02 settembre 2007
INCENDI: MINAMBIENTE; BOOM CO2 COME 1 ANNO INDUSTRIA CHIMICA
(ANSA) - ROMA - Con gli incendi di quest'estate, rischia di andare in fumo anche la lotta al cambiamento climatico. Dai roghi italiani si sono levate sette milioni e mezzo circa di tonnellate di CO2, una quantita' di gas serra equivalente a quella emessa ogni anno dall'industria nella produzione di sostanze chimiche. In altre parole, e' come se fosse finito in atmosfera il 5% dell'impegno attuale di riduzione di emissioni nazionali, preso dal nostro Paese nel rispetto del Protocollo di Kyoto e delle direttive europee. Sono questi i dati forniti dal ministero dell'Ambiente ed elaborati dall'Apat (Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente) sul contributo degli incendi italiani al riscaldamento del pianeta. Fino al 26 agosto sono andati in fumo circa 53.700 ettari di superfici boscate. Fino a quella data i roghi hanno prodotto 7 milioni e 323 mila tonnellate di CO2. ''Gli incendi contribuiscono in maniera sensibile alle emissioni di gas che sconvolgono il clima terrestre'' spiega Vincenzo Ferrara, responsabile scientifico della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici che si terra' a Roma, il 12 e 13 settembre, promossa dal Ministero dell'Ambiente e organizzata da Apat. ''Inoltre - aggiunge Ferrara - le foreste e i boschi andati distrutti non faranno il loro lavoro di assorbimento della CO2, aumentando il danno all'equilibrio del sistema climatico''. Secondo l'esperto ''il rapporto tra il clima che cambia e gli incendi e' un circolo perverso. L'aumento delle temperature (nel periodo gennaio-luglio 2007 la temperatura media dell'emisfero nord, con un'anomalia di 0,76 gradi, e' stata la piu' alta di questi ultimi 127 anni) favorisce il propagarsi degli incendi''. Entra in gioco poi il fattore 'siccita'', che ''funziona da meccanismo di innesco - spiega Ferrara - le previsioni elaborate dalle Nazioni Unite per l'area mediterranea vedono una riduzione tra il 20 ed il 25% delle piogge nelle nostre regioni entro il 2100. I focolai accesi per interessi criminali contro il territorio trovano esche molto asciutte''. ''Chi mette a fuoco un bosco non danneggia solo la sua comunita' ma anche il clima della Terra'' afferma il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. ''Le cifre sul contributo degli incendi di quest'estate all'aumento delle emissioni di gas serra - continua il ministro dell'Ambiente - non lasciano spazio a dubbi: questo reato va giudicato come un vero e proprio attentato contro la salute del pianeta e dei cittadini''. Dalla prossima Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici usciranno delle proposte strategiche per la gestione del territorio che fanno i conti con l'aumentare della febbre del Pianeta. ''I sistemi di allerta rapida si devono combinare con le azioni di ripristino e restauro ecologico per il mantenimento degli equilibri naturali - afferma Pecoraro - il bosco e' un argine al cambiamento climatico, e come tale la sua protezione va messa tra le priorita' di governo del territorio''. ''Dai roghi non si sprigiona solo CO2, il maggiore dei gas che alterano il clima - aggiunge Roberto Caracciolo, direttore di dipartimento Apat - ma sostanze che danneggiano direttamente la salute umana: negli incendi di questa prima parte dell'anno si sono prodotte oltre 7.000 tonnellate di PM10, cioe' il particolato sottile che entra nelle vie respiratorie ed e' alla base di 8.000 decessi l'anno nelle 13 maggiori citta' italiane secondo i dati Oms/Apat, oltre a piu' di mille tonnellate di diossina, composto cancerogeno''.
