15 luglio 2007
ACQUA: LANCIATA STRATEGIA PER COMBATTERE PENURIA
E SICCITA'
19/07/07 11:14
(ANSA) - BRUXELLES - La Commissione europea si fa
carico della crescente crisi idrica e della
siccita' dovute ai mutamenti climatici.
L'esecutivo ha annunciato oggi l'avvio di un
ampio dibattito sul ruolo che l'Europa potra'
assumere per favorire il risparmio di acqua e un
uso razionale della risorsa. La Commissione ha
reso noto oggi una prima serie di opzioni
strategiche e questioni importanti che verranno
discusse e sviluppate nei prossimi mesi, e
presentate poi nel corso del 2008. Tra queste, la
fissazione di un prezzo equo per l'acqua,
l'introduzione di vincoli per il consumo e altre
misure per ridurre gli sprechi, e lo studio di
nuovi sistemi di ripartizione della risorsa tra i
diversi settori economici. L'obiettivo e' di
frenare gli sprechi d'acqua che mediamente
rappresentano il 20% dei consumi totali europei,
con punte fino al 50% nelle regioni del
Mediterraneo. Stavros Dimas, commissario
all'Ambiente, ha sottolineato la necessita' di
''adottare un approccio integrato nell'ambito
idrico, poiche' un uso duraturo di tale risorsa
e' assolutamente vitale se si vuole garantire la
disponibilita' dell'acqua per tutti gli europei e
tutte le attivita' economiche''. Benche' l'Europa
disponga globalmente di risorse idriche
sufficienti, e' alto il rischio che il quadro
peggiori, considerando il costante aumento degli
episodi di siccita' verificatisi negli ultimi
trenta anni, come quello che nell'estate 2003 ha
interessato circa un terzo del territorio Ue e
provocato danni per 8,7 miliardi di euro. Secondo
la Commissione Ue, con una serie di misure
drastiche, accompagnate da un cambio di
mentalita' e di abitudini, si potrebbero
risparmiare ogni anno fino al 45% di acqua (123
chilometri cubi), vale a dire una quantita'
superiore all'aumento dei consumi prevista di qui
fino al 2025. L'Italia e' uno dei paesi piu'
interessati, in quanto potrebbe essere uno dei
paesi piu' colpiti dalla penuria idrica. Ma e'
anche uno dei paesi che potrebbe risparmiare di
piu', considerando che in Italia quasi 200 litri
a testa di acqua si perdono lungo il percorso.
L'Italia gia' oggi e' al quarto posto in Europa
per l'uso delle proprie riserve naturali: nel
2003 ne sono state usate il 48%, il doppio
rispetto al 1992. A livello europeo,
l'agricoltura e' uno dei grandi imputati, con il
64% di acqua consumata, insieme all'energia
(20%), l'uso civile (12%) e l'industria (4%).
''Tutti i settori economici hanno bisogno di
sviluppare tecnologie e pratiche efficienti. In
alcune regioni, il risparmio di acqua puo'
arrivare fino al 30% del totale di quanto
consumato'', affermano gli esperti della
Commissione. ''In alcune citta', le perdite nei
network di rifornimento idrico possono arrivare
fino al 50%''. Per arginare questa situazione
allarmante, la Commissione chiede agli Stati
membri strategie che puntino a premiare le
tecnologie, le azioni e i prodotti a basso
consumo idrico. Sistemi di irrigazione piu'
moderni potrebbero fare diminuire i consumi
agricoli fino alla meta' e l'uso di nuove
tecnologie potrebbero fare risparmiare il 65% dei
consumi nei parchi e il 20% nelle scuole. Ed
anche i consumi domestici potrebbero essere
ridotti del 35-40%. (ANSA).
