionale, è finalizzata alla sostituzione del capitale produttivo o al suo ampliamento ai fini del potenziamento quantitativo o qualitativo del servizio (erogare il servizio ad utenze non già soddisfatte, o aumentare la qualità del servizio).
Soffermandosi per esempio sulla questione dei rifiuti ciò significa quindi che se aumenta anno per anno la spesa in modo così evidente, ciç avviene o perché si diminuisce l´efficienza, oppure perché i rifiuti continuano ad aumentare. Ed evidentemente è vera questa seconda tesi, perché nonostante i proclami e gli obiettivi-stimolo, i dati relativi ai rifiuti crescono di anno in anno, almeno di pari passo col Pil.
Nei settori della gestione dei rifiuti e delle acque reflue sono i consumi intermedi delle imprese a costituire la quota maggiore della spesa nazionale (sono comprese anche utenze civili quali, ad esempio, esercizi commerciali o di ristorazione). In questi due settori i consumi intermedi rappresentano rispettivamente, nella media del periodo 1997-2006, il 59% e il 48% del totale della spesa nazionale. Nella gestione delle risorse idriche la quota maggiore è rappresentata dai consumi finali (pari in media al 48% del totale della spesa nazionale), i quali comprendono i consumi delle famiglie (utenze civili domestiche) e i consumi finali della Pubblica Amministrazione (PA) e delle Istituzioni sociali senza scopo di lucro al servizio delle famiglie (ISSL).
Per quanto riguarda gli investimenti per la realizzazione dei servizi ambientali, si pone all’attenzione una loro decisa crescita nella prima parte del periodo considerato fino al 2001, anno di picco cui segue un ridimensionamento dall’andamento. La crescita in questione fino al 2001, indicativa secondo l’Istat di un processo di internalizzazione dei servizi ambientali, appare più accentuata nel settore della gestione dei rifiuti che in quello della gestione delle acque reflue: nel 1997 gli investimenti dei produttori ausiliari nei settori della gestione dei rifiuti e della gestione delle acque reflue rappresentano rispettivamente il 10% e il 40% del totale; nel 2001 tali quote passano rispettivamente al 32% e al 72%.
Per quanto riguarda gli investimenti dei produttori specializzati, che hanno per attività principale la produzione di servizi ambientali per la vendita a terzi, l’Istat osserva nel complesso dal 1997 al 2006 un incremento pari al 39%, con un andamento crescente fino al 2003. All’interno di tale andamento si nota come la crescita del fenomeno nell’arco dell’intero periodo sia determinata in particolare da una crescita degli investimenti dei produttori privati (+75%) a fronte di una riduzione di quelli della PA e delle ISSL (-19%). Tale fenomeno, concludono gli analisti dell’Istat, è accentuato negli ultimi anni del periodo esaminato, ed è indice «sia di un progressivo processo di privatizzazione della produzione dei servizi ambientali considerati, sia di un emergente orientamento delle imprese private ad investire nel campo delle attività ambientali».

