Modena, cemento selvaggio. Palazzine sopra una grande falda acquifera. Insorge il M5S
03/02/12 15:45
Sarebbero 400 gli appartamenti in costruzione sopra l’area idrica che disseta 360mila persone nella provincia di Modena. M5S – Rifondazione di Carpi accusano il loro Comune, ma la giunta Pd e Idv assicura che sta “monitorando”. Interrogazione in Regione di Defranceschi
400 appartamenti da costruire proprio sopra una delle più grosse falde acquifere della regione da cui dipende, per l’acqua potabile, mezza provincia di Modena compresa tutta l’area di Carpi.
Succede a Modena, dove il Comune si appresta ad autorizzare la costruzione di centinaia di appartamenti all’interno della zona di rispetto dei pozzi Aimag che prelevano dal campo acquifero di Cognento, ad ovest della città. E’ stato infatti avviato l’iter formale di un piano edilizio che prevede la cementificazione dell’area verde a protezione dei pozzi nei pressi di via Aristotele. I proprietari dell’area, d’accordo con la giunta modenese, pare intendano trascurare il limite minimo di distanza delle costruzioni di 200 metri dai punti di prelievo, come previsto dalla legge.
Il caso era già stato reso noto sette mesi fa da Lorenzo Paluan, il consigliere comunale di Carpi 5 Stelle – Rifondazione Comunista, che aveva chiesto più volte all’amministrazione carpigiana di prendere posizione rispetto alla paventata ipotesi di costruzione sulla falda acquifera da cui traggono acqua potabile per bere dai rubinetti.
Di giovedì scorso, 19 gennaio, l’odg bocciato dal consiglio comunale con profondo rammarico e sgomento di Paluan: “E’ stato invece votato un odg Pd-Idv che invita la giunta a “monitorare”. Come ci aveva detto mesi fa l’assessore all’ambiente Tosi, rispondendo da bravo pompiere alla nostra interrogazione sul tema: Carpi monitora. E lo fa talmente bene che a venti giorni dal deposito del piano particolareggiato che prevede centinaia di appartamenti, tutti inseriti nell’area di tutela dei pozzi Aimag, ancora non si sono fatti mandare da Modena i documenti relativi”.
Una questione terribilmente complicata che ha visto scendere di nuovo in campo il Comitato Referendario per i 4 sì ai referendum di giugno scorso e ha portato ad un interrogazione di Andrea Defranceschi (M5S) in consiglio regionale: “Lo scorso 28 dicembre 2011 è stato depositato presso il Comune di Modena il piano particolareggiato per la costruzione 400 appartamenti sulle aree prospicienti Via Aristotele, dove AIMAG gestisce, sulla base di una concessione regionale, i pozzi di uno dei principali e più produttivi campi acquiferi della regione Emilia-Romagna, che attualmente fornisce centinaia di migliaia di cittadini della Provincia di Modena – afferma Defranceschi – L’operazione, se andasse in porto, sarebbe estremamente rischiosa per la stessa sopravvivenza delle falde acquifere e, quindi, un pericolo per l’approvvigionamento idrico del modenese. Cementificando le aree di ricarica dei pozzi, quelle cioè dove l’acqua filtra nel terreno entrando in falda, si rischia di bloccare questo processo”.
“Ho presentato – prosegue Defranceschi – un’interrogazione alla giunta per sospendere i procedimenti di pianificazione in corso sui campi acquiferi, fino alla definizione, tra gli altri, di un piano di tutela delle acque che indichi con chiarezza come garantire, oggi e domani, acqua potabile alla città e alla provincia di Modena. Non possiamo restare immobili di fronte al pericolo di soffocare 21 pozzi, da cui sono estratti più di 19 milioni di metri cubi di acqua potabile all’anno che è consumata da più di 360.000 persone: qual è la logica per cui i nostri politici un giorno si strappano i capelli perché nel 2012 ci sarà una grave emergenza idrica e il giorno dopo chiudono l’accesso a falde vitali per il futuro di tutto il modenese?”
Infine, martedì 31 gennaio (ad un orario ancora da definirsi) in sala Peruzzi a Carpi, il Comitato Referendario Acqua e Beni Comuni incontra tecnici e politici per chiarire le implicazioni del campo acquifero di via Aristotele a Modena, dove si trovano i pozzi Aimag che dissetano tutta la bassa modenese.
d.t.
