12 agosto 2007
Acqua e biocarburanti: c´è un problema di sostenibilità?
FONTE: http://www.greenreport.it
Al via stamani a Stoccolma la Settimana mondiale dell’acqua che si articolerà fra dibattiti ed eventi ai quali parteciperanno rappresentanti di governo e dell´industria, specialisti nel settore, organizzazioni non governative e responsabili delle Nazioni Unite.

Da questa mattina 2500 esperti da tutto il mondo si trovano a Stoccolma per discutere dell’emergenza acqua, nell’ambito della Settimana mondiale dell’acqua che si articolerà fra dibattiti ed eventi ai quali parteciperanno rappresentanti di governo e dell´industria, specialisti nel settore, organizzazioni non governative e responsabili delle Nazioni Unite. L´istituto internazionale di Stoccolma che organizza da 17 anni l’evento ricorda che l´oro blu gioca un ruolo di primo piano nel fenomeno del riscaldamento del pianeta e legato a questo tema verrà affrontata anche la questione dei biocarburanti.
La prospettiva infatti, denunciano gli esperti, è che la risorsa acqua possa essere sempre più impiegata in futuro per produrre i cereali necessari alle bioenergie, invece di essere destinata alle colture necessarie a sfamare le popolazioni. Una domanda, quella mondiale di cereali per il cibo, che secondo le previsioni già nel 2020 sarà aumentata del 40% rispetto al 1990. Il punto è che questo aumento è avvenuto utilizzando metodi di produzione idrovori, che riducono di gran lunga la disponibilità di oro blu in futuro. La chiave per affrontare un migliore impiego della risorsa acqua è dunque l´utilizzo di metodi più sostenibili, che non costituiscano una minaccia per la biodiversità e gli ecosistemi acquatici del pianeta.
Un appuntamento importante quello di Stoccolma, anche se è impossibile non sottolineare che il primo tra i main sponsor della Settimana mondiale dell’acqua è la Nestlé, multinazionale leader mondiale nell’imbottigliamento delle acque, con ben 265 marchi diffusi in tutto il mondo.
E siccome proprio a causa della sua scarsità, l’acqua da bene comune è diventato un business (anche se Nestlé fa sapere che mentre il volume della sua produzione è quasi raddoppiato nel decennio passato, la quantità di acqua utilizzata è stata ridotta del 29%), appare quanto meno stonato che i soldi per organizzare la settimana mondiale dell’acqua li metta chi ha costruito il suo impero sulla privatizzazione di questa risorsa che per il 20% della popolazione mondiale in 30 Paesi è già scarsa, una percentuale che entro il 2025 diventerà del 30% in 50 Paesi. Dati diffusi dall’Onu insieme alla stima di 2,6 miliardi di persone nel mondo a non avere accesso a servizi sanitari adeguati, con malattie che ne derivano, come la diarrea, che uccide 2 milioni di bambini ogni anno.
In Italia invece secondo le stime, la disponibilità di acqua non copre totalmente i fabbisogni, ma a pesare di più sono sprechi e reti ´colabrodo´. Le esigenze di acqua del nostro Paese sono infatti di circa 54,3 miliardi di metri cubi l´anno e le risorse utilizzabili vengono stimate in 53 miliardi di metri cubi, di cui 40 miliardi di metri cubi per la risorsa superficiale e 13 miliardi di metri cubi per quella sotterranea. Questi i dati della Relazione annuale sullo stato dei servizi idrici presentata al Parlamento nel 2006 dal Comitato di vigilanza sull´uso delle risorse idriche. Nella stessa relazione si parla di reti ´colabrodo´, che perdono il 40% dell´acqua trasportata.
Il consumo d´acqua nelle abitazioni e nelle città, spiega il dossier Acque Wwf del 2007, incide soltanto per il 10% sul totale. In Italia all´agricoltura viene attribuito un 46% dei consumi, alle industrie manifatturiere il 17%, alla produzione idroelettrica il 19% e per le forniture pubbliche il 18%. L´innevamento toglie 90 milioni di metri cubi d´acqua l´anno;
Secondo il rapporto sull’acqua di Legambiente infine, oltre il 90% dei comuni consuma tra i 100 e i 250 litri per abitante al giorno, mentre cinque città consumano oltre 300 litri. Milano, con un consumo per abitante di circa 395 litri di acqua al giorno per abitante, registra il valore più alto d´Italia; a seguire troviamo Lecce (354 litri), Ragusa (335 litri), Frosinone (312 litri) e Padova (308 litri).