Kyoto ringrazia il letame delle mucche indiane

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Grazie agli escrementi delle vacche un progetto per le energie rinnovabili nel distretto North Kolar dello Stato del Karnataka, nell’India meridionale, ha aiutato gli abitanti dei villaggi ad utilizzare energia pulita e, nel contempo, usufruire di “accrediti” da rivendere nel mercato globale delle emissioni di carbonio.
A giugno il Bagepalli CDM Biogas Project ha addirittura ricevuto il prestigioso “World clean energy award” per le sue soluzioni innovarici di finanziamento per aver utilizzato il “Clean development mechanism” (Cdm) del Protocollo de Kyoto, che prevede che i Paesi industrializzati rispettino a i loro impegni di riduzione dei gas serra anche attraverso accordi per favorire lo sviluppo sostenibile dei Paesi in via di sviluppo, compensando le emissioni dei “ricchi”, che ricevono così “Certified emission reductions (CERs), con progetti che tagliano o evitano le emissioni dei “poveri” che, a loro volta, ricevono benefici dall’arrivo di fondi e tecnologie avanzate che aumentano l’efficienza energetica e generano poche emissioni.
Come spesso succede nei Paesi in via di sviluppo, anche stavolta le protagoniste dell’innovazione sono le donne che hanno fatto in modo che le famiglie dei villaggi passassero dai combustibili tradizionali (legname e cherosene) per uso domestico, al biogas. Questo ha prodotto un accredito di 3,6 CERs all´anno.
E’ servito un investimento di 1 milione e 100 mila euro costruire per migliorare subito la salute delle donne con la costruzione di 5500 impianti che convertono in biogas il letame delle mucche. Oltre a nuove entrate economiche, le famiglie che partecipano al progetto hanno migliorato la loro qualità della vita e diminuito fortemente, con la riduzione dell’uso del legname come combustibile, l’impatto sulle foreste già provate dall’aumento della siccità. Un metodo semplice, che prevede l’utilizzo di una materia prima molto disponibile: la cacca di mucca, che in India potrebbe essere esteso addirittura a 50 milioni di famiglie che oggi utilizzano cherosene molto inquinante, legna ed altre fonti poco efficienti di energia.

INCENDI:GIRO VITE ANTI-ROGHI, STRETTA SU CATASTO E DANNI

(ANSA) - ROMA - E' tolleranza zero contro gli incendiari. E' partito con la circolare inviata dal ministero dell'Ambiente a tutti i presidenti dei Parchi nazionali il ''blitz'' nazionale anti-roghi. Intanto si e' consumata l'ennesima tragedia con una vittima sulla Sila. Il primo fronte per fermare i criminali dei fuochi e' costituito dalle aree protette nazionali chiamate a costituirsi parte civile per ottenere ''condanne esemplari'' finora mancate del tutto all'appello. E la circolare voluta dal ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, firmata dal direttore generale della Direzione protezione natura, Aldo Cosentino, e trasmessa oggi via fax a tutti gli Ente Parco nazionali, anche quelli non interessati al fuoco, va in questa direzione. Ma c'e' di piu'. La circolare detta disposizioni per una stretta sul catasto delle aree bruciate e sui danni. Intanto il Wwf chiede di istituire una taglia da 100 mila euro sui criminali del fuoco mentre i Verdi propongono di piantare alberi con i soldi del risarcimento.

Ecco i punti qualificanti del piano anti-incendiari:
- CATASTO: Senza catasto gli Enti Parco saranno autorizzati a chiudere i rubinetti delle risorse finanziare. La circolare invita i presidenti delle aree protette nazionali a richiedere ai Comuni, ricadenti nei Parchi nazionali, ''il puntuale adempimento dell'obbligo di istituire e aggiornare annualmente il catasto delle aree percorse dal fuoco'', altrimenti l' attribuzione di risorse finanziarie da parte degli Enti Parco destinati a interventi a favore di questi comuni ''potra' essere subordinata'' a quest'obbligo per evitare che risorse degli Enti Parco possano essere utilizzate per finanziare interventi da parte dei Comuni che, senza catasto, potrebbero, potenzialmente, porsi vanificare il potere deterrente dei divieti.
- PARCHI PARTE CIVILE: I Parchi nazionali dovranno ''promuovere ogni urgente idonea azione'' per garantire ''l'attivazione'' o la ''partecipazione'' in ''ogni azione per danno ambientale promossa contro i soggetti ritenuti responsabili di tali eventi'' anche mediante ''la costituzione di parte civile da parte dell'Ente parco stesso''
- NUCLEI VALUTAZIONE DANNI: Il ministero dell'Ambiente invita i Parchi a creare nuclei tecnici ad hoc ''per la quantificazione dei connessi danni ambientali'' per colpire anche i mandanti - PENE IN VIGORE: Da sette anni l'incendio doloso e' diventato reato penale si rischiano fino a 10 anni di carcere, con un' aggravante se le fiamme colpiscono un'area protetta. Non c'e' nessuna condanna definitiva
- 1 COMUNE SU 3 NON FERMA I ROGHI: Da un rapporto Legambiente - Protezione Civile risulta che piu' di un comune su tre di quelli colpiti dagli incendi non fa praticamente nulla e appena il 24% dei comuni interessati dal fenomeno realizza il catasto. Solo il 6% applica pienamente la legge-quadro
- TAGLIA DA 100 MILA EURO: Il Wwf si costituira' parte civile al fianco degli enti dei Parchi italiani e propone di dare inizio ''a una vera e propria caccia ai criminali del fuoco: 'piromani wanted', con un premio di 100.000 euro per chi denuncia e li fa assicurare alla giustizia''.
- ALBERI CON I RISARCIMENTI: I Verdi chiederanno di costituirsi parte civile contro gli incendiari e si impegnano a utilizzare le somme ricevute per acquistare alberi da ripiantare nelle aree incendiate, propone Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera
- REAZIONI: ''Il catasto e' necessario per bloccare gli speculatori'', ha detto il presidente della Commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano. Il deputato di An, Fabio Rampelli, invita Pecoraro a fare ''anche autocritica perche' quest'anno la campagna di prevenzione contro gli incendi e' stata ridicola''. Per il senatore dell'Ulivo, Nello Palumbo, componente della Commissione Antimafia ''bisogna puntare sulla prevenzione''. Francesco Emilio Borrelli, assessore ai parchi della Provincia di Napoli, ha annunciato la richiesta per la costituzione della Provincia come parte civile contro gli incendiari. (ANSA).