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/
Acqua all’arsenico: il Tar condanna i ministeri e li obbliga a risarcire i cittadini
03/02/12 15:45
Il sistema idrico italiano fa’ acqua da tutte le parti e uno dei casi più eclatanti è la vicenda dell’acqua all’arsenico somministrata negli ultimi anni in molte regioni del nostro Paese. Oggi finalmente un piccolissimo passo in avanti: i Ministeri dell'Ambiente e della Salute dovranno risarcire – con almeno 100 euro a utente – circa 2000 cittadini di Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Lombardia e Umbria, dove nell’acqua pubblica si è registrata la presenza di metalli pesanti e sostanze dannose.
A stabilire la condanna e l’indennità è il Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso fatto dai cittadini. A rendere noto questo importante risultato (anche se 100 euro a persona non ripagano dei danni alla salute) è il Codacons, secondo cui “la sentenza apre una strada di incredibile valore, affermando che fornire servizi insufficienti o difettosi o inquinati determina la responsabilità della pubblica amministrazione per danno alla vita di relazione, stress, rischio di danno alla salute. Ora questa strada – ha continuato l’associazione - sarà percorsa anche per chiedere i danni da inquinamento dell'aria e da degrado sia a Napoli che a Roma e nelle altre grandi città in cui la vivibilità è fortemente pregiudicata dal degrado ambientale”.
“Si tratta di una vittoria importantissima - ha aggiunto Carlo Rienzi, presidente del Codacons – perché pone termine alla impunità di regioni e ministeri che per non spendere i soldi stanziati o non sapendoli spendere hanno tenuto la popolazione in condizioni di degrado e di rischio di avvelenamento da arsenico. Ora i singoli presidenti delle regioni e i singoli ministri dell'Ambiente e della Salute succedutisi negli ultimi anni, quando promettevano all'Europa bonifiche delle falde in cambio di aumento dei limiti di presenza del metallo velenoso nelle acque, dovranno essere perseguiti dalla Corte dei Conti per rimborsare l'erario dei soldi che dovranno risarcire agli utenti”.
Ma non è tutto, perché i cittadini lesi sono pronti ad un nuovo ricorso, che partirà tra poche settimane. Secondo il TAR infatti, l’acqua fornita ai cittadini deve essere sana e la tariffa proporzionata alla qualità del servizio offerto. Un principio che naturalmente non è stato rispettato nel momento in cui i Comuni hanno servito ai propri cittadini acqua contaminata all’arsenico.
E c’è di più, perché l’acqua inquinata ha messo pesantemente a rischio la salute di molti italiani, che a questo punto – come ha riferito lo stesso presidente del Codacons - sono pronti a inviare querele penali e denunce alle Procure della Repubblica per il “fatto illecito costituito dall’esposizione degli utenti del servizio idrico ricorrenti ad un fattore di rischio (l'amianto disciolto in acqua oltre i limiti consentiti in deroga dall'Unione Europea), almeno in parte riconducibile, per entità e tempi di esposizione, alla violazione delle regole di buona amministrazione, determina un danno non patrimoniale complessivamente risarcibile, a titolo di danno biologico, morale ed esistenziale, per l’aumento di probabilità di contrarre gravi infermità in futuro e per lo stress psico-fisico e l'alterazione delle abitudini di vita personali e familiari conseguenti alla ritardata ed incompleta informazione del rischio sanitario”.
Il grande ricorso è già in preparazione! Per aderire, si possono seguire le istruzioni presenti sul sito www.codacons.it: l’associazione agirà, come indica il Tar, anche contro gli Ato di appartenenza per chiedere un taglio netto e immediato delle tariffe a la restituzione dei pagamenti versati in precedenza.
http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/6762-arsenico-acqua-tar
Verdiana Amorosi
Finanziamenti: il Cipe affossa il ponte sullo stretto e sblocca i fondi per il dissesto idrogeologico
03/02/12 15:45
Dissesto idrogeologico, in arrivo finalmente i nuovi fondi dal Cipe (Comitato interministeriale per la Programmazione economica). Ad annunciarlo è stato il Ministero dell'Ambiente che in una nota ha reso noti i progetti e le opere pubbliche che verranno portati avanti nei prossimi mesi nelle regioni del Sud Italia. E tra essi non figura il ponte sullo stretto di Messina.