Cambiamenti climatici e catastrofi, l’Isdr chiede di applicare subito il Quadro di azione di Hyogo
FONTE: http://www.greenreport.it
L´International strategy for disaster reduction dell’Onu (Isdr) ha chiesto che i governi del mondo accelerino l’attuazione del Quadro di azione di Hyogo, sottoscritto nel 2005, che mira a far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici.
Secondo Salvano Briceño, direttore del segretariato dell’Isdr, «oggi il problema è che la vulnerabilità del pianeta ai disastri non fa che accrescersi, e la situazione va peggiorando con i cambiamenti climatici. Dunque dobbiamo agire subito per ridurre i rischi di conseguenze devastatrici sulle genti e sul loro modo di vivere».
L´Isdr ha ricordato che le inondazioni sono all’origine dell’84% dei decessi dovuti a disastri naturali tra il 2000 e il 2005, e rappresentano il 65% di tutti i Danni e le perdite subite, per un totale di 466 miliardi di dollari nel decennio 1992-2001. Quest’anno, le sole inondazioni che hanno colpito la Gran Bretagna avrebbero provocato circa 12 miliardi di danni.
Visto che i fenomeni meteorologici estremi si ripeteranno, Isdr chiede di cominciare a realizzare azioni che permettano di diminuire le perdite in vite umane e i danni più gravi subiti dalle comunità locali e dai Paesi.
Lo strumento esiste già: è il Quadro d’azione di Hyogo per il 2005-2015, per le Nazioni e le collettività resilienti alle catastrofi, adottato e firmato da 168 paesi durante la Conferenza mondiale sulla prevenzione delle catastrofi che si è tenuta nel 2005 a Kobe, nella prefettura di Hyogo in Giappone,.
L’Isdr incoraggia l´adozione di legislazioni adeguate per costruire edifici ed infrastrutture solidi ed in sicurezza, città e villaggi in zone che non sono soggette ad inondazioni.
Le cinque priorità del rapporto della Conferenza mondiale sulla prevenzioni della catastrofi, riguardano l’importanza della riduzione dei rischi di catastrofe ai livelli nazionale e locale, con l’adozione di un quadro istituzionale solido che permetta di realizzare al meglio le attività di prevenzione e messa in sicurezza necessarie. Il Quadro di azione include anche la messa in evidenza, la valutazione e la sorveglianza dei rischi di catastrofe e il rafforzamento dei sistemi di allerta rapida, incoraggiando all’utilizzo di conoscenze, delle innovazioni e dell’educazione per realizzare una cultura della sicurezza e della resilienza a tutti i livelli, cioè a mettere in campo misure “elastiche” di adattamento, prevenzione e contrasto agli effetti dei cambiamenti climatici.
Per far questo occorre ridurre i fattori di rischio a tutti i livelli, ad iniziare dalla gestione dell’ambiente e delle risorse naturali, come della gestione del territorio.
L’altra priorità è quella di rafforzare la preparazione in previsione delle catastrofi, per poter intervenire efficacemente a tutti i livelli quando queste si producono, con la messa in opera di un efficiente e rapido meccanismo di scambi di informazioni, esercitazioni di preparazione ad affrontare eventi climatici catastrofici e con la creazione di fondi di urgenza per portare aiuto a chi ne viene colpito.
La chiocciola d’Aldabra, campanello del cambiamento climatico
FONTE: http://www.greenreport.it
L´atollo di Aldabra, uno dei più grandi del mondo, è sperduto a 426 chilometri a nord-ovest della punta nord del Madagascar e a 1150 chilometri a sud-ovest di Mahé, la principale isola delle Seychelles di cui fa parte, dal 1983 è Patrimonio mondiale dell´umanità dell´Unesco per la sua grande importanza per la biodiversità, visto che ospita la più grande popolazione mondiale di tartarughe terrestri giganti (Geochelone Aldabrachelys gigantea), con più di 150 mila esemplari, spettacolari colonie di uccelli, tra i quali il rallo dalla gola bianca, unica specie sopravvissuta nell´Oceano Indiano di uccello inadatto al volo.
A preoccupare biologi e ricercatori non sono queste specie simbolo, ma l’estinzione di una chiocciola endemica.
Una preoccupazione che può sembrare esagerata davanti ad un umile gasteropode, ma la Rachistia aldabrae può essere il primo sfortunato pioniere del cambiamento climatico.