Cina, 278 città senza impianti di trattamento rifiuti. Si tratta di più della metà degli 1,3 miliardi di cittadini del ‘gigante asiatico’
fonte:www.greenreport.it
Arriva purtroppo anche oggi una pessima notizia dalla Cina. Secondo Zhao Baojiang, presidente dell´ Associazione cinese per la pianificazione urbana (dichiarazione pubblicata dal quotidiano China Daily), più della metà degli 1,3 miliardi di cittadini del ‘gigante asiatico’ vivono in centri nei quali non esiste alcuna forma di trattamento dei rifiuti. Si parla, dicono le agenzie, di 278 centri urbani, dei quali otto con una popolazione superiore ai 500mila abitanti, che praticamente gettano i rifiuti tal quali nell’ambiente. Che cosa questo voglia dire in termini di inquinamento - basta considerare anche quello che avviene in Italia e fare una proporzione numerica - lo si può solo immaginare. Perché non avere impianti di trattamento è certamente un dramma quando si parla di rifiuti urbani, ma pensiamo a cosa questo significhi in relazione a quelli speciali e pericolosi che sono per di più tre volte tanti. In un paese che sta oltretutto basando praticamente la sua intera economia sullo sviluppo industriale.
La Cina – tra l’altro - è il secondo paese del mondo, dopo gli Usa, per emissione di gas inquinanti. Si stima inoltre che più di 300 milioni di cittadini non possono usufruire di acqua pulita, a causa degli scarichi industriali e dei fertilizzanti usati dagli agricoltori. Il governo sembra avere a cuore il problema dell´inquinamento semplicemente perché mette a rischio le Olimpiadi di Pechino, che si terranno nell´agosto del 2008. Ma i problemi sono ben più gravi. Sappiamo bene, anche se il governo cinese ha fatto di tutto per nasconderlo, che sono 750mila i morti ogni anni causati dall’inquinamento. Numeri impressionanti che si giustificano anche col fatto che non esiste una corretta gestione dei rifiuti. Come ammesso appunto oggi dal presidente dell’Associazione cinese per la pianificazione urbana.
La Cina sembra assomigliare sempre più ad un mostro che l’occidente ha contribuito non poco a costruire secondo il proprio insostenibile modello di sviluppo. E senza considerare che ‘giocando’ con un Paese così grande e senza regole ci fosse il rischio che tutto sfuggisse di mano. Come di fatto sta accadendo. Fermare una locomotiva in corsa come questa è un’impresa titanica, governarla/guidarla forse un po’ meno, ma non esiste altra alternativa che provarci. L’economia ecologica non è uno slogan (se lo fosse mai stato), bensì una necessità. La riconversione globale è l’unica strada che può contribuire a invertire questa insostenibile (ambientalmente e socialmente) deriva. E in questo contesto continuare a guardare alla Cina soltanto come un nuovo orizzonte di mercato quale che sia (vendita di auto, di griffe, ecc.) assomiglia molto a quel tale che segava il ramo dell’albero sul quale stava seduto.
Ecolampadine cinesi e risparmio energetico tra sostenibilità ambientale e sociale
fonte:www.greenreport.it
La vicenda dei dazi Ue sulle lampadine cinesi non è che uno dei tanti esempi che dimostrano come non vi sia identificazione inerziale tra lavoro e ambiente. La sostenibilità ( ambientale e sociale) può essere perseguita solo orientando l´economia verso una sua riconversione
Favorire il commercio delle lampadine a basso consumo e a basso costo della Cina togliendo i dazi, oppure salvaguardare i posti di lavori dei dipendenti europei delle aziende impegnate nello stesso settore? Preferire dunque un’iniziativa che dovrebbe contribuire al risparmio energetico e quindi alla sostenibilità ambientale, oppure preferirle quella sociale? E’ l’ennesima contraddizione nella quale si trova l’Ue. Ma andiamo con ordine: la liberalizzazione degli scambi presuppone diritti ed obblighi da parte di tutti i partner commerciali. Lo ricorda anche il ministero del Commercio internazionale che in una pagina dedicata spiega che la legislazione comunitaria prevede tre misure principali di difesa commerciale.
La prima delle quali è l’antidumping, una misura che viene presa nei confronti di importazioni effettuate sul mercato comunitario da parte di imprese di paesi terzi che vendono sul mercato europeo prodotti a prezzi inferiori al prezzo di vendita sul mercato d’origine della merce (importazioni in dumping). La normativa comunitaria ha lo scopo di rimuovere gli effetti distorsivi delle importazioni in dumping o oggetto di sovvenzioni e di ripristinare un’effettiva concorrenza sul mercato europeo.