I recenti fatti di cronaca, le alluvioni che hanno colpito in particolare la Liguria e il messinese, insieme ai dossier poco confortanti, hanno sicuramente fatto scattare un nuovo campanello d'allarme, e cambiando (se mai ce ne fosse stato bisogno) le priorità di intervento nel meridione. Tra esse vi è sicuramente il dissesto idrogeologico. Per questo, qualche giorno fa, il Cipe ha deliberato lo stanziamento di oltre 749 milioni di euro che consentiranno al Ministero dell’Ambiente e a Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, di attuare interventi di difesa del suolo. Ad essi andranno ad aggiungersi altri 130 milioni di euro per le Regioni del centro-nord.
Quanto. In particolare, il Cipe ha assegnato al Sud 679 milioni di euro di cui 65 milioni in quota Ministero, 262 a valere sul Fas nazionale e 352 sui Fas interregionali. A queste somme vanno aggiunti 74 milioni che già erano nella disponibilità del Ministero dell’Ambiente. Attraverso tali fondi Ministero e Regioni cofinanzieranno i 518 interventi programmati.
Come. I fondi del Cipe saranno così distribuiti: 23 milioni e 900 mila euro per i 76 interventi in Basilicata, 198 milioni e 900 mila euro per i 185 interventi in Calabria; 210 milioni e 600 mila euro per i 57 interventi in Campania; 27 milioni per gli 87 interventi in Molise, 175 milioni e 566 mila euro per gli 84 interventi in Puglia; 25 milioni e 800 mila euro per i 17 interventi in Sardegna; 12 milioni e 756 mila euro per gli 11 interventi in Sicilia. Qui, i fondi non serviranno dunque ad intraprendere la strada della costruzione del ponte sullo stretto, ma avranno lo scopo di avviare nuovi programmi per la difesa del suolo.
"Finalmente un cambio di passo radicale sul fronte delle infrastrutture, dopo anni di politica a sostegno esclusivo delle grandi opere" ha commentato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. "Togliere i finanziamenti al Ponte mentre se ne sbloccano altri per la realizzazione di opere medio piccole e la manutenzione del territorio e della rete ferroviaria, che ne hanno tanto bisogno, è una decisione che risponde ai reali bisogni del Paese, in netta controtendenza rispetto alla precedente politica".
Perché investire nella costruzione del Ponte quando ci sono delle priorità così importanti? Secondo Legambiente il prossimo passo atteso dal governo Monti è quello di chiudere "la società Ponte di Messina mettendo una volta per tutte la parola fine a un progetto insensato".
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha risposto: “E’ importante questa ripartenza degli interventi per la difesa del suolo. I fondi recuperati consentiranno di attuare gli interventi previsti e che erano stati bloccati per mancanza di risorse. Si tratta di un primo, essenziale, passo per ricondurre la protezione del nostro territorio nell’ambito delle priorità del paese sia in termini ambientali che come volano economico”.
Soddisfatto anche il WWF che "plaude alla revoca del finanziamento di 1,6 miliardi di euro per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina". Ma non basta. Gli ambientalisti infatti attendono anche "che ci sia il rigetto del progetto definitivo del Ponte, 'non meritevole di approvazione' (come stabilisce il contratto tra Stretto di Messina SpA e il General Contractor Eurolink) per gravi omissioni di carattere economico, finanziario e ambientale".
Secondo il WWF inoltre, "il 29 luglio scorso la concessionaria pubblica Stretto di Messina SpA ha approvato il progetto definitivo del Ponte per un valore di ben 8,5 mililardi di euro (pari a mezzo punto di PIL). Ora è quindi d’obbligo un atto del Cipe che respinga il progetto definitivo per evitare che lo Stato, e quindi i cittadini, paghino penali scandalose al General Contractor. Infatti se il Cipe approvasse il progetto definitivo, si passerebbe alla fase esecutiva e all’apertura dei cantieri e quindi, secondo il contratto, lo Stato dovrebbe pagare centinaia di milioni di penali per la mancata realizzazione dell’opera".
Fermare lo scempio, prima che sia troppo tardi, a danno dell'ambiente e delle tasche dei contribuenti. Ma intanto un primo passo è stato fatto. Il Cipe ha preso atto delle criticità balzate agli occhi della cronaca durante il 2011, e non solo, e sta investendo per tutelare il nostro territorio.
