22 luglio 2007
OZONO A BASSA QUOTA ACCELERA L'EFFETTO SERRA
27/07/07 09:39
(ANSA)
Fra le cause dei cambiamenti climatici ce n'é una che è stata 'dimenticata' dagli scienziati: l'ozono a livello del terreno. Lo sostiene uno studio pubblicato da Nature, secondo cui il contributo di questo gas, che impedisce alle piante di assorbire la CO2, è doppio rispetto a quanto stimato in precedenza. Gli effetti dell'ozono ad alta quota sull'effetto serra erano già noti: questo gas intrappola il calore che altrimenti sarebbe disperso nello spazio. I ricercatori dell'università inglese di Exeter si sono concentrati invece su quello a bassa quota, e sugli effetti indiretti che può avere nel riscaldamento globale dovuti all'azione sulle piante.
"L'ozono troposferico danneggia le piante, riducendo la loro produttività - spiega Peter Cox, che ha coordinato lo studio - il suo impatto però non è considerato dai modelli sui gas serra. Noi abbiamo invece sviluppato un modello che ne tiene conto, e abbiamo scoperto che l'effetto indiretto è della stessa grandezza di quello diretto". I danni provocati dall'ozono sono visibili soprattutto sulle foglie. Questa sostanza, che si forma per reazione fotochimica tra l'ossigeno dell'aria e altri gas serra come metano e monossido di carbonio, entra nelle foglie attraverso i pori e danneggia le cellule producendo sostanze dannose, e diminuendo l'efficienza della fotosintesi, cioé il meccanismo con cui la CO2 viene catturata. Una diminuzione della produttività si traduce quindi in una maggior quantità di anidride carbonica nell'atmosfera.
"Secondo il nostro modello - continua Cox - da qui al 2100 l'impatto dell'ozono sulla produttività delle piante sarà tra il 14 e il 23 per cento, e in certe regioni toccherà il 30 per cento. Le zone più colpite saranno Nord America, Europa, Cina e India, ma anche gli ecosistemi tropicali". Per quantificare i diversi effetti dell'ozono i ricercatori hanno usato la misura della 'forza radiativa', cioé la differenza tra le radiazioni che arrivano sulla Terra e quelle che escono. Un valore positivo di questa misura indica che la terra si scalda, e viceversa. Il contributo dato fino al 2100 dall'ozono nell'alta atmosfera è valutato dal modello in 0,89 Watt su metro quadrato, mentre quello dell'ozono a quote basse tra 0,62 e 1,09. Questi numeri sono comunque molto alti, se si pensa che nell'era preindustriale questo valore era 0,05, mentre fino al 2000 è indicato dall'Ipcc intorno a 0,38.
Fra le cause dei cambiamenti climatici ce n'é una che è stata 'dimenticata' dagli scienziati: l'ozono a livello del terreno. Lo sostiene uno studio pubblicato da Nature, secondo cui il contributo di questo gas, che impedisce alle piante di assorbire la CO2, è doppio rispetto a quanto stimato in precedenza. Gli effetti dell'ozono ad alta quota sull'effetto serra erano già noti: questo gas intrappola il calore che altrimenti sarebbe disperso nello spazio. I ricercatori dell'università inglese di Exeter si sono concentrati invece su quello a bassa quota, e sugli effetti indiretti che può avere nel riscaldamento globale dovuti all'azione sulle piante.
"L'ozono troposferico danneggia le piante, riducendo la loro produttività - spiega Peter Cox, che ha coordinato lo studio - il suo impatto però non è considerato dai modelli sui gas serra. Noi abbiamo invece sviluppato un modello che ne tiene conto, e abbiamo scoperto che l'effetto indiretto è della stessa grandezza di quello diretto". I danni provocati dall'ozono sono visibili soprattutto sulle foglie. Questa sostanza, che si forma per reazione fotochimica tra l'ossigeno dell'aria e altri gas serra come metano e monossido di carbonio, entra nelle foglie attraverso i pori e danneggia le cellule producendo sostanze dannose, e diminuendo l'efficienza della fotosintesi, cioé il meccanismo con cui la CO2 viene catturata. Una diminuzione della produttività si traduce quindi in una maggior quantità di anidride carbonica nell'atmosfera.
"Secondo il nostro modello - continua Cox - da qui al 2100 l'impatto dell'ozono sulla produttività delle piante sarà tra il 14 e il 23 per cento, e in certe regioni toccherà il 30 per cento. Le zone più colpite saranno Nord America, Europa, Cina e India, ma anche gli ecosistemi tropicali". Per quantificare i diversi effetti dell'ozono i ricercatori hanno usato la misura della 'forza radiativa', cioé la differenza tra le radiazioni che arrivano sulla Terra e quelle che escono. Un valore positivo di questa misura indica che la terra si scalda, e viceversa. Il contributo dato fino al 2100 dall'ozono nell'alta atmosfera è valutato dal modello in 0,89 Watt su metro quadrato, mentre quello dell'ozono a quote basse tra 0,62 e 1,09. Questi numeri sono comunque molto alti, se si pensa che nell'era preindustriale questo valore era 0,05, mentre fino al 2000 è indicato dall'Ipcc intorno a 0,38.
Incendi: parchi e agricoltura sotto tiro
26/07/07 22:39
FONTE:www.greenreport.it
Per il Wwf gli incendi di questi ultimi giorni rappresentano un vero e proprio attacco ai parchi: «Le aree protette stanno vivendo un anno nero. Il quadro del patrimonio naturale protetto devastato in così pochi giorni fa pensare a un disegno criminale contro il quale potrebbe fare fronte solo una strategia tra regioni ed enti parco», si legge in una nota degli ambientalisti.
E a guardare luoghi e cifre non si può dar certo loro torto: nelle ultime 3 settimane in Calabria ci sono stati 130 nei parchi del Pollino, dell´Aspromonte, della Sila e delle Serre; in Abruzzo sono stati colpiti i boschi della Majella e del parco d´Abruzzo, Lazio e Molise; in Puglia, incendi nelle aree protette del Gargano e dell´Alta Murgia, e poi le oasi WwF Le Cesine e Monte Sant´Elia; nelle Marche a fuoco il parco regionale di Frasassi e quello nazionale dei Monti Sibillini; in Campania i parchi regionali del Matese e del Taburno e Camposauro; in Sicilia gli incendiari hanno colpito i parchi dell´Etna, dei Nebrodi, delle Madonie, la riserva naturale di Torre Salsa; nel Lazio è stato appiccato il fuoco al “bosco del Papa”, a Castelgandolfo, nel parco regionale dei Castelli. In tutto sono sti trasformati in cenere più di 4.500 ettari di natura protetta.
«Eppure lo strumento legislativo per difendere i parchi dal fuoco c´è – ha detto Patrizia Fantilli, direttore dell´ufficio legale-legislativo del Wwf - come abbiamo scritto lo scorso anno in una lettera inviata a tutte le regioni e agli enti parco dove richiamavamo la legge quadro sugli incendi che prevede anche la formulazione e l´applicazione di Piani di prevenzione specifici per le aree protette. La cronaca di questi giorni ci dimostra purtroppo l´assenza di questo coordinamento - enti locali e parchi non hanno ancora applicato gli strumenti di pianificazione. E come un acceleratore in una macchina già in corsa le straordinarie condizioni climatiche di questi giorni provocate dal più vasto fenomeno dei cambiamenti climatici evidenziano in modo drammatico tutta la debolezza del nostro sistema “immunitario” antincendio».
Il WWF punta il dito contro le regioni, soprattutto quelle che non hanno adottato il piano regionale per la programmazione delle attività di previsione, prevenzione e lotta contro gli incendi boschivi, ma anche su quei parchi che non hanno ancora i piani approvati: «Le aree protette sono un patrimonio di tutti – dice Favilli - ma troppo spesso vengono percepite come vincolo o limite allo sviluppo, anche a causa di amministratori poco attenti che accentuano questa percezione».