CALDO: CNR, E' ALLERTA OZONO IN PIANURA PADANA
19/07/07 11:14
(ANSA) - ROMA - ''E' allerta ozono in Pianura
Padana''. La segnalazione arriva dalla
''sentinella'' dell' Istituto di scienze
dell'atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di
Bologna, la stazione di ricerca Vittori sul monte
Cimone, in provincia di Modena, ospitata dal
servizio meteorologico dell' aeronautica
militare. ''Da alcuni giorni l'Italia e la
Pianura Padana sono interessate da un'intensa
area di alta pressione che favorisce fenomeni di
produzione e accumulo di ozono superficiale -
spiega Paolo Bonasoni, responsabile della
stazione del Cnr - infatti, in aree
contraddistinte da elevate emissioni di
precursori dell' ozono (quali idrocarburi, ossidi
di azoto ed ossidi di carbonio), condizioni
meteorologiche caratterizzate da stagnazione
delle masse d'aria e da elevati livelli di
radiazione solare favoriscono la produzione
fotochimica di questo inquinante pericoloso per
la salute umana e l'ambiente''. A provocare il
fenomeno e' sempre l'accoppiata caldo e smog, che
mette a rischio la salute, specie nelle grandi
citta'. E in genere c'e' una connessione tra i
valori registrati in quota dal Cnr e la
situazione a valle, a partire da grandi centri
come Bologna, Forli', Modena, Reggio Emilia, ma
anche Milano e Verona. ''Dai nostri studi abbiamo
messo in evidenza come le ondate di calore estive
possano provocare aumenti della concentrazione di
ozono oltre i 2.000 metri di quota - afferma
Bonasoni - e queste condizioni di alta pressione
possono favorire la produzione di ozono che
vengono successivamente trasportati dalle zone di
emissione alla nostra stazione''. In particolare,
riferisce il responsabile della ''sentinella''
del Cnr ''tra venerdi' 13 e lunedi' 16, la
stazione del Monte Cimone, a 2.165 metri
sull'Appennino Tosco Emiliano, ha rilevato
elevate concentrazioni di ozono, ben al di sopra
della media del periodo, circa 68 ppbv, cioe'
parti per miliardo, con punte di oltre 90 ppbv,
equivalenti alla soglia di informazione alla
popolazione di 180 microgrammi per metro cubo''.
Una concentrazione da allerta, quella di 180
microgrammi per metro cubo, per la salute della
popolazione, specie per chi soffre di patologie
cardiovascolari, bambini e anziani. ''Superamenti
di questa soglia - precisa Bonasoni - sono stati
infatti registrati dall'Arpa Emilia-Romagna a
Modena e Bologna''. L'allarme ozono destinato a
tutta la popolazione scatta invece quando si
tocca quota 240 microgrammi per metro cubo.
(ANSA).
La Banca d´Italia non fa i conti con la
sostenibilità Ancora una volta l’economia viene
trattata, dal massimo organismo italiano in
materia, sotto le uniche lenti della crescita e
della competitività a prescindere
19/07/07 11:13
di Diego Barsotti
FONTE:www.greenreport.it
LIVORNO. Nell’ultimo bollettino congiunturale della Banca d’Italia la responsabilità previsionale è assunta in proprio, mentre fino ad oggi si era limitata nel selezionare le stime più valide formulate da altri organismi, come il Fondo monetario internazionale, Ocse, la Commissione europea… Almeno dal nostro punto di vista questa pare essere l’unica novità, visto che ancora una volta l’economia viene trattata, dal massimo organismo italiano in materia, sotto le uniche lenti della crescita e della competitività a prescindere. Numeri e quantità guidano ogni ragionamento, che non tiene invece minimamente in conto della qualità (della crescita e della competitività) né tanto meno della sostenibilità, buona soltanto quando il politico di turno deve presentare le proprie strategie di governo del Paese, ma totalmente ignorata quando si forniscono i dati sulla salute economica del Paese.