Mai più disastri come quello di Genova, via la paura dal messinese, dove da qualche anno si ripete un macabro copione.
www.greenme.it
Francesca Mancuso
I recenti fatti di cronaca, le alluvioni che hanno colpito in particolare la Liguria e il messinese, insieme ai dossier poco confortanti, hanno sicuramente fatto scattare un nuovo campanello d'allarme, e cambiando (se mai ce ne fosse stato bisogno) le priorità di intervento nel meridione. Tra esse vi è sicuramente il dissesto idrogeologico. Per questo, qualche giorno fa, il Cipe ha deliberato lo stanziamento di oltre 749 milioni di euro che consentiranno al Ministero dell’Ambiente e a Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, di attuare interventi di difesa del suolo. Ad essi andranno ad aggiungersi altri 130 milioni di euro per le Regioni del centro-nord.
Quanto. In particolare, il Cipe ha assegnato al Sud 679 milioni di euro di cui 65 milioni in quota Ministero, 262 a valere sul Fas nazionale e 352 sui Fas interregionali. A queste somme vanno aggiunti 74 milioni che già erano nella disponibilità del Ministero dell’Ambiente. Attraverso tali fondi Ministero e Regioni cofinanzieranno i 518 interventi programmati.
Come. I fondi del Cipe saranno così distribuiti: 23 milioni e 900 mila euro per i 76 interventi in Basilicata, 198 milioni e 900 mila euro per i 185 interventi in Calabria; 210 milioni e 600 mila euro per i 57 interventi in Campania; 27 milioni per gli 87 interventi in Molise, 175 milioni e 566 mila euro per gli 84 interventi in Puglia; 25 milioni e 800 mila euro per i 17 interventi in Sardegna; 12 milioni e 756 mila euro per gli 11 interventi in Sicilia. Qui, i fondi non serviranno dunque ad intraprendere la strada della costruzione del ponte sullo stretto, ma avranno lo scopo di avviare nuovi programmi per la difesa del suolo.
"Finalmente un cambio di passo radicale sul fronte delle infrastrutture, dopo anni di politica a sostegno esclusivo delle grandi opere" ha commentato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. "Togliere i finanziamenti al Ponte mentre se ne sbloccano altri per la realizzazione di opere medio piccole e la manutenzione del territorio e della rete ferroviaria, che ne hanno tanto bisogno, è una decisione che risponde ai reali bisogni del Paese, in netta controtendenza rispetto alla precedente politica".
Perché investire nella costruzione del Ponte quando ci sono delle priorità così importanti? Secondo Legambiente il prossimo passo atteso dal governo Monti è quello di chiudere "la società Ponte di Messina mettendo una volta per tutte la parola fine a un progetto insensato".
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha risposto: “E’ importante questa ripartenza degli interventi per la difesa del suolo. I fondi recuperati consentiranno di attuare gli interventi previsti e che erano stati bloccati per mancanza di risorse. Si tratta di un primo, essenziale, passo per ricondurre la protezione del nostro territorio nell’ambito delle priorità del paese sia in termini ambientali che come volano economico”.
Soddisfatto anche il WWF che "plaude alla revoca del finanziamento di 1,6 miliardi di euro per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina". Ma non basta. Gli ambientalisti infatti attendono anche "che ci sia il rigetto del progetto definitivo del Ponte, 'non meritevole di approvazione' (come stabilisce il contratto tra Stretto di Messina SpA e il General Contractor Eurolink) per gravi omissioni di carattere economico, finanziario e ambientale".
Secondo il WWF inoltre, "il 29 luglio scorso la concessionaria pubblica Stretto di Messina SpA ha approvato il progetto definitivo del Ponte per un valore di ben 8,5 mililardi di euro (pari a mezzo punto di PIL). Ora è quindi d’obbligo un atto del Cipe che respinga il progetto definitivo per evitare che lo Stato, e quindi i cittadini, paghino penali scandalose al General Contractor. Infatti se il Cipe approvasse il progetto definitivo, si passerebbe alla fase esecutiva e all’apertura dei cantieri e quindi, secondo il contratto, lo Stato dovrebbe pagare centinaia di milioni di penali per la mancata realizzazione dell’opera".
Fermare lo scempio, prima che sia troppo tardi, a danno dell'ambiente e delle tasche dei contribuenti. Ma intanto un primo passo è stato fatto. Il Cipe ha preso atto delle criticità balzate agli occhi della cronaca durante il 2011, e non solo, e sta investendo per tutelare il nostro territorio.
Mai più disastri come quello di Genova, via la paura dal messinese, dove da qualche anno si ripete un macabro copione.