INCENDI: IL LUGLIO PIU' DISASTROSO IN EUROPA

(ANSA) - ROMA - Incendi, mai un mese di luglio cosi' disastroso. E' l'Ue a dirlo con dati alla mano. A stagione dei fuochi appena iniziata, sono gia' 3.376 i chilometri quadrati colpiti, contro i 3.585 di tutto il 2006. Il luglio di quest' anno vanta il record di incendi finora registrati. Le stime sono di EFFIS, il sistema di segnalazione allerta ed informazione della Commissione, che mette a disposizione una metodologia rapida di valutazione delle conseguenze. Gia' in giugno era stato lanciato l'allarme per i potenziali rischi in Grecia, Cipro, Bulgaria, Croazia. Che si sono puntualmente verificati in luglio con incendio che hanno colpito anche Spagna e Italia. In questi paesi le immagini satellitari, che rilevano sulle mappe le aree bruciate maggiori di 50 ettari, mostrano che gli incendi hanno interessato una superficie totale di 2.229 Km2. Nella valutazione dell'EFFIS mancano ancora, inoltre, i dati relativi ad alcuni paesi, come Albania e Turchia, in cui si sono verificati incendi di vaste proporzioni. Oltre a produrre le valutazioni dei danni e delle superfici bruciate, l'Effis funziona come centro di allerta rapido, con un servizio che rappresenta una specie di bollettino meteorologico sugli incendi boschivi: ogni giorno, fra il primo febbraio e il 31 ottobre, invia le proprie previsioni per il giorno dopo, localizzando le aree a rischio, alla Protezione civile e ai servizi forestali di tutti gli Stati membri. Il servizio e' basato su un sistema di mappatura meteorologica e satellitare sviluppato dal Centro comune di ricerca (Jrc) della Commissione europea. (ANSA).