Ma soprattutto gli ambientalisti sono preoccupati per la perdita dei “servizi" che gli ecosistemi forestali rappresentano per il al benessere umano: «sono privi di valore nei sistemi di contabilità nazionale – spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - Se dovessimo pensare ad un capitolo del Piano di adattamento ai mutamenti climatici per l´Italia, certamente quello della prevenzione dagli incendi occuperebbe un posto importante. A cominciare dalle strategie di riforestazione dove andrebbero privilegiate le piante più adatte ai climi mediterranei e secchi abbandonando l´adozione di pini o altre essenze ´resinose´ ad alto rischio di combustione. Gli ambienti forestali sono fondamentali per il mantenimento del ciclo idrico, per la loro capacità di trattenere l´acqua, per il contenimento dell´erosione del suolo, per la biodiversità in essi presente, per l´insostituibile servizio offerto a tutta la vita sulla Terra grazie ai processi di fotosintesi che trasformano l´energia solare in materia organica, per il loro ruolo nei grandi cicli biogeochimici, come quello del carbonio, così fondamentale per le stesse dinamiche del clima»
Coldiretti fa notare che, nonostante i danni incalcolabili provocati dagli incendi, negli ultimi 20 anni la superficie forestale italiana è aumentata del 20% e che oltre un terzo del nostro Paese è coperto da boschi: 10,47 milioni ettari, pari al 34,7 della superficie nazionale . Una crescita che «però accompagnata da preoccupanti fenomeni di abbandono e oggi una superficie forestale di circa 1,5 milioni ettari si trova senza la presenza di un imprenditore agricolo che possa svolgere attività di custodia, di valorizzazione, di protezione e di sorveglianza, anche nei confronti dei piromani». Secondo i dati della Col diretti, il 63,5% della superficie forestale è proprietà privata, il 32,4% pubblica, circa il 4% non è classificata.
La Coldiretti sottolinea che «nelle foreste andate a fuoco saranno impedite anche tutte le attività umane tradizionali del bosco come la raccolta della legna e dei piccoli frutti mentre sono gravi i danni diretti registrati alle colture agricole come gli oliveti Dop e agli aranceti Igp del Gargano mentre sono a rischio il tartufo nero nel Piceno nelle marche e lo zafferano di Navelli in Abruzzo e sono andati distrutti numerosi casolari rurali. Di fronte ad un fenomeno che ormai si ripropone ogni anno c´è la necessità di coinvolgere le imprese agricole nell´attività di prevenzione, incentivando un´azione di sorveglianza, manutenzione e gestione delle foreste».
Per il Wwf gli incendi di questi ultimi giorni rappresentano un vero e proprio attacco ai parchi: «Le aree protette stanno vivendo un anno nero. Il quadro del patrimonio naturale protetto devastato in così pochi giorni fa pensare a un disegno criminale contro il quale potrebbe fare fronte solo una strategia tra regioni ed enti parco», si legge in una nota degli ambientalisti.
E a guardare luoghi e cifre non si può dar certo loro torto: nelle ultime 3 settimane in Calabria ci sono stati 130 nei parchi del Pollino, dell´Aspromonte, della Sila e delle Serre; in Abruzzo sono stati colpiti i boschi della Majella e del parco d´Abruzzo, Lazio e Molise; in Puglia, incendi nelle aree protette del Gargano e dell´Alta Murgia, e poi le oasi WwF Le Cesine e Monte Sant´Elia; nelle Marche a fuoco il parco regionale di Frasassi e quello nazionale dei Monti Sibillini; in Campania i parchi regionali del Matese e del Taburno e Camposauro; in Sicilia gli incendiari hanno colpito i parchi dell´Etna, dei Nebrodi, delle Madonie, la riserva naturale di Torre Salsa; nel Lazio è stato appiccato il fuoco al “bosco del Papa”, a Castelgandolfo, nel parco regionale dei Castelli. In tutto sono sti trasformati in cenere più di 4.500 ettari di natura protetta.
«Eppure lo strumento legislativo per difendere i parchi dal fuoco c´è – ha detto Patrizia Fantilli, direttore dell´ufficio legale-legislativo del Wwf - come abbiamo scritto lo scorso anno in una lettera inviata a tutte le regioni e agli enti parco dove richiamavamo la legge quadro sugli incendi che prevede anche la formulazione e l´applicazione di Piani di prevenzione specifici per le aree protette. La cronaca di questi giorni ci dimostra purtroppo l´assenza di questo coordinamento - enti locali e parchi non hanno ancora applicato gli strumenti di pianificazione. E come un acceleratore in una macchina già in corsa le straordinarie condizioni climatiche di questi giorni provocate dal più vasto fenomeno dei cambiamenti climatici evidenziano in modo drammatico tutta la debolezza del nostro sistema “immunitario” antincendio».
Il WWF punta il dito contro le regioni, soprattutto quelle che non hanno adottato il piano regionale per la programmazione delle attività di previsione, prevenzione e lotta contro gli incendi boschivi, ma anche su quei parchi che non hanno ancora i piani approvati: «Le aree protette sono un patrimonio di tutti – dice Favilli - ma troppo spesso vengono percepite come vincolo o limite allo sviluppo, anche a causa di amministratori poco attenti che accentuano questa percezione».
Ma soprattutto gli ambientalisti sono preoccupati per la perdita dei “servizi" che gli ecosistemi forestali rappresentano per il al benessere umano: «sono privi di valore nei sistemi di contabilità nazionale – spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - Se dovessimo pensare ad un capitolo del Piano di adattamento ai mutamenti climatici per l´Italia, certamente quello della prevenzione dagli incendi occuperebbe un posto importante. A cominciare dalle strategie di riforestazione dove andrebbero privilegiate le piante più adatte ai climi mediterranei e secchi abbandonando l´adozione di pini o altre essenze ´resinose´ ad alto rischio di combustione. Gli ambienti forestali sono fondamentali per il mantenimento del ciclo idrico, per la loro capacità di trattenere l´acqua, per il contenimento dell´erosione del suolo, per la biodiversità in essi presente, per l´insostituibile servizio offerto a tutta la vita sulla Terra grazie ai processi di fotosintesi che trasformano l´energia solare in materia organica, per il loro ruolo nei grandi cicli biogeochimici, come quello del carbonio, così fondamentale per le stesse dinamiche del clima»
Coldiretti fa notare che, nonostante i danni incalcolabili provocati dagli incendi, negli ultimi 20 anni la superficie forestale italiana è aumentata del 20% e che oltre un terzo del nostro Paese è coperto da boschi: 10,47 milioni ettari, pari al 34,7 della superficie nazionale . Una crescita che «però accompagnata da preoccupanti fenomeni di abbandono e oggi una superficie forestale di circa 1,5 milioni ettari si trova senza la presenza di un imprenditore agricolo che possa svolgere attività di custodia, di valorizzazione, di protezione e di sorveglianza, anche nei confronti dei piromani». Secondo i dati della Col diretti, il 63,5% della superficie forestale è proprietà privata, il 32,4% pubblica, circa il 4% non è classificata.
La Coldiretti sottolinea che «nelle foreste andate a fuoco saranno impedite anche tutte le attività umane tradizionali del bosco come la raccolta della legna e dei piccoli frutti mentre sono gravi i danni diretti registrati alle colture agricole come gli oliveti Dop e agli aranceti Igp del Gargano mentre sono a rischio il tartufo nero nel Piceno nelle marche e lo zafferano di Navelli in Abruzzo e sono andati distrutti numerosi casolari rurali. Di fronte ad un fenomeno che ormai si ripropone ogni anno c´è la necessità di coinvolgere le imprese agricole nell´attività di prevenzione, incentivando un´azione di sorveglianza, manutenzione e gestione delle foreste».
Per quanto il mondo potrà sostenere la crescita?