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Francesca Mancuso
Sistri: prorogato ad aprile 2012 dal decreto milleproroghe
28/12/11 22:15
Sistri, si riparte ma non prima di aprile 2012. Il Consiglio dei Ministri, all'interno del decreto Milleproroghe approvato lo scorso 23 dicembre, ha stabilito che il Sistema di tracciabilità dei rifiuti, che lo scorso anno ha fatto a lungo parlare di sé, entrerà in vigore dal 2 aprile prossimo.
Tale data, finalmente stabilita, è stata ufficialmente annuciata anche se già prima di Natale una bozza del decreto indicava il 2 aprile come il giorno fatidico dell'avvio del Sistri.
Cade dunque quanto aveva annunciato di recente il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, che ritenendo urgente l'avvio del sistema di tracciabilità dei rifiuti pericolosi, aveva indicato il 9 febbraio 2012 come la data utile.
Il Sistri dunque sarebbe diventato ufficialmente operativo il 9 febbraio ma adesso si accumulerà un nuovo ritardo di due mesi. Intanto sta per terminare il periodo dei test permanenti, che si concluderà il 31 dicembre.
“E’ conseguentemente di grande importanza monitorare il sistema e, in particolare, incrementare il grado di familiarizzazione con funzionalità e procedure del sistema – si legge in una nota del ministero dell’Ambiente - Il SISTRI è cambiato molto in quest’ultimo periodo, sono state introdotte, infatti, numerose semplificazioni procedurali sulla base delle indicazioni prospettate dalle organizzazioni imprenditoriali e dagli operatori”.
Questo è ciò che sappiamo fino ad oggi. Ma perché un ulteriore rinvio? Ancora una volta, lo slittamento della data dovrebbe aiutare gli addetti ai lavori "all'adeguamento del sistema e a tutti gli operatori coinvolti di adempiere correttamente agli adempimenti informatici previsti”. E, come si legge in una nota, lo slittamento al 2 aprile 2012 per l’entrata in operatività del sistema di controllo sulla tracciabilità dei rifiuti è stato necessario per "consentire l’ottimale organizzazione da parte delle imprese interessate".
Il Consiglio dei Ministri ha precisato inoltre che ad essere stato approvato è stato un ridotto numero di proroghe, per questo il decreto non potrà più essere denominato “milleproroghe”.
Tuttavia, tra esse troviamo quella che riguarda la gestione dei rifiuti in Campania. Secondo quanto stabilito, infatti, rimarranno invariate anche per il 2012 le competenze affidate ai comuni della regione Campania nella gestione dei rifiuti.
Francesca Mancuso
www.greenme.it
Latte crudo: trovati batteri patogeni a Torino. Questione di sicurezza o interessi economici?
28/12/11 22:14
Il latte crudo venduto alla spina nei 1438 distributori automatici italiani ha sempre più sostenitori. Perché conserva tutte le proprietà del latte, perché è un prodotto nostrano che aiuta l’ambiente, non essendo né impacchettato né trasportato per chilometri e chilometri. Ed è anche più conveniente del latte industriale, dal momento che non subisce i vari passaggi di intermediazione. Ma anche perché la pastorizzazione, processo che consiste nel riscaldamento del latte a determinate temperature e per periodi di tempo calibrati e successivo rapido raffreddamento, distrugge almeno il 10 per cento delle vitamine B1, B6 e B12 e il 25 per cento della vitamina C presenti nel latte crudo.
Ecco, però, che puntualmente si verificano episodi di contaminazione, come quelle su cui sta indagando attualmente la Procura di Torino. Secondo le analisi dell'Istituto zooprofilattico di Torino, sono 18 i casi di presenza di batteri patogeni nel latte crudo erogato dai 178 distributori del Piemonte nel 2011. In particolare, si tratta del campylobacter jejuni, che può provocare malattie diarroiche acute, del Lysteria monocytogenes, che si manifesta con vomito, dolori addominali e febbre e dello Staphylococcus aureus, che causa in genere vomito e forti tremori. Il pm Raffaele Guariniello, lo stesso che si sta occupando della vicenda delle caraffe filtranti, trasmetterà ora la relazione al ministero della Salute. E le discussioni tra i pro e i contro il latte crudo non si placano, perché “Si tratta di un problema controverso - afferma il procuratore Guariniello - il latte crudo ha molti sostenitori, per questo motivo stiamo cercando di fare chiarezza sul grado di sicurezza del prodotto”.