AMBIENTE:BANCA EUROPEA SVILUPPO,976 MLN A PROGETTI ECOLOGICI

(ANSA) - ROMA, 6 AGO - L'anno scorso la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha erogato considerevoli fondi a favore dell'ambiente. Secondo la relazione sull'attivita' del 2006, i finanziamenti concessi dalla banca sono stati pari a 4.9 miliardi di euro. Di questi i 976 milioni stanziati per progetti di miglioramento e sviluppo dell'ambiente sono stati ripartiti in un budget di 872 milioni per progetti di sviluppo, inclusa l'efficienza energetica, la valorizzazione delle rinnovabili e la realizzazione di infrastrutture urbane (18% del totale); 104 milioni sono stati erogati per progetti di risanamento ambientale. In particolare i finanziamenti a alto contenuto energetico, compresi quelli di valorizzazione e sviluppo delle rinnovabili, hanno ricevuto finanziamento che ammonta a 398 milioni; 307 milioni sono stati destinati alla realizzazione di infrastrutture di servizio: riscaldamento, rifornimento idrico, depuratori, rifiuti solidi e trasporti urbani; 377 milioni sono stati investiti nella promozione di interventi di risanamento nel manifatturiero (miglioramenti ambientali). E 71 milioni sono stati destinati a programmi di efficienza energetica mentre ammontano a 26 milioni i fondi per le biomasse e l'energia da fonti agricole. (ANSA). XLO

CLIMA: USA, BUSH ANNUNCIA CONFERENZA INTERNAZIONALE IL 27/9 (2)

(ANSA) - WASHINGTON, 3 AGO - Alla 'Kyoto' americana di Washington la Casa Bianca ha invitato i seguenti Paesi: le istituzioni dell'Unione Europea (nella persona del presidente della Commissione) e Onu, piu' Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna. Quindi Giappone, Cina, Canada, India, Brasile, Sud Corea, Messico, Russia, Australia, Indonesia, Sudafrica. In una lettera inviata ai primi ministri dei Paesi interessati, Bush scrive di essere ''lieto di invitare la vostra Nazione insieme a quelle economicamente piu' sviluppate per partecipare a un meeting internazionale sul clima''. (ANSA). CLE

Quelli nel cassonetto della differenziata non sono rifiuti da imballaggi

di Eleonora Santucci
FONTE:http://www.greenreport.it
La carta, il cartone, il vetro, la plastica e le lattine contenute nella campana della raccolta differenziata non sono rifiuti da imballaggio perché l’imballaggio non può “tout court identificarsi con il materiale da cui è formato”. Lo ha affermato il Tribunale amministrativo di Catania con sentenza 694 del 2007.
Con tale pronuncia il tribunale respinge il ricorso di una società che chiedeva l’annullamento della aggiudicazione definitiva ad altra ditta di una gara d’appalto per l’affidamento del servizio di raccolta differenziata e dei rifiuti urbani pericolosi. La società esclusa dall’appalto riteneva che l’attività di raccolta differenziata di carta, cartone, vetro, lattine e plastica aveva come oggetto rifiuti da imballaggio, ma che la società vincitrice non avesse la qualifica per gestirli.
Il Titolo II della Parte IV del codice ambientale è interamente dedicato alla gestione degli imballaggi immessi sul mercato nazionale e dei rifiuti da imballaggio derivanti dal loro impiego. L’introduzione di un corpo normativo a sé che disciplina la materia degli imballaggi all’interno del testo unico ambientale – e prima ancora nel decreto Ronchi - è stata dettata dall’esigenza di fronteggiare il notevole aumento di quantità di carta, di cartone, di vetro, di plastica e di lattine nei rifiuti urbani. Fenomeno principalmente dovuto al mutamento delle tecniche di trasporto e confezionamento dei prodotti alimentari e non destinati al consumo umano.
Gli imballaggi infatti, sono quei prodotti adibiti a contenere e a proteggere le merci ai fini della loro presentazione e della loro circolazione dal produttore al consumatore. La legge non attribuisce la qualifica di imballaggio in base ai materiali di cui è costituito lo stesso - fra l’altro di “qualsiasi natura” - ma in considerazione della funzione che assolve.
Un rifiuto si classifica in base al criterio dell’origine fra urbano e speciale e in base al criterio della pericolosità fra pericoloso e non. Tale tipo di classificazione non risponde solo ad una esigenza meramente classificatoria, ma bensì assume una certa importanza in base ad una precisa esigenza organizzativa. La diversa provenienza e le diverse caratteristiche dei rifiuti implicano infatti differenti modalità di gestione. La gestione dei rifiuti urbani è affidata ai Comuni che possono utilizzare le forme di gestione dei servizi pubblici locali scegliendo la più adatta alle proprie esigenze come per esempio l’affidamento del servizio in concessioni a terzi qualificati.
Ai fini dell’individuazione del rifiuti esiste poi, un elenco del codice europeo dei rifiuti. Diversi tipi di rifiuto sono definiti specificatamente mediante un codice a sei cifre tramite il quale è possibile risalire alla loro origine.
Esiste un codice per la frazione dei rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata come carta, cartone e vetro e ne esiste uno per i rifiuti di imballaggio. E ciò conferma l´assenza di una equivalenza fra rifiuti da imballaggi e rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata. Quindi i rifiuti da raccolta differenziata non sono rifiuti da imballaggio perché non tutta la carta, la plastica il vetro e le lattine sono imballaggi.