Gli uomini occupano più del 35% delle terre
emerse e sfruttano il 24% del rendimento primario
netto del pianeta
26/07/07 22:38
FONTE:www.greenreport.it
Mentre il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo le sue stime sulla crescita globale (5,2% contro il 4,9% previsto in aprile, crescita che per il 25% è prodotta dalla Cina), alcuni ricercatori di diverse università americane ed europee hanno sviluppato la prima analisi geograficamente dettagliata dell’impatto umano sulla biosfera, rappresentandolo attraverso il parametro Hanpp o “human appropriation of net primary production” e traducendolo in due cartografie pubblicate nell’edizione on-line del giornale “Proceedings of the National academy of sciences”.
Usando dati e modelli su vegetazione, statistiche su agricoltura e silvicoltura, dati geografici sull’utilizzo delle terre, sulle tipologie di terreno e sulla loro degradazione per localizzare l´effetto umano sugli ecosistemi, si è scoperto che gli esseri umani si sono ormai appropriati del 23.8% del rendimento primario netto potenziale.
Il 53% di questa occupazione è dovuta alla “appropriazione da raccolta”, il 40% ad usi della terra per indurre cambiamenti produttivi, ed il 7% dagli incendi provocati dall’uomo.
Lo studio indica quindi che l’effetto dell’uomo sul pianeta e sulle risorse terrestri è molto forte.
«La nostra ricerca ha documentato che gli esseri umani si stanno trasformando effettivamente in una forza che sta cambiando globalmente l’ambiente – ha detto David Zaks, del Madison´s center for sustainability & the global environment dell’università del Wisconsin - L´importanza di questi studi è che ricompongono i dati, che prima erano benigni, in una storia che ritrae più efficacemente le nostre azioni collettive sul pianeta».
Secondo i ricercatori dati e programmi dimostrano come gli esseri umani in alcune aree hanno provocato la diminuzione del rendimento dei suoli, in altre lo hanno aumentato artificialmente con la fertilizzazione intensa, l´irrigazione e la meccanizzazione dell´agricoltura.
L’intensificazione dell’uso dei suoli diventa sempre più spesso una necessità, ma ormai campi coltivati e pascoli rivaleggiano con le foreste come i più grandi ecosistemi del pianeta, occupando il 35 per cento della superficie terrestre libera dai ghiacci, un aumento di paesaggi dominati dall’uomo che si produce a scapito degli ecosistemi naturali.
«L´aumento dell´agricoltura e della silvicoltura moderne è stato uno degli eventi più trasformanti nella storia umana – si legge nel documento di lavoro - Sia con lo sfruttamento degli ecosistemi naturali o intensificando le pratiche agricole su campi, pascoli e foreste, le attività umane di utilizzo del territorio stanno consumando la più grande parte del rendimento biologico del pianeta e stanno drammaticamente alterando i processi degli ecosistemi della Terra».
Gli scienziati si chiedono per quanto questo livello di sfruttamento delle risorse possa continuare: «Data la grandezza di questi effetti, è naturale chiedersi come il nostro uso degli ecosistemi terrestri può essere sostenuto, e tanto meno espanso, considerando anche il potenziale di sviluppo futuro della popolazione, il continuo sviluppo economico (e i relativi cambiamenti nella dieta) e l’aumento di fonti di energia basate su risorse biologiche. Mentre la crescita dell’uso delle terre da parte dell’uomo produce una continua degradazione o si basa sugli insostenibili combustibili fossili. Infine, dobbiamo interrogarci su quanto del rendimento della biosfera possiamo appropriarci prima che i sistemi planetari comincino ad impoverirsi e collassare. 30%? 40%? 50%? O più? Oppure abbiamo già attraversato quella soglia?».
Mentre il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo le sue stime sulla crescita globale (5,2% contro il 4,9% previsto in aprile, crescita che per il 25% è prodotta dalla Cina), alcuni ricercatori di diverse università americane ed europee hanno sviluppato la prima analisi geograficamente dettagliata dell’impatto umano sulla biosfera, rappresentandolo attraverso il parametro Hanpp o “human appropriation of net primary production” e traducendolo in due cartografie pubblicate nell’edizione on-line del giornale “Proceedings of the National academy of sciences”.
Usando dati e modelli su vegetazione, statistiche su agricoltura e silvicoltura, dati geografici sull’utilizzo delle terre, sulle tipologie di terreno e sulla loro degradazione per localizzare l´effetto umano sugli ecosistemi, si è scoperto che gli esseri umani si sono ormai appropriati del 23.8% del rendimento primario netto potenziale.
Il 53% di questa occupazione è dovuta alla “appropriazione da raccolta”, il 40% ad usi della terra per indurre cambiamenti produttivi, ed il 7% dagli incendi provocati dall’uomo.
Lo studio indica quindi che l’effetto dell’uomo sul pianeta e sulle risorse terrestri è molto forte.
«La nostra ricerca ha documentato che gli esseri umani si stanno trasformando effettivamente in una forza che sta cambiando globalmente l’ambiente – ha detto David Zaks, del Madison´s center for sustainability & the global environment dell’università del Wisconsin - L´importanza di questi studi è che ricompongono i dati, che prima erano benigni, in una storia che ritrae più efficacemente le nostre azioni collettive sul pianeta».
Secondo i ricercatori dati e programmi dimostrano come gli esseri umani in alcune aree hanno provocato la diminuzione del rendimento dei suoli, in altre lo hanno aumentato artificialmente con la fertilizzazione intensa, l´irrigazione e la meccanizzazione dell´agricoltura.
L’intensificazione dell’uso dei suoli diventa sempre più spesso una necessità, ma ormai campi coltivati e pascoli rivaleggiano con le foreste come i più grandi ecosistemi del pianeta, occupando il 35 per cento della superficie terrestre libera dai ghiacci, un aumento di paesaggi dominati dall’uomo che si produce a scapito degli ecosistemi naturali.
«L´aumento dell´agricoltura e della silvicoltura moderne è stato uno degli eventi più trasformanti nella storia umana – si legge nel documento di lavoro - Sia con lo sfruttamento degli ecosistemi naturali o intensificando le pratiche agricole su campi, pascoli e foreste, le attività umane di utilizzo del territorio stanno consumando la più grande parte del rendimento biologico del pianeta e stanno drammaticamente alterando i processi degli ecosistemi della Terra».
Gli scienziati si chiedono per quanto questo livello di sfruttamento delle risorse possa continuare: «Data la grandezza di questi effetti, è naturale chiedersi come il nostro uso degli ecosistemi terrestri può essere sostenuto, e tanto meno espanso, considerando anche il potenziale di sviluppo futuro della popolazione, il continuo sviluppo economico (e i relativi cambiamenti nella dieta) e l’aumento di fonti di energia basate su risorse biologiche. Mentre la crescita dell’uso delle terre da parte dell’uomo produce una continua degradazione o si basa sugli insostenibili combustibili fossili. Infine, dobbiamo interrogarci su quanto del rendimento della biosfera possiamo appropriarci prima che i sistemi planetari comincino ad impoverirsi e collassare. 30%? 40%? 50%? O più? Oppure abbiamo già attraversato quella soglia?».
Tar Sicilia: sulle bonifiche, il ministero (
dell´ambiente) stia al suo posto! Al ministero
"non è attribuito uno specifico potere di
valutazione tecnica sull’efficacia delle
previsioni progettuali" e perciò non può
vincolare in modo quasi totale l’attività degli
enti delegati
26/07/07 22:38
di Eleonora Santucci
Fonte:www.greenreport.it
«Sono illegittime le richieste di predisposizione di studi o di interventi rivolte dal ministero dell’ambiente e del territorio a pubbliche autorità quali il Commissario delegato per l’emergenza dei rifiuti o simili perché l’istruttoria deve rispettare le competenze previste dalla legge e deve essere condotta in maniera esaustiva, unitaria e soprattutto senza interferenza ministeriale».
A dirlo è il Tar della Sicilia nella sentenza del 20 luglio di questo anno ed il tema è la bonifica dei siti inquinati nella Rada di Augusta (sito di interesse nazionale di Priolo).