Le ricerche delle chiocciole fatte su tutte le isole dell’atollo di Aldabra e in quelle vicine non hanno dato risultati, e la scomparsa della lumaca non è dovuta, come in altri casi di estinzione di animali più noti, come il dodo o la tigre della Tasmania, a introduzione di specie alloctone entrate in competizione alimentare con quelle autoctone, predatori ed attività umane dirette, ma ad un cambiamento ambientale globale con visibili ripercussioni locali.
Sembra che l’aumento della siccità abbia colpito le popolazioni in “letargo” durante gli usuali periodi asciutti, riducendone i periodo di attività degli adulti, ma ad essere più colpiti sarebbero state le giovani chiocciole che tollerano peggio la “disseccazione”. Quindi il successo riproduttivo della Rachistia aldabrae sarebbe stato del tutto compromesso dalla siccità sempre più prolungata. La prova, secondo i ricercatori che indagano sul preoccupante fenomeno, è nel fatto che dal 2000 si trovano solo conchiglie di adulti. La causa sarebbe tutta nella diminuzione verticale delle piogge tra gli anni 80 e 90 che hanno portato ad un’alta mortalità giovanile e al conseguente invecchiamento della popolazione con la completa estinzione di tutte le popolazioni tra il 1997 e il 2000. Ma gli scienziati sottolineano che anche se la siccità non avesse fatto strage di queste sfortunate lumache, alla loro estinzione ci avrebbe pensato l’innalzamento del livello del mare che sembra destinato a sommergere Aldabra ed altre isole coralline.
Un caso di estinzione “climatica” di un’intera specie per ora inusuale, non causata da predatori importati o dall’uomo, ma che nel futuro potrebbe divenire sempre meno rara, a cominciare da quanto va accadendo a molte specie di anfibi, i vertebrati che più sembrano soffrire i primi effetti del riscaldamento globale e per i quali si stima che 170 specie siano scomparse dal 1980 ad oggi, mentre un terzo delle 5.918 specie conosciute è minacciato di estinzione.
Secondo i ricercatori la chiocciola di Aldabra, rane e rospi potrebbero essere i nuovio e globali “canarini delle miniere di carbone” che avvertivano con la loro morte della presenza di gas, la loro scomparsa e rarefazione segnalerebbe l’aumento dei gas serra e l’inizio di quella vasta diminuzione della biodiversità che potrebbe far scomparire migliaia di specie animali, trasformando il nostro pianeta in un posto più povero di vita e di bellezza. Riusciremo a prestare attenzione all’allarme che ci arriva da quei piccoli gusci calcinati su uno sperduto atollo africano?
Investigatori Unesco per i gorilla di montagna uccisi

thumbs.php


FONTE: http://www.greenreport.it
Una missione dell´Unesco e dell’Iucn è nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) per svolgere un’inchiesta di 10 giorni sul massacro dei gorilla di montagna avvenuto, senza ragione apparente, nel parco nazionale dei Virunga. «Queste uccisioni – si legge in una nota dell’Unesco – sono un colpo alla conservazione dei gorilla di montagna ed un passo indietro per gli sforzi fatti per proteggere questo sito».
La missione investigative si terrà in stretto rapporto con l´Institut congolais pour la conservation de la nature (Iccn) e di concerto con le autorità locali, per tentare di determinare le ragioni di questo brutale attacco ad una popolazione di gorilla di montagna che nel Virunga raggiunge i 370 esemplari, circa la meta dei 700 di questi grandi primati che vivono allo stato libero. Quindi i 7 animali uccisi nel Virunga dall’inizio dell’anno rappresentano un grave campanello di allarme. William Lacey Swing, rappresentante speciale del segretario dell’Onu e capo degli osservatori Onu in Rdc (Monuc), ha assicurato a Francesco Bandarin, direttore del Centro del patrimonio mondiale dell´Unesco che la Monuc darà tutto il suo sostegno alla missione.
Sulla base dei risultati delle indagini, la missione proporrà misure per proteggere i gorilla di montagna e per migliorare la conservazione di un sito iscritto dal 1994 nella lista Unesco del patrimonio mondiale in pericolo.
Gli investigatori di Iucn ed Unesco fanno parte del meccanismo rafforzato di sorveglianza adottato durante la trentunesima sessione a Christchurch (Nuova Zelanda) dal Comitato del patrimonio mondiale.