Inerti lapidei, per la cassazione prima del riutilizzo sono rifiuti

FONTE:http://www.greenreport.it
Gli inerti lapidei, il cocciame, gli sfridi e i peloni lavati e frantumati prima del riutilizzo sono rifiuti e non materie prime secondarie. Lo afferma la Corte di cassazione con sentenza 15562 del 2007 con la quale ha annullato l’ordinanza di dissequestro di un area in cui erano depositati residui dalla lavorazione di marmo.
In altre parole una sostanza può non essere considerata rifiuto se viene utilizzata con certezza per il fabbisogno di operatori economici diversi da chi l’ha prodotta o comunque per gli stessi e quindi non viene destinata ad attività di recupero o di smaltimento così come intesi dal testo unico.
Le materie prime secondarie invece sono quei residui di produzione che sono o possono essere riutilizzati in qualunque ciclo di produzione o di consumo, vuoi in assenza di trattamento preventivo vuoi previo trattamento preventivo ma senza che occorra, tuttavia, un´operazione di recupero tassativamente indicata dalla legge.
Questi ultimi due concetti costituiscono il contenuto tipico del concetto di “disfarsi”, sintomatico della volontà del produttore/detentore di destinare la sostanza o l’oggetto ad operazioni di recupero o di smaltimento. E da questi dipende la nozione di rifiuto ed il suo ambito di applicazione.
Dunque quando il residuo va trattato preventivamente attraverso operazioni di recupero o smaltimento (così come intese dalla legge) non è materia prima secondaria ma rifiuto.
E dunque dovrà essere trattato e gestito in quanto tale.
L’introduzione del legislatore di questo istituto – molto discusso in sede di riforma del testo unico - è considerata una priorità nell´ambito della gestione dei rifiuti. Quella, cioè di favorire al massimo il riutilizzo del rifiuto stesso per ridurre il prelievo di materie prime in coerenza al principio di prevenzione della produzione di rifiuti e del recupero dei residui.


RIFIUTI: SCARTI DI CUCINA,NELLE CASE IN ARRIVO I TRITURATORI

(ANSA) - ROMA, 6 AGO - Ridurre l'accumulo dei rifiuti alimentari in casa anche per favorire il corretto smaltimento. E' questo l'intento di una proposta presentata al senato che prevede di incentivare l'utilizzo di apparecchi dissipatori domestici per lo smaltimento dei rifiuti alimentari. Per sostenere il ricorso a queste apparecchiature la proposta immagina la concessione dell'agevolazione fiscale per le spese sostenute per l'installazione nelle unita' abitative o negli immobili destinati a usi diversi. I dissipatori sono gia' largamente impiegati negli Stati Uniti, mentre in Italia se ne contano poche migliaia. Si tratta di piccoli elettrodomestici, in grado di ricevere e triturare tutti i rifiuti alimentari che con l'aiuto dell'acqua vengono poi scaricati nelle tubazioni delle reti fognarie. Senza contare che i rifiuti alimentari sminuzzati inviati ad un impianto di trattamento possono produrre fertilizzante o generare energia recuperando il gas metano. Saranno cosi' incoraggiati i cittadini che desidererebbero praticare il compostaggio, ma non dispongono dello spazio necessario. E si metteranno le prime basi in attuazione della direttiva 1991/31 relativa alle discariche, per contribuire all'adozione di sistemi di raccolta differenziata basata sulla separazione tra rifiuto solido e rifiuto organico che puo' essere cosi' smaltito attraverso processi di compostaggio o anaerobicamente digerito con produzione di metano da utilizzare come fonte di energia rinnovabile. L'onere derivante dall'attuazione della legge, e' stato valutato in sede di proposta, in due milioni di lire. (ANSA). XLO