A richiedere l’intervento del tribunale amministrativo sono state le società industriali operanti nella Rada di Augusta denunciando non solo la violazione della normativa del Testo unico ambientale (Dlgs 152/06) e l’ingiusta e ingiustificata imposizione degli oneri per la bonifica, ma anche l’adozione di pianificazione, di tecniche e di modalità di interventi incomplete, non efficienti, non efficaci, irrealizzabili e pericolose per l’ambiente e per l’uomo.
L’istruttoria di un procedimento di bonifica è rigidamente scandito in fasi dal legislatore ed è da espletarsi – così come afferma anche il Collegio – in estrema autonomia scientifica alla luce degli odierni sviluppi della tecnologia. Agli organi decisionali, politici o amministrativi è affidato solamente la responsabilità della scelta delle migliori modalità logistiche per le soluzioni concrete di intervento oltre che la cura e la verifica della loro corretta attuazione. E’ per questo che nel testo unico in riferimento ai procedimenti di bonifica di interesse nazionale ove la competenza è del ministero dell’ambiente si prevede il supporto scientifico di Apat, Arpa, Isa altri soggetti qualificati pubblici e privati in materia di bonifica.
Una decisione, dunque, supportata dal dato scientifico: dapprima vengono posti in essere tutti gli studi necessari a fornire all’organismo politico una corretta cognizione di causa ed effetti dei vari fenomeni e poi verranno assunte dietro una ponderata valutazione dei risultati delle ricerche scientifiche le decisioni per una corretta pianificazione della bonifica.
Ed il luogo deputato al confronto, alla valutazione e alla scelta delle varie soluzione fornite dal privato e/o dal pubblico è proprio la Conferenza di servizi, tappa fondamentale della procedura. Questo perchè è una forma di cooperazione (prevista dalla legge 241/90) alla quale l’amministrazione procedente - nel nostro caso il Ministero dell’Ambiente - ricorre per l’esame contestuale dei vari interessi coinvolti nel procedimento. Ha il compito quindi di semplificare il procedimento stesso evitando che le amministrazioni coinvolte debbano pronunciarsi separatamente. Sostituisce a pronunce separate una valutazione contestuale in sede di collegio.
Ed è proprio questo che il Ministero non ha fatto per il Sito di Priolo.
Le imprese ricorrenti espongono, infatti che per tutte le conferenze di servizi il ministero dell’ambiente conferisce l’incarico per singole parti del progetto a diversi organi quali Arpa, Apat, Iss, Icram (e fino a questo punto la normativa viene rispettata) Provincia, Commissario delegato per l’emergenza rifiuti, tutela delle acque nella Regione Sicilia, Capitaneria di porto ecc. Ed il ministero non si ferma qui, ma vincola in modo quasi totale l’attività degli enti delegati predisponendo una serie di criteri direttivi, di presupposti, di limiti anche tecnico-scientifici, delimitando pure i campi di indagine e spesso contestando le attività svolte dai suoi delegati perché non conformi ai parametri dettati ed alla tempistica predisposta.
Ma al ministero – così come afferma il Collegio sulle orme di una sentenza recente di caso analogo del Tar Piemonte - non è attribuito uno specifico potere di valutazione tecnica sull’efficacia delle previsioni progettuali. Esso ha, invece, una duplice posizione doverosa: da una parte deve necessariamente avvalersi degli enti indicati dalla legge per la valutazione tecnica dei progetti e dall’altra è tenuto a tener conto dei risultati dell’istruttoria al fine di provvedere all’approvazione definitiva dei progetti. Non può, invece influenzare attraverso prescrizioni di modifiche tecniche che comunque presuppongono una preventiva analisi scientifica.
Fonte:www.greenreport.it
«Sono illegittime le richieste di predisposizione di studi o di interventi rivolte dal ministero dell’ambiente e del territorio a pubbliche autorità quali il Commissario delegato per l’emergenza dei rifiuti o simili perché l’istruttoria deve rispettare le competenze previste dalla legge e deve essere condotta in maniera esaustiva, unitaria e soprattutto senza interferenza ministeriale».
A dirlo è il Tar della Sicilia nella sentenza del 20 luglio di questo anno ed il tema è la bonifica dei siti inquinati nella Rada di Augusta (sito di interesse nazionale di Priolo).
A richiedere l’intervento del tribunale amministrativo sono state le società industriali operanti nella Rada di Augusta denunciando non solo la violazione della normativa del Testo unico ambientale (Dlgs 152/06) e l’ingiusta e ingiustificata imposizione degli oneri per la bonifica, ma anche l’adozione di pianificazione, di tecniche e di modalità di interventi incomplete, non efficienti, non efficaci, irrealizzabili e pericolose per l’ambiente e per l’uomo.
L’istruttoria di un procedimento di bonifica è rigidamente scandito in fasi dal legislatore ed è da espletarsi – così come afferma anche il Collegio – in estrema autonomia scientifica alla luce degli odierni sviluppi della tecnologia. Agli organi decisionali, politici o amministrativi è affidato solamente la responsabilità della scelta delle migliori modalità logistiche per le soluzioni concrete di intervento oltre che la cura e la verifica della loro corretta attuazione. E’ per questo che nel testo unico in riferimento ai procedimenti di bonifica di interesse nazionale ove la competenza è del ministero dell’ambiente si prevede il supporto scientifico di Apat, Arpa, Isa altri soggetti qualificati pubblici e privati in materia di bonifica.
Una decisione, dunque, supportata dal dato scientifico: dapprima vengono posti in essere tutti gli studi necessari a fornire all’organismo politico una corretta cognizione di causa ed effetti dei vari fenomeni e poi verranno assunte dietro una ponderata valutazione dei risultati delle ricerche scientifiche le decisioni per una corretta pianificazione della bonifica.
Ed il luogo deputato al confronto, alla valutazione e alla scelta delle varie soluzione fornite dal privato e/o dal pubblico è proprio la Conferenza di servizi, tappa fondamentale della procedura. Questo perchè è una forma di cooperazione (prevista dalla legge 241/90) alla quale l’amministrazione procedente - nel nostro caso il Ministero dell’Ambiente - ricorre per l’esame contestuale dei vari interessi coinvolti nel procedimento. Ha il compito quindi di semplificare il procedimento stesso evitando che le amministrazioni coinvolte debbano pronunciarsi separatamente. Sostituisce a pronunce separate una valutazione contestuale in sede di collegio.
Ed è proprio questo che il Ministero non ha fatto per il Sito di Priolo.
Le imprese ricorrenti espongono, infatti che per tutte le conferenze di servizi il ministero dell’ambiente conferisce l’incarico per singole parti del progetto a diversi organi quali Arpa, Apat, Iss, Icram (e fino a questo punto la normativa viene rispettata) Provincia, Commissario delegato per l’emergenza rifiuti, tutela delle acque nella Regione Sicilia, Capitaneria di porto ecc. Ed il ministero non si ferma qui, ma vincola in modo quasi totale l’attività degli enti delegati predisponendo una serie di criteri direttivi, di presupposti, di limiti anche tecnico-scientifici, delimitando pure i campi di indagine e spesso contestando le attività svolte dai suoi delegati perché non conformi ai parametri dettati ed alla tempistica predisposta.
Ma al ministero – così come afferma il Collegio sulle orme di una sentenza recente di caso analogo del Tar Piemonte - non è attribuito uno specifico potere di valutazione tecnica sull’efficacia delle previsioni progettuali. Esso ha, invece, una duplice posizione doverosa: da una parte deve necessariamente avvalersi degli enti indicati dalla legge per la valutazione tecnica dei progetti e dall’altra è tenuto a tener conto dei risultati dell’istruttoria al fine di provvedere all’approvazione definitiva dei progetti. Non può, invece influenzare attraverso prescrizioni di modifiche tecniche che comunque presuppongono una preventiva analisi scientifica.