E la questione ‘lampadine cinesi a basso consumo’ si è aggrovigliata proprio nelle pieghe di questa legge. Nel 2001, infatti, l’Ue ha imposto una tariffa di antidumping alle lampadine economizzarici d´energia provenienti dal ‘gigante asiatico’. Dazi del 66% perché, si dice nella motivazione, questi prodotti erano sostanzialmente al di sotto nel loro valore reale nel mercato europeo. Da qui l’applicazione della legge antidumping, e conseguenti dazi, prevista per 5 anni. Ora però questo periodo è scaduto e la Commissione Europea ha proposto ieri la fine di questi diritti antidumping.
Il commissario commerciale Peter Mandelson ha detto: “La Commissione Europea suggerirà agli Stati membri che è nell´interesse dell´Ue rimuovere queste funzioni l´anno prossimo. Questo caso ancora una volta ha indicato le complessità delle regole in carico di antidumping in un´economia globale e contro la vasta gamma di interessi di Ue».
Quindi si tratta di una proposta e naturalmente l’ultima parola spetta agli Stati membri e quindi al Parlamento europeo. Il problema è che, come dicevamo all’inizio, c’è (ci sarebbe) un problema sociale, legato appunto al fatto che l’immissione di queste lampadine metterebbe probabilmente in serie difficoltà l’industria europea. Tanto che il commissario all’Industria, Günther Verheugen, in un’intervista rilasciata all’agenzia Reuters, ha detto che l’abolizione dei dazi antidumping sulle lampadine cinesi a basso consumo, auspicata dal suo collega incaricato del Commercio, Peter Mandelson, “potrebbe provocare perdite di posti di lavoro in Europa”.
Günther Verheugen ha aggiunto di non aver ancora deciso la propria posizione al riguardo e che non intendeva invadere il “territorio” di Peter Mandelson. Questi aveva, infatti, proposto di non prorogare tali dazi che, secondo lui, hanno ripercussioni negative sui fabbricanti europei che hanno stabilimenti in Cina, come - ad esempio - Philips. Un vero intreccio sul quale Vergheugen ha dichiarato: «Capisco gli argomenti dei produttori in Cina e capisco anche quelli degli operai delle fabbriche europee che perderanno il loro lavoro». Il riferimento è al principale produttore di lampadine a basso consumo in Europa, Osram, ditta appartenente al gruppo Siemens, che chiede invece una proroga dei dazi per cinque anni. E così il commissario dell’Industria si chiede: “Qual è, in questo caso, l’interesse dell’Ue? Salvare posti di lavoro dell’unica impresa rimasta in Europa a produrre questi apparecchi? Oppure favorire le importazioni a buon mercato provenienti dalla Cina?».
Mandelson ieri a questa domanda ha così risposto: «L´Ue ha fatto del risparmio energetico e dell’efficienza una priorità chiave. L´Ue probabilmente potrà fornire col proprio mercato solo il 25% della richiesta di lampadine economizzatrici. Nel giudizio della Commissione, quindi, non è nell´interesse di Comunità in queste circostanze aggiungere un costo supplementare significativo al prezzo dei prodotti importati».



Lo stand by della gestione dei Raee e le (dubbie) iniziative di volontariato
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
Esiste un ciclo virtuoso per telefonini e pc usati? Tra le tante (spesso piccole) iniziative sparse sul territorio, sta partendo ora anche la campagna “Donaphone” promossa dalla Caritas Ambrosiana che raccoglie i cellulari, li avvia al recupero e con il ricavato finanzia progetti solidali: il progetto copre la diocesi di Milano (4 milioni di persone), prevede la distribuzione dei contenitori in 150 parrocchie e in 10 IperCoop. La Caritas provvede poi, attraverso il "consorzio Farsi", a raccoglierli, suddividerli per tipologia e consegnarli alla ditta Primatech di Turate a Como che ripara quelli riparabili e recupera le parti ancora funzionanti (di solito i display). Dopo di che i cellulari riparati e le parti recuperate passano nelle mani della Corporate mobile recycling, multinazionale londinese che da anni si occupa di rivendere i cellulari e le parti recuperate nei mercati dell’Est Europa e del Sud del mondo. Dall’operazione Caritas conta di ottenere 10mila euro nei primi due mesi (circa 1 euro a cellulare) coi quali finanzierà una casa per donne con bambini in difficoltà.