La tutela del paesaggio, i conflitti e il governismo

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LIVORNO. Secondo Alberto Ziparo il paesaggio si tutela con il conflitto. Lo scrive sul Manifesto di ieri prendendo come esempio proprio la Toscana, dove «gli abitanti organizzati in comitati, ne difendono integrità e valori» dagli assalti delle imprese «quasi sempre d’accordo con le istituzioni locali e regionali, che propongono trasformazioni sempre più impegnative in nome delle esigenze dello sviluppo turistico e commerciale».
In realtà così come è un totem inamovibile quello della crescita, sia a destra che a sinistra con solo qualche debole sfumatura o caso isolato in quest’ultima, pure i conflitti territoriali sono terribilmente bipartisan: la destra non disdegna certo di trovarsi all’interno dei vari comitati a prescindere molto spesso dal merito delle questioni e finalizzati solo a convenienze del momento. C’è quindi anche un totem conflittuale – anche questo quindi da destra e da sinistra - contro gli strumenti della crescita.
Per questo la lettura del “conflittismo” che ne dà il Manifesto è sbagliata almeno quanto quella che ne dà Forza Italia, che nello stesso giorno sul Giornale fa spiegare al deputato azzurro Benedetto Della Vedova perché il partito di Berlusconi debba colorarsi anche un po’ di verde: «siamo critici verso l’ambientalismo del no, ideologico, della sinistra, che rischia di diventare una lotta al capitalismo con altri mezzi. Con noi i No diventano sì o almeno forse».
Questo schema dell’ambientalismo del sì contrapposto all’ambientalismo del no risulta ormai logoro e superato dai fatti e dagli esempi che popolano le nostre regioni, città e piazze: esiste (dovrebbe ancora esistere) una capacità di discernimento del singolo individuo, a maggior ragione nei soggetti e nei movimenti collettivi? Possibile che non si voglia abbandonare l’obsoleto concetto manicheo del Sì o del No e al contrario non si voglia valutare caso per caso in modo diverso?
Conflitto e governo sono la fisiologia della democrazia, "conflittismo e governismo" sono la sua patologia. Ciò che invece andrebbe inseguita e cercata con convinzione è una riforma dello sviluppo, che si basi realmente su una riconversione ecologica dell’economia, oggi solo sporadicamente proposta, spesso più per immagine che per convinzione.

Biocarburanti, l´obiettivo Ue troppo ottimistico?