Tonni senza scampo. Aumentate le quote e
diminuita la taglia minima pescabile, così il
nuovo regolamento europeo porterà la specie al
collasso. La denuncia di Greenpeace
26/07/07 22:37
Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI
GLOBALI http://www.galileonet.it
di Giovanna Dall'Ongaro
Una settimana da dimenticare. In vigore dal 13 giugno scorso il nuovo regolamento europeo per la pesca del tonno rosso in poco più di sette giorni ha già rivelato tutti i suoi punti deboli. Il più evidente dei quali è l'assoluta incapacità di controllo delle regole appena stabilite, tanto che nei primi due giorni di vita la nuova legge veniva già ampiamente trasgredita. E le denunce di Greenpeace non si sono lasciate attendere: il 15 giugno scorso la nave Rainbow Warrior dell'associazione ambientalista aveva intercettato tre pescherecci italiani a sud di Malta mentre pescavano tonno con l'aiuto di quattro aerei di ricognizione. Eppure le nuove disposizioni parlano chiaro: “E' vietato l'utilizzo di aeroplani o elicotteri per la ricerca del tonno rosso”.
“Se i paesi europei non sono in grado di controllare i loro pescherecci e garantire che la pesca avvenga in maniera legale dovrebbero richiamare le imbarcazioni nei propri porti” dice Alessandro Gianni, responsabile della campagna mare di Greenpeace. Un'altra nuova regola, già violata, impone il divieto di trasferimento dei tonni da una nave (in termine tecnico allibo) a un'altra attrezzata con un cargo frigorifero. Il 20 giugno scorso un'imbarcazione francese è invece stata colta in flagrante da Greenpeace nelle acque intorno a Malta, dove circolano tra l'altro molte navi tunisine prive dell'autorizzazione necessaria per la pesca del tonno rosso.
Insomma il Regolamento CE 643/2007 adottato dal Consiglio europeo della pesca non ha avuto un esordio felice e, almeno per quest'anno, non avrà neanche il tempo di riscattarsi visto che la stagione ittica sta per finire. Sarà possibile in futuro correggere il tiro? “Con queste premesse non abbiamo alcuna speranza di miglioramento. Al di là dell'ampiamente dimostrata inadeguatezza dei controlli il nuovo regolamento è sbagliato alla radice perché consente quote di cattura troppo elevate e abbassa la taglia minima del tonno pescabile” spiega Giannì.
Le ragioni del dissenso sono quindi più profonde e fanno leva su un significativo dato scientifico: il limite annuale di 15.000 tonnellate che il comitato scientifico dell'Iccat (la Commissione Internazionale per la conservazione del tonno atlantico) ha invitato a non superare se si vuole salvare la specie dal collasso. Ebbene la quota complessiva (Tac, totale ammissibile di cattura) prevista dal nuovo regolamento è praticamente il doppio: 29.500. “Il che significa in realtà circa 32.000 considerando le quote che Turchia e Libia si sono assegnate in modo unilaterale. A queste vanno poi aggiunte le 20.000 tonnellate di pesca illegale per arrivare così alle 55.000 tonnellate che corrisponde al triplo della soglia consigliata. Di questo passo la specie arriverà al collasso entro cinque anni. Ecco allora che partiranno con i soldi pubblici i programmi di riconversione dei pescherecci costretti a passare ad altri sistemi di pesca” denuncia Giannì.
Il passo indietro rispetto alla precedente normativa è evidente e le nuove quote di cattura assegnate all'Ue lo dimostrano: dalle 9.398 tonnellate previste dal regolamento 41/ 2006 si è passati senza troppe difficoltà alle 16.700. Per assicurare la conservazione della specie, altro avviso degli scienziati dell'Iccat caduto nel vuoto, sarebbe stato poi necessario vietare la pesca di esemplari al di sotto dei 30 Kg di peso. Una misura non troppo restrittiva visto che i tonni possono tranquillamente raggiungere i 500 kg. Nonostante ciò però il Consiglio dei Ministri della Pesca, riunitosi a Lussemburgo il 10 giugno scorso, ha consentito grazie ad alcune deroghe prelievi al disotto di quella soglia, accelerando così il degrado degli stock di tonno rosso. Ma i danni denunciati da Greenpeace hanno però un'origine più remota. Tutto nasce in realtà dalla riunione dell'Iccat del novembre scorso a Dubrovnik in Croazia. In quell'occasione la Commissione internazionale, in contrasto con le indicazioni del suo stesso comitato scientifico, aveva infatti già stabilito le quote da assegnare all'Unione europea, che è membro del trattato dal 1997. E sempre in quella sede aveva introdotto, solo per la Croazia però, la deroga alla soglia minima dei 30 Kg, che poi a Lussemburgo è stata estesa. Il regolamento europeo è quindi nato male già nelle sue premesse e, ricalcando la strategia di intervento dell'Iccat, non ha fatto altro che reiterare l'errore di partenza.
di Giovanna Dall'Ongaro
Una settimana da dimenticare. In vigore dal 13 giugno scorso il nuovo regolamento europeo per la pesca del tonno rosso in poco più di sette giorni ha già rivelato tutti i suoi punti deboli. Il più evidente dei quali è l'assoluta incapacità di controllo delle regole appena stabilite, tanto che nei primi due giorni di vita la nuova legge veniva già ampiamente trasgredita. E le denunce di Greenpeace non si sono lasciate attendere: il 15 giugno scorso la nave Rainbow Warrior dell'associazione ambientalista aveva intercettato tre pescherecci italiani a sud di Malta mentre pescavano tonno con l'aiuto di quattro aerei di ricognizione. Eppure le nuove disposizioni parlano chiaro: “E' vietato l'utilizzo di aeroplani o elicotteri per la ricerca del tonno rosso”.
“Se i paesi europei non sono in grado di controllare i loro pescherecci e garantire che la pesca avvenga in maniera legale dovrebbero richiamare le imbarcazioni nei propri porti” dice Alessandro Gianni, responsabile della campagna mare di Greenpeace. Un'altra nuova regola, già violata, impone il divieto di trasferimento dei tonni da una nave (in termine tecnico allibo) a un'altra attrezzata con un cargo frigorifero. Il 20 giugno scorso un'imbarcazione francese è invece stata colta in flagrante da Greenpeace nelle acque intorno a Malta, dove circolano tra l'altro molte navi tunisine prive dell'autorizzazione necessaria per la pesca del tonno rosso.
Insomma il Regolamento CE 643/2007 adottato dal Consiglio europeo della pesca non ha avuto un esordio felice e, almeno per quest'anno, non avrà neanche il tempo di riscattarsi visto che la stagione ittica sta per finire. Sarà possibile in futuro correggere il tiro? “Con queste premesse non abbiamo alcuna speranza di miglioramento. Al di là dell'ampiamente dimostrata inadeguatezza dei controlli il nuovo regolamento è sbagliato alla radice perché consente quote di cattura troppo elevate e abbassa la taglia minima del tonno pescabile” spiega Giannì.
Le ragioni del dissenso sono quindi più profonde e fanno leva su un significativo dato scientifico: il limite annuale di 15.000 tonnellate che il comitato scientifico dell'Iccat (la Commissione Internazionale per la conservazione del tonno atlantico) ha invitato a non superare se si vuole salvare la specie dal collasso. Ebbene la quota complessiva (Tac, totale ammissibile di cattura) prevista dal nuovo regolamento è praticamente il doppio: 29.500. “Il che significa in realtà circa 32.000 considerando le quote che Turchia e Libia si sono assegnate in modo unilaterale. A queste vanno poi aggiunte le 20.000 tonnellate di pesca illegale per arrivare così alle 55.000 tonnellate che corrisponde al triplo della soglia consigliata. Di questo passo la specie arriverà al collasso entro cinque anni. Ecco allora che partiranno con i soldi pubblici i programmi di riconversione dei pescherecci costretti a passare ad altri sistemi di pesca” denuncia Giannì.