Altra iniziativa quella del Banco informatico, che regala computer usati e dismessi da altri enti e ad associazioni in varie parti del mondo. Dal 2003 sono 4.500 i computer finiti sulle scrivanie di enti non profit italiani e stranieri a corto di mezzi. In realtà questa operazione appare molto limitata sia per l´obsolescenza dell´hardware, sia per la velocità degli sviluppi del software. Per questi motivi altre iniziative del genere non hanno avuto successo e oggi la gran parte del recupero si concentra sui singoli materiali.
Anche perché il mercato mondiale dell’intera elettronica di consumo (telefoni, informatica e Tv) mantiene ritmi di crescita molto forti con un + 9,4%. Sul totale dei venduti (575 miliardi di dollari circa) l’Asia sale dal 32 al 33% contro il 38% delle Americhe e il 29% dell’Europa. Ed in Italia le tv con i cellulari e l’informatica superano il 60% contro il 53% di due anni fa.
Nelle marea di offerte di telefoni e televisori - tutti molto simili tra loro e i cui prezzi continuano a scendere - emergono oggi i prodotti di lusso, del designer, dei mega schermi al plasma e quelli “da arredamento" che illuminano con luci e colori l’ambiente in base al tipo di trasmissione. In tutto questo, però, l’unica cosa che non cambia è l’aumento dei consumi cercato e invogliato da un sistema economico tutto incentrato sulla crescita del Pil .
E se i mercati sono ormai saturi di prodotti elettronici le imprese qualcosa di nuovo si devono inventare per tenere alti i tenori dei loro bilanci. Quindi prodotti sempre più complessi e lussuosi, ma soprattutto sempre meno durevoli: il consumatore, quindi, compra piuttosto che riparare, butta via quello che diventa inutilizzabile con il conseguente aumento del cumulo di rifiuti delle apparecchiature elettriche e elettroniche.
Nonostante le buone pratiche singole quindi, il problema della corretta gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche rimane: contengono sostanze inquinanti che se non trattate adeguatamente comportano la possibilità di danni ambientali e alla salute quindi non possono essere gettati in qualsiasi cassonetto.
Il tutto in un contesto normativo a dir poco complicato e ingarbugliato. I Raee ossia i rifiuti elettrici ed elettronici sono disciplinati nel Decreto legislativo 151/2006 di recepimento delle direttiva europea 2002/95/ce,2002/96/Ce e 2003/108/Ce. Il decreto ha introdotto sul piano nazionale nuove regole che impongono: l’obbligo, per i produttori di nuovi beni, di non utilizzare determinate sostanze pericolose nella fabbricazione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee) e un peculiare sistema di gestione dei Raee, basato su raccolta differenziata, trattamento e recupero ad hoc con oneri economici posti a carico dei produttori e distributori delle apparecchiaturenuove.
La disciplina sulla gestione dei Raee prevede, però, l’elaborazione dei decreti attuativi. In primis il termine è stato fissato per il 31 dicembre del 2006. A seguito di proroga il termine è stato posticipato al 30 giugno 2007. Dunque dal 1 luglio 2007 la gestione dei Raee avrebbe dovuto avere le proprie regole. Ma poi il termine è stato ulteriormente spostato dal Decreto legge 2 luglio 2007 n. 81. Quindi entro e non oltre il 31 dicembre 2007 dovranno essere elaborate le regole e la disciplina sui registri e sul comitato di vigilanza e controllo.
Senza linee uniche e chiare, senza decreti attuativi la questione della gestione dei Raee è dunque in “stand-by” in attesa di ulteriori novità legislative.