«L´assenza di spiegazioni per le recenti uccisioni è molto preoccupante – dice l’Unesco – In effetti, non si tratta del classico bracconaggio, dove la motivazione è commerciale. Inoltre, gli animali sono stati abbattuti malgrado il rafforzamento delle pattuglie di sorveglianza e anche mentre i militari sono presenti nella zona». Una delle spiegazioni possibili è la volontà di colpire l’ecoturismo legato ai gorilla o una sfida lanciata a guardaparco ed autorità locali da parte di bande di ribelli sbandati che infestano la zona di confine con Uganda, Ruanda e Burundi.
Il Virunga é il più vecchio parco nazionale africano (1925) ed uno dei 5 siti della Rdc che fanno parte del patrimonio internazionale Unesco che rivestono una grande importanza per la preservazione della biodiversità a livello mondiale. Ma la situazione sembra in degrado a causa di guerra, bracconaggio e questo nuovo tipo di uccisioni, tanto che in autunno è prevista una riunione a Kinshasa tra governo congolese , Unesco ed Iucn per vedere come migliorare la gestione dei siti, anche dalla caotica situazione militare e civile del grande Paese africano mai uscito davvero dalla tragica guerra che lo ha sconvolto per 10 anni fino al 2000.
(Foto fonte Wwf)

Harper´s magazine: «Gli Usa vogliono Artico per diventare Paese più grande del mondo»... ...e rimanere il più potente
FONTE: http://www.greenreport.it
Dopo l’impresa russa sotto il Polo Nord, la corsa all’Artide è partita e sembra diventata inarrestabile e forse fautrice di nuove tensioni internazionali. Mentre il “pacifista” Canada annuncia che costruirà due nuove grandi basi militari a guardia dei suoi ghiacci, l’influente “Harper´s magazine” di settembre (ma già in distribuzione agli abbonati Usa) rivela che lo scorso dicembre l´amministrazione Bush ha intensificato fortemente l’attività di un gruppo speciale (e in parte segreto) di lavoro intersettoriale che dirige i sondaggi nei fondali oceanici dell’Artico, un lavoro discreto che servirà a sostenere la domanda che verrà sottoposta all’Onu per pretendere i diritti di sfruttamento sulla piattaforma artica zeppa di riserve di petrolio e gas: probabilmente il 25% delle riserve mondiali .
Un boccone grosso e prelibato che però, oltre agli Usa, al Canada ed alla Russia ha altri pretendenti: almeno Norvegia, Danimarca (la Groenlandia, la più grande isola del mondo, è un territorio autonomo del piccolo regno nord europeo) e Islanda. Insomma, il clamore dato dai russi, sembra anche con qualche falso cinematografico, alla immersione a 4000 metri sotto i ghiacci del Polo era insieme un atto di propaganda nazionalista ed un avvertimento internazionale, soprattutto agli americani: «vi abbiamo scoperto, ma questa è roba nostra». E i russi ne sembrano così convinti da rivendicare la continuità territoriale della “loro” piattaforma continentale siberiana lungo tutte le catene di montagne sottomarine Lomonossov et Mendeleïev, fino in Groenlandia. Uno strano corto circuito della storia per un Paese che cedette per un pugno di dollari l’intera Alaska agli Usa.
Ma le intenzioni di Bush non sono solo “segrete”: a febbraio ha chiesto al Congresso un finanziamento di 8 milioni di dollari per destinarli a ricerche nell’Artico per il 2008 e l’agenzia russa “Ria Novosti” ha reso noto che il rompighiaccio militare Usa “Healy” il 6 agosto ha lasciato il suo porto di Seattle (nello Stato nord-pacifico di Washington) per una lunga missione che durerà almeno fino ad ottobre.
Secondo “Harper´s magazine” «Gli Stati Uniti sorpasseranno la Cina, il Canada e la Russia, tenuto conto dei loro possedimenti allargati, e diventeranno il più grande Paese del Mondo» e spiega che gli Usa potranno così pretendere, solo per la piattaforma continentale dell’Alaska, diritti su risorse naturali per 1300 miliardi di dollari, compresi giacimenti petroliferi valutabili in 650 miliardi di dollari.
Il problema è che proprio lì corre il confine rivendicativo tra l’Orso russo, risvegliato dal suo letargo postcomunista, e l’aquila americana sempre più bisognosa di energia propria e non condizionata dai rifornimenti dal sempre più turbolento e refrattario medio-oriente. Forse dal nostro piccolo e sempre più caldo Mediterraneo non riusciamo ancora bene a capire quali sconvolgimenti politici, militari ed economici possono innescare i ghiacci che il global warming sta sciogliendo nell’Oceano Glaciale Artico.