Il passo indietro rispetto alla precedente normativa è evidente e le nuove quote di cattura assegnate all'Ue lo dimostrano: dalle 9.398 tonnellate previste dal regolamento 41/ 2006 si è passati senza troppe difficoltà alle 16.700. Per assicurare la conservazione della specie, altro avviso degli scienziati dell'Iccat caduto nel vuoto, sarebbe stato poi necessario vietare la pesca di esemplari al di sotto dei 30 Kg di peso. Una misura non troppo restrittiva visto che i tonni possono tranquillamente raggiungere i 500 kg. Nonostante ciò però il Consiglio dei Ministri della Pesca, riunitosi a Lussemburgo il 10 giugno scorso, ha consentito grazie ad alcune deroghe prelievi al disotto di quella soglia, accelerando così il degrado degli stock di tonno rosso. Ma i danni denunciati da Greenpeace hanno però un'origine più remota. Tutto nasce in realtà dalla riunione dell'Iccat del novembre scorso a Dubrovnik in Croazia. In quell'occasione la Commissione internazionale, in contrasto con le indicazioni del suo stesso comitato scientifico, aveva infatti già stabilito le quote da assegnare all'Unione europea, che è membro del trattato dal 1997. E sempre in quella sede aveva introdotto, solo per la Croazia però, la deroga alla soglia minima dei 30 Kg, che poi a Lussemburgo è stata estesa. Il regolamento europeo è quindi nato male già nelle sue premesse e, ricalcando la strategia di intervento dell'Iccat, non ha fatto altro che reiterare l'errore di partenza.
Armi chimiche e rifiuti nucleari dell’US Army
scaricate nei mari di tutto il mondo
26/07/07 22:37
Fonte: Progetto Humus (solidarietà con Chernobyl) http://www.progettohumus.it
Traduzione di ProgettoHumus da http://scienceblogs.com e http://www.dailypress.com
Non è un segreto che l’esercito degli Stati Uniti, in passato, ha usato l’oceano come discarica per munizioni, bombe ed armi. Molte sono state le richieste da parte degli organi di legge americani al loro esercito di rivelare circa l’esistenza di un grosso programma internazionale per effettuare lo smaltimento delle armi chimiche fuori dalla nazione. “L’Esercito ora ha ammesso di aver scaricato segretamente nei mari: 29.000 tonnellate di componenti dei gas Nervino e Iprite (mostarda), circa 400.000 bombe chimiche, mine terrestri e missili, e più di 500 tonnellate di rifiuti radioattivi. Spesso questi venivano gettati al largo della costa o inabissati, imballati e stipati nelle stive di vecchie navi.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’Esercito americano scaricò le proprie armi chimiche al largo delle coste marine di 12 nazioni mondiali (Italia compresa)
Centinaia di delfini che frequentavano le coste del New Jersey e della Virginia, vennero rinvenuti nel 1987 con ustioni simili a quelle da esposizione a gas iprite, uccisi dal contatto di armi chimiche.
Nel 1958 la nave militare William Ralston venne riempita di 301.000 bombe a gas iprite e di 1.500 scatole da una tonnellata di Lewisite. Al largo di San Francesco, la nave venne fatta affondare, disperdendo quindi gli elementi in essa contenuti nell’oceano pacifico.
GUARDA LA PHOTOGALLERY e documentazione sull’evento:
http://www.dailypress.com/news/dp-chemweapons-gal,1,5740743.photogallery?ctrack=1&cset=true
Nel 1964 diverse migliaia di libbre dei contenitori con all’interno del Gas Iprite vennero affondati nell’oceano Atlantico a lago del New Jersey.
CLIMA: MELBOURNE, CITTA' PIONIERA EDIFICI
ECOLOGICI
24/07/07 13:13
(ANSA) - ROMA - Una delle citta' pioniere del
mondo nel lancio di strategie per ridurre la
produzione di CO2 e' Melbourne, in Australia. E'
qui che si trova la piu' grande installazione
solare su un edificio urbano di tutto il
continente: il Queen Victoria Market, un
complesso commerciale del 19/o secolo, con una
facciata moderna costituita da 1.300 pannelli
solari. L'amministrazione di Melbourne, riferisce
il volume ''State of the world 2007'' del
Worldwatch Institute, sta promuovendo partnership
tra imprese private e amministrazione pubblica
per incoraggiare una crescita economica che si
accompagni alla qualita' ambientale. Lo slogan
adottato e' quello dello ''Zero Net Emissions'',
che la citta' australiana, 60.000 abitanti, ma
che ospita 660.000 persone durante il giorno e
costituisce il nucleo di un'area metropolitana di
3,6 milioni di abitanti, ha deciso di attuare
concretamente. Un obiettivo, quello di toccare
quota zero produzione CO2, che sembra sempre meno
lontano, visto che Melbourne ha gia' ridotto le
sue emissioni di anidride carbonica del 26% e per
il 2010 ha deciso di alzare il target dal 30 al
50%. Come spiega l'articolo di Tom Roper, ex
ministro del governo dello Stato di Victoria,
contenuto nel volume ''State of the world 2007'',
la bandiera dell'eco-rivoluzione locale e' il
Council House 2, il complesso di uffici che
ospita il municipio, il primo a raggiungere in
Australia il punteggio massimo del sistema di
certificazione ambientale, il Green Star. Di qui
l'appello del sindaco John So: ''Confidiamo che
Council House 2 cambi il modo con cui vengono
progettati e costruiti gli edifici a Melbourne,
in Australia e in tutto il mondo''. Il Council
House e' un vero e proprio gioiello per gli
ambientalisti: il nuovo edificio consuma l'87% di
energia e il 72% di acqua in meno rispetto a
quello vecchio, e assicura a chi ci lavora il
100% dell'aria fresca. Come? Utilizzando
frangisole ad energia solare sulla facciata
dell'edificio che seguono il sole nel suo
percorso, mentre finestre automatiche permettono
all'aria fresca della sera di raffreddare
l'edificio stesso. Turbine eoliche, pannelli
solari e un impianto di cogenerazione a gas
forniscono l'energia necessaria. Un impianto
apposito aspira l'acqua da una fogna vicina e la
sottopone ad un trattamento di depurazione
completa; quest'acqua viene poi usata per gli
scarichi dei servizi igienici e nelle torri di
refrigerazione. Queste innovazioni sono adottate
in tutta la citta'. Infatti, il piano regolatore
di Melbourne stabilisce che tutte le nuove
costruzioni a uso ufficio adottino strategie per
la riduzione dell'emissione di CO2, ad esempio
con l'utilizzo dell'energia solare e la raccolta
e al riuso dell'acqua piovana. E per gli edifici
esistenti? Esiste un apposito programma, il
GreenSaver, che finanzia le verifiche e fornisce
ai proprietari prodotti come rubinetti a flusso
ridotto, lampadine a risparmio energetico e
isolanti. (ANSA).
Dall´Ue nuove regole per la demolizione delle
navi che finora è avvenuta in maniera inquinante
24/07/07 12:58
Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
di Eleonora Santucci
LIVORNO. La nuova strategia per la gestione sostenibile dei rifiuti costituiti dalle navi fuori uso e per combattere lo smaltimento abusivo delle navi contenenti sostanze pericolose è contenuta nel “Libro verde. Per una migliore demolizione delle navi” della commissione europea. La questione per il momento è sostenibile sotto il profilo strettamente economico, ma presenta costi elevati per la salute umana e per l’ambiente.