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BRUXELLES. Utilizzare almeno il 10% di biocarburanti per il trasporto entro il 2020 è uno dei tre obiettivi che si è data l’Unione europea per fronteggiare il global warming. Ma quanto difficile sarà raggiungere questo obiettivo non era ancora stato calcolato.
Ci ha pensato la Commissione europea a farlo, pubblicando uno studio che si è basato su quanto già elaborato nel documento ´´Prospettive dei mercati agricoli e del reddito nell´Unione europea 2006-2013´´, pubblicato a gennaio 2007
Il cambiamento più importante rispetto a quel documento riguarda il prolungamento di altri due anni della Saps, mentre rimane invariato il quadro macroeconomico, con una crescita della popolazione stagnante o in negativo, e una prospettiva moderata per la crescita economica.
I principali indicatori presi in considerazione sono l´offerta, la domanda, le esportazioni e le importazioni, i prezzi e gli stock pubblici, cosi´ come l´ utilizzazione del suolo. Si e´ considerato un graduale declino dell´euro fino ad attestarsi a 1,15 dollari nel 2013, per poi restare a quel livello. L´obiettivo del 10% viene analizzato in relazione all´attuale legislazione, che fissa il paletto del 5,75% per i biocarburanti per il 2010.
In realtà quello del 10% rischia di diventare l’enessimo obiettivo-stimolo, impossibile da raggiungere: una valutazione della direzione generale Trasporti della Commissione europea, ha infatti stimato che il traguardo non potrà essere raggiunto perché i tempi sono stati troppo brevi per uno sviluppo dei mercati e del progresso tecnologico: a condizioni immutate nel 2020 ci si potrà aspettare un tasso di incorporazione del 6,9%. Compito della nuova legislazione, allo studio della Commissione, sarà quindi quello di far lievitare la domanda almeno di un ulteriore 3,1%.
Per meglio valutare l´ impatto della competitività dei biocarburanti di seconda generazione si sono analizzati due scenari: uno in cui il 30% di tutti i biocarburanti è costituito da quelli di seconda generazione, l´altro con un contributo più contenuto dei nuovi carburanti verdi. Lo studio mostra che la produzione di bioenergia rappresenta una grossa opportunità per l´agricoltura sul medio e lungo termine. Il tasso di incorporazione del 10% realizzato sul medio termine, se coniugato con l´avvento delle nuove tecnologie, dovrebbe assicurare un percorso sostenibile, provvedendo l´Unione europea di carburanti rinnovabili per i trasporti, senza turbare il mercato interno dei prodotti agricoli destinati all´ alimentazione umana, degli animali e ad altri scopi.

Quanto è sostenibile l’ecoturismo?

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E se l’ecoturismo danneggiasse l’ambiente? E’ più o meno questa la domanda che si sono posti 300 ambientalisti, esperti ed agenti di viaggi specializzati in natura in un recente convegno convocato ad Oslo, in Norvegia,dall’Unep e dalla International Ecotourism Society.
La risposta che si sono dati non è tranquillizzante: in alcune condizioni l’ecoturismo può essere dannoso come i viaggi tradizionali, ad iniziare dai gas serra emessi dagli aerei che portano nelle destinazioni più ambite per la loro integra biodiversità.
Quindi, anche questo tipo di turismo “rispettoso” rischia di mangiare le risorse che vorrebbe proteggere, certo non come le seconde case, certo molto più lentamente e “sostenibilmente”, ma il rischio c’è, visto che proprio l’industria turistica è quella che ha più da perdere (o guadagnare…) dal cambiamento climatico.
Alcune piccole aree protette del Costa Rica puntano ad essere ad emissioni zero, in Italia è partito da Capraia il progetto “isole non-oil” nell’Arcipelago toscano, ma a sentire la International Ecotourism Society, la corsa del turismo “alternativo” verso i parchi nazionali, testimoniata anche in Italia da un aumento di occupazione nelle aree protette, sia diretta che nell’indotto, o nelle isole esotiche circondate da delicatissime barriere coralline, sta crescendo ad un ritmo del 20% annuo dagli inizi degli anni 90, più di tre volte superiore a quello del turismo tradizionale.
Un aumento di domanda e di frequenza che produce gas climalteranti e danni ambientali ed antropologici non voluti, aumentando così a livello globale il rischio di perdita di biodiversità nei parchi nazionali e quello dell’innalzamento del livello del mare che sta già travolgendo alcune piccole isole.
L’ecoturismo sarà sempre più fortemente influenzato dal global warming e, visto la clientela attenta ai temi ambientali a cui si rivolge, anche dalle previsioni di possibili stravolgimenti ambientali in alcune aree, ad iniziare dalla siccità e dal calore che risale velocemente il bacino del Mediterraneo .
Ma l’ecoturismo, per sua natura, richiede collegamenti veloci e costanti, con emissioni di gas serra sempre più abbondanti, che anche i progetti di rimboschimento in atto difficilmente potrebbero risarcire del tutto.
Il dilemma è: come “tagliare” gli arrivi dei turisti nei santuari della natura, che rappresentano spesso l’unica forma di sostegno per le popolazioni locali e l’unica entrata per le aree protette?
A questo il convegno di Oslo non ha saputo dare risposta.