Già tra il 2006 e il 2008, quando i distributori di latte crudo si stavano diffondendo, si verificarono 9 casi sospetti di sindrome emolitico-uremica, un'infezione grave ai reni causata dall’oramai celebre Escherichia coli. Il Sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, firmò allora un'ordinanza con le misure da adottare per garantire la sicurezza dei cittadini, entrata in vigore il 14 gennaio 2009. Fu introdotto, così, insieme al divieto di somministrazione di latte crudo nell'ambito della ristorazione collettiva, l'obbligo di riportare sulle macchinette erogatrici e sulle bottiglie l'indicazione che il latte deve essere consumato previa bollitura, “in maniera ben visibile e a caratteri in rosso”, indicando come data massima di scadenza il 3° giorno dalla data della messa a disposizione del consumatore.
Con il parere favorevole dell'Istituto superiore di Sanità, il ministero della Salute ha prorogato proprio lo scorso 12 dicembre, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, le disposizioni per la prevenzione del rischio di infezione da Escherichia coli, con cui vengono mantenute le disposizioni in materia di produzione e commercializzazione di latte crudo destinato al consumo umano, quali validi strumenti per l'abbattimento del rischio di infezione da Escherichia coli (Vetec) nell'uomo connesso al consumo di latte crudo e per la tutela della salute pubblica. Nel 2010, inoltre, le disposizioni erano state integrate con il divieto di produzione di gelati con latte crudo, in imprese registrate ai sensi del Regolamento (CE) 852/2004, anche qualora si riforniscano di latte crudo direttamente dal produttore primario. Perché l'utilizzo di latte crudo non sottoposto ad adeguato trattamento termico nella produzione di gelati comporta i medesimi rischi per la salute del consumatore connessi all'assunzione diretta dello stesso e, di conseguenza, l'operatore del settore alimentare ha l'obbligo di sottoporre a pastorizzazione il latte crudo utilizzato per la preparazione di gelati.
Nonostante gli obblighi e i divieti, però, il latte crudo continua a conquistare i consumatori, ben contenti di aiutare i produttori locali sempre più soffocati dalla globalizzazione. Anche perché su tutta questa vicenda e sui puntuali “allarmi-contaminazione” incombe, come in altre vicende, vedi caraffe filtranti, l’ombra di una vera e propria campagna “denigratoria” con fini anche fin troppo chiari.
La vendita del latte crudo, infatti, impoverirebbe le tasche delle grandi distribuzioni e delle multinazionali lattaie, che, a causa dell’entrata in commercio di un nuovo canale distributivo, si ritrovano evidentemente in concorrenza con piccoli allevatori che preferiscono vendere il proprio latte direttamente al consumatore.
Il latte crudo correttamente prodotto, peraltro, presenta una carica batterica estremamente bassa. Ma, analogamente ad altri alimenti freschi come carne pesce e uova, consumabili a crudo (carpaccio, sushi e zabaione), potrebbe fungere da terreno di coltura e contenere e veicolarne, in particolare dei batteri patogeni come brucelle, coliformi, salmonelle, e agenti diarroici, anche se a norma non dovrebbero essere presenti nel prodotto. Il rischio di contrarre la sindrome emolitico uremica o altre infezioni bevendo il latte crudo sono gli stessi che si corrono mangiando verdura o carne cruda, entrambe sottoposte a controlli non altrettanto rigidi rispetti al latte crudo.
Ma allora, una volta consapevole di rischi e benefici, perché il consumatore non deve avere il diritto di acquistare latte crudo e formaggi a latte crudo se ritiene che sia importante? Slow food spiega sul proprio sito che “non c'è motivo per cui il latte non possa essere prodotto in fattoria secondo un processo equamente monitorato, controllato e regolamentato e venduto con adeguata etichettatura. In tema di latte crudo come di qualunque altro cibo, Slow Food crede che non si debba mai limitare il diritto di scelta in nome di una presunta percezione di sicurezza”.
Insomma, contaminazioni o no, bollitura o non bollitura, anche noi di greenMe.it continuiamo ad essere del parere che acquistare il latte crudo alla spina e rifornirsi nei distributori in città non possa essere che un beneficio per noi tutti. È una questione dove va usato il buon senso e, acquistando il latte crudo, avremo comunque fatto un atto di buon consumo critico.
Roberta Ragni
www.greenme.it