Ogni anno in tutto il mondo vengono smantellate tra 200 e 600 navi d’alto mare di portata lorda superiore alle 2.000 tonnellate, gran parte delle quali battenti bandiera di uno stato membro Ue (nel 2006 non meno del 36%). E nel 2010 si aggiungeranno – così come stima la Commissione – circa 800 petroliere a scafo unico e altre 100 (circa) tra navi da guerra e altre di stato della Ue (soprattutto francesi e britanniche). Ed oggi, oltre due terzi di queste navi sono demolite sui litorali e sulle rive dei fiumi del subcontinente indiano (il Bangladesh attualmente vanta la percentuale più elevata del mercato). Ma nessuno dei siti impiegati è dotato di sistemi di contenimento per impedire l’inquinamento del suolo e delle acque, solo pochi dispongono di strutture per il conferimento dei rifiuti e il loro trattamento è raramente conforme alle minime norme ambientali. Se si considerano le navi destinate alla rottamazione tra il 2006 e il 20015, considerando pure le grandi quantità di amianto utilizzate nella costruzione delle navi (soprattutto in quelle militari dagli anni ´60 agli anni ´80) e dei materiali pericolosi contenuti, si prevede che nei cantieri di demolizione confluiranno circa 5,5 milioni di tonnellate di materiali potenzialmente rischiosi per l’ambiente: in particolare morchie, oli, vernici, Pvc e amianto.
Tuttavia c’è da dire che la rottamazione delle navi è anche una fonte importante di materie prime per l’Asia meridionale. In Bangladesh l’80 - 90% dell’acciaio utilizzato è ricavato dalle navi, nonostante il fatto che adesso lo stato asiatico paghi un prezzo di gran lunga superiore a 400 dollari per ldt (cioé il peso della nave), una cifra molto più elevata rispetto ad altri paesi. Dunque vi è un vero e proprio mercato della demolizione delle navi che ha dinamiche e regole ben precise. Quando i costi di manutenzione della nave cominciano a superare i possibili guadagni o quando la nave non è più interessante per il mercato dell’usato, il proprietario cerca un acquirente a cui vendere a un prezzo espresso in Usd per il peso della nave. Per anni il prezzo si è attestato attorno ai 150 Usd/ldt, ma di recente la forte domanda di rottami proveniente dalla Cina e la scarsa disponibilità di navi ha fatto sì che il prezzo salisse fino a livelli record di quasi 500 USD/ldt per le imbarcazioni normali e ancora più elevati per le navi di particolare valore. E come dicevamo al momento i prezzi più alti si registrano in Bangladesh. Ma se da un lato il riciclaggio delle navi risponde a criteri di redittività economica dall’altro non risponde a criteri nè ambientali nè sanitari. La demolizione delle navi è una attività pericolosa per la salute umana. Un recente rapporto indiano effettuato da Ong ha dimostrato come su sei lavoratori indiani del sito di demolizione di Alag soffre di asbestosi (malattia da esposizioni all´amianto) e come il tasso di incidenti mortali sia superiore di sei volte a quello dell’industria mineraria del paese. Decessi destinati ad aumentare con l’arrivo delle 800 petroliere per l’impiego di lavoratori inesperti. E la capacità di riciclare in maniera “ecologica” cioè nel rispetto delle norme di tutela ambientale e di sicurezza (se pur minime) arriva al massimo a 2 milioni di ldt/anno in tutto il mondo che rappresenta il 30% della domanda totale prevista in anni normali.
Queste le condizioni che hanno messo in evidenza la necessità di colmare la lacuna legislativa in materia di riciclaggio delle navi. In via di principio il trasferimento delle navi da demolire dai paese industrializzati a quelli in via di sviluppo è disciplinato sia a livello internazionale sia a livello comunitario con regolamento che vieta l’esportazione di imbarcazioni contenenti materiali pericolosi al di fuori della Comunità Europea. Ma di fatto gli eventi hanno dimostrato come la normativa non sia in grado di garantire condizioni sostenibili né sociali né ambientali.
di Eleonora Santucci
LIVORNO. La nuova strategia per la gestione sostenibile dei rifiuti costituiti dalle navi fuori uso e per combattere lo smaltimento abusivo delle navi contenenti sostanze pericolose è contenuta nel “Libro verde. Per una migliore demolizione delle navi” della commissione europea. La questione per il momento è sostenibile sotto il profilo strettamente economico, ma presenta costi elevati per la salute umana e per l’ambiente.
Ogni anno in tutto il mondo vengono smantellate tra 200 e 600 navi d’alto mare di portata lorda superiore alle 2.000 tonnellate, gran parte delle quali battenti bandiera di uno stato membro Ue (nel 2006 non meno del 36%). E nel 2010 si aggiungeranno – così come stima la Commissione – circa 800 petroliere a scafo unico e altre 100 (circa) tra navi da guerra e altre di stato della Ue (soprattutto francesi e britanniche). Ed oggi, oltre due terzi di queste navi sono demolite sui litorali e sulle rive dei fiumi del subcontinente indiano (il Bangladesh attualmente vanta la percentuale più elevata del mercato). Ma nessuno dei siti impiegati è dotato di sistemi di contenimento per impedire l’inquinamento del suolo e delle acque, solo pochi dispongono di strutture per il conferimento dei rifiuti e il loro trattamento è raramente conforme alle minime norme ambientali. Se si considerano le navi destinate alla rottamazione tra il 2006 e il 20015, considerando pure le grandi quantità di amianto utilizzate nella costruzione delle navi (soprattutto in quelle militari dagli anni ´60 agli anni ´80) e dei materiali pericolosi contenuti, si prevede che nei cantieri di demolizione confluiranno circa 5,5 milioni di tonnellate di materiali potenzialmente rischiosi per l’ambiente: in particolare morchie, oli, vernici, Pvc e amianto.
Tuttavia c’è da dire che la rottamazione delle navi è anche una fonte importante di materie prime per l’Asia meridionale. In Bangladesh l’80 - 90% dell’acciaio utilizzato è ricavato dalle navi, nonostante il fatto che adesso lo stato asiatico paghi un prezzo di gran lunga superiore a 400 dollari per ldt (cioé il peso della nave), una cifra molto più elevata rispetto ad altri paesi. Dunque vi è un vero e proprio mercato della demolizione delle navi che ha dinamiche e regole ben precise. Quando i costi di manutenzione della nave cominciano a superare i possibili guadagni o quando la nave non è più interessante per il mercato dell’usato, il proprietario cerca un acquirente a cui vendere a un prezzo espresso in Usd per il peso della nave. Per anni il prezzo si è attestato attorno ai 150 Usd/ldt, ma di recente la forte domanda di rottami proveniente dalla Cina e la scarsa disponibilità di navi ha fatto sì che il prezzo salisse fino a livelli record di quasi 500 USD/ldt per le imbarcazioni normali e ancora più elevati per le navi di particolare valore. E come dicevamo al momento i prezzi più alti si registrano in Bangladesh. Ma se da un lato il riciclaggio delle navi risponde a criteri di redittività economica dall’altro non risponde a criteri nè ambientali nè sanitari. La demolizione delle navi è una attività pericolosa per la salute umana. Un recente rapporto indiano effettuato da Ong ha dimostrato come su sei lavoratori indiani del sito di demolizione di Alag soffre di asbestosi (malattia da esposizioni all´amianto) e come il tasso di incidenti mortali sia superiore di sei volte a quello dell’industria mineraria del paese. Decessi destinati ad aumentare con l’arrivo delle 800 petroliere per l’impiego di lavoratori inesperti. E la capacità di riciclare in maniera “ecologica” cioè nel rispetto delle norme di tutela ambientale e di sicurezza (se pur minime) arriva al massimo a 2 milioni di ldt/anno in tutto il mondo che rappresenta il 30% della domanda totale prevista in anni normali.
Queste le condizioni che hanno messo in evidenza la necessità di colmare la lacuna legislativa in materia di riciclaggio delle navi. In via di principio il trasferimento delle navi da demolire dai paese industrializzati a quelli in via di sviluppo è disciplinato sia a livello internazionale sia a livello comunitario con regolamento che vieta l’esportazione di imbarcazioni contenenti materiali pericolosi al di fuori della Comunità Europea. Ma di fatto gli eventi hanno dimostrato come la normativa non sia in grado di garantire condizioni sostenibili né sociali né ambientali.
Revisione del Testo unico, il punto su rifiuti e
bonifiche
24/07/07 12:54
FONTE:www.greenreport.it
di Eleonora Santucci
Seconda approvazione in consiglio dei ministri del correttivo sul testo unico ambientale in tema di acque, rifiuti e bonifiche. Il secondo correttivo adottato dal consiglio dei ministri in data 12 ottobre del 2006 dopo l’esame della conferenza unificata stato-regione e del parere delle commissioni parlamentari è tornato il 20 luglio 2007 all’esame dell’Esecutivo ed è stato approvato. Ma l’iter che porterà alla sua emanazione e successiva attuazione non è ancora terminato: è infatti necessario un nuovo parere delle commissioni parlamentari e l’ultimo si dell’Esecutivo. Una volta ottenuta la terza approvazione del consiglio potremmo cominciare a parlare di stesure definitive.
La revisione del Dlgs 152/06 sta procedendo secondo la procedura della legge 308/2004 e secondo le modalità di consultazione stabilite dal decreto del ministro dell’ambiente e della tutela del territorio del 7 giugno 2005 concernente “modalità di consultazione delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali e delle associazioni nazionali riconosciute per la tutela dell’ambiente e per la tutela dei consumatori”. Tali tipi di modalità sono state modificate, sotto il profilo sostanziale ampliando le fasi di consultazione sia sui documenti di indirizzo sia sulla bozza dei testi di modifica.
Secondo la disciplina entro due anni dalla data di entrata in vigore del testo unico ambientale il governo può emanare disposizioni integrative o correttive sulla base di una relazione motivata presentata alle Camere dal ministero dell’ambiente che individua le disposizioni su cui si intende intervenire e le ragioni dell’intervento. Dopo di che – così come si legge dal disposto normativo – il governo trasmette alla camera gli schemi dei decreti accompagnati dall’analisi tecnico-normativa e dall’analisi dall’impatto della regolamentazione per l’espressione del parere da parte delle commissioni parlamentari. Il Governo, tenuto conto dei pareri espressi sia dalle commissioni ma anche della conferenza stato-regione ritrasmette alle Camere i testi per un ulteriore parere. Ed un nuovo parere delle commissioni parlamentari è necessario per la definitiva terza lettura in consiglio dei ministri.
Il consiglio ha approvato le modifiche ma senza l’intesa tecnica fra il ministero dell’ambiente e il ministero dello sviluppo economico: alcuni argomenti dovranno essere riordinati attraverso l’attento lavoro dei prossimi giorni dei giuristi dei due ministeri.
Il nuovo testo di modifica tocca temi delicati quali le bonifiche, il deposito temporaneo dei rifiuti, il Mud, la definizione di sottoprodotti e materie prime seconde, il riutilizzo di terre e rocce da scavo. Un testo molto diverso da quello proposto a ottobre: numerosi sono stati i pareri espressi dalle Camere e dalla Conferenza Stato-Regione da tenere in considerazione così come doverosa è risultata la necessità di conformarsi alla futura direttiva europea sui rifiuti. Naturalmente potrà subire altre modifiche durante il suo percorso verso il terzo approdo in consiglio dei ministri. Da qui in poi potremmo iniziare a parlare di disposizioni definitive nella loro formulazione.
Mentre il Consiglio dei Ministri approva a sorpresa la revisione sul tema della gestione dei rifiuti, delle acque e delle bonifiche la riforma sulla Vas e Via subisce l’ennesimo rinvio. L’esame in consiglio dei ministri è stato rinviato al 26 luglio. La II parte del Dlgs 152/06 rischia di essere attuata tale e quale a partire dal 1 agosto 2007. Se così fosse l’intero iter di revisione dovrebbe iniziare da capo: primo via libero del Consiglio dei ministri, pareri delle conferenza unificata stato-regione, passaggi alle commissioni parlamentari e altri due approvazioni in Consiglio dei ministri. Nel fra tempo, forse potrebbe scadere il termine dei due anni indicato dalla legge delega che attribuisce al governo il potere di revisionare le materie in tema di Vas e Via e questo comporterebbe ulteriori ritardi soprattutto nell’adattamento della normativa interna con quella comunitaria.
di Eleonora Santucci
Seconda approvazione in consiglio dei ministri del correttivo sul testo unico ambientale in tema di acque, rifiuti e bonifiche. Il secondo correttivo adottato dal consiglio dei ministri in data 12 ottobre del 2006 dopo l’esame della conferenza unificata stato-regione e del parere delle commissioni parlamentari è tornato il 20 luglio 2007 all’esame dell’Esecutivo ed è stato approvato. Ma l’iter che porterà alla sua emanazione e successiva attuazione non è ancora terminato: è infatti necessario un nuovo parere delle commissioni parlamentari e l’ultimo si dell’Esecutivo. Una volta ottenuta la terza approvazione del consiglio potremmo cominciare a parlare di stesure definitive.
La revisione del Dlgs 152/06 sta procedendo secondo la procedura della legge 308/2004 e secondo le modalità di consultazione stabilite dal decreto del ministro dell’ambiente e della tutela del territorio del 7 giugno 2005 concernente “modalità di consultazione delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali e delle associazioni nazionali riconosciute per la tutela dell’ambiente e per la tutela dei consumatori”. Tali tipi di modalità sono state modificate, sotto il profilo sostanziale ampliando le fasi di consultazione sia sui documenti di indirizzo sia sulla bozza dei testi di modifica.
Secondo la disciplina entro due anni dalla data di entrata in vigore del testo unico ambientale il governo può emanare disposizioni integrative o correttive sulla base di una relazione motivata presentata alle Camere dal ministero dell’ambiente che individua le disposizioni su cui si intende intervenire e le ragioni dell’intervento. Dopo di che – così come si legge dal disposto normativo – il governo trasmette alla camera gli schemi dei decreti accompagnati dall’analisi tecnico-normativa e dall’analisi dall’impatto della regolamentazione per l’espressione del parere da parte delle commissioni parlamentari. Il Governo, tenuto conto dei pareri espressi sia dalle commissioni ma anche della conferenza stato-regione ritrasmette alle Camere i testi per un ulteriore parere. Ed un nuovo parere delle commissioni parlamentari è necessario per la definitiva terza lettura in consiglio dei ministri.
Il consiglio ha approvato le modifiche ma senza l’intesa tecnica fra il ministero dell’ambiente e il ministero dello sviluppo economico: alcuni argomenti dovranno essere riordinati attraverso l’attento lavoro dei prossimi giorni dei giuristi dei due ministeri.
Il nuovo testo di modifica tocca temi delicati quali le bonifiche, il deposito temporaneo dei rifiuti, il Mud, la definizione di sottoprodotti e materie prime seconde, il riutilizzo di terre e rocce da scavo. Un testo molto diverso da quello proposto a ottobre: numerosi sono stati i pareri espressi dalle Camere e dalla Conferenza Stato-Regione da tenere in considerazione così come doverosa è risultata la necessità di conformarsi alla futura direttiva europea sui rifiuti. Naturalmente potrà subire altre modifiche durante il suo percorso verso il terzo approdo in consiglio dei ministri. Da qui in poi potremmo iniziare a parlare di disposizioni definitive nella loro formulazione.
Mentre il Consiglio dei Ministri approva a sorpresa la revisione sul tema della gestione dei rifiuti, delle acque e delle bonifiche la riforma sulla Vas e Via subisce l’ennesimo rinvio. L’esame in consiglio dei ministri è stato rinviato al 26 luglio. La II parte del Dlgs 152/06 rischia di essere attuata tale e quale a partire dal 1 agosto 2007. Se così fosse l’intero iter di revisione dovrebbe iniziare da capo: primo via libero del Consiglio dei ministri, pareri delle conferenza unificata stato-regione, passaggi alle commissioni parlamentari e altri due approvazioni in Consiglio dei ministri. Nel fra tempo, forse potrebbe scadere il termine dei due anni indicato dalla legge delega che attribuisce al governo il potere di revisionare le materie in tema di Vas e Via e questo comporterebbe ulteriori ritardi soprattutto nell’adattamento della normativa interna con quella comunitaria.