Addirittura la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno cominciato ad allentare la morsa del paradigma classico della crescita, consapevoli degli effetti che l’insistita usura del capitale naturale - ormai una variabile economica a pieno titolo - possono determinare (e già determinano) sullo sviluppo quantitativo come sui conti pubblici. Non la Banca d’Italia: se la politica economica dell’Italia continuerà ad essere quella enunciata dal governatore Mario Draghi, allora occorre mettersi l’animo in pace: la sostenibilità dello sviluppo può attendere.
Competitività su cosa? Crescita di cosa? Sembrano domande totalmente estranee agli scenari elaborati dalla Banca d’Italia, che segna con l’evidenziatore quello che interessa a tutti: ovvero che i consumi crescano: dell’1,9% per l’esattezza, anche se poi l’indebitamento delle famiglie è cresciuto dell’11% in un solo anno (ma non è un indice di povertà, tutt’altro: è solo l’ovvio frutto del credito al consumo e dell’incentivo a consumare sempre di più). Anche se poi domani si griderà alla necessità di abbassare i consumi di energia; non si griderà alla necessità di ridurre i flussi di materia perché ancora quasi nessuno coglie il nesso; si griderà alla necessità di ridurre i rifiuti (proprio perché ancora in pochissimi colgono il legame consumi – rifiuti).
Del resto pure quando si parla di efficienza energetica e di innovazione, se va bene si parla di innovazione di processo genericamente, non finalizzata a qualcosa (appunto: a risparmio di energia, risparmio di materia, mitigazione degli impatti ambientali). Anche se tra le righe del bollettino della Banca d’Italia gli effetti dello sviluppo del sistema economico italiano si possono forse leggere in un altro dato: che nel primo trimestre di quest’anno si è avuta una leggera riduzione dell’occupazione e che aumentano le persone che hanno perso fiducia nella possibilità di trovare un impiego (soprattutto al Sud) : che l’innovazione e la competitività (e quindi la crescita) eliminino le spese per il personale? Oppure, con rispetto parlando, aumentino lo sfruttamento del personale occupato?
Altro esempio: in Toscana, ma anche nel resto d’Italia, il dibattito è acceso sulla salvaguardia del paesaggio e del territorio e sulla necessità di mitigare gli impatti ambientali. E se vogliamo anche sulla necessità di abbattere la berlusconiana Legge Obiettivo (salvo poi confermarne almeno in parte le intenzioni di fondo attraverso il recente allegato infrastrutture al Dpef). Ma ecco che lo studio presentato ieri da Cresme , Unioncamere e Ance lancia l’allarme: la stragrande maggioranza delle imprese di costruzioni rischia di uscire dal mercato per colpa del calo degli appalti (in realtà cresciuti, ma solo per le maxi opere). Se il Cresme dicesse il vero allora il totem della crescita imporrebbe anche di dover costruire illimitatamente. Ma l’Italia non è infinita. E neppure il pianeta.
FONTE:www.greenreport.it
LIVORNO. Nell’ultimo bollettino congiunturale della Banca d’Italia la responsabilità previsionale è assunta in proprio, mentre fino ad oggi si era limitata nel selezionare le stime più valide formulate da altri organismi, come il Fondo monetario internazionale, Ocse, la Commissione europea… Almeno dal nostro punto di vista questa pare essere l’unica novità, visto che ancora una volta l’economia viene trattata, dal massimo organismo italiano in materia, sotto le uniche lenti della crescita e della competitività a prescindere. Numeri e quantità guidano ogni ragionamento, che non tiene invece minimamente in conto della qualità (della crescita e della competitività) né tanto meno della sostenibilità, buona soltanto quando il politico di turno deve presentare le proprie strategie di governo del Paese, ma totalmente ignorata quando si forniscono i dati sulla salute economica del Paese.
Addirittura la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno cominciato ad allentare la morsa del paradigma classico della crescita, consapevoli degli effetti che l’insistita usura del capitale naturale - ormai una variabile economica a pieno titolo - possono determinare (e già determinano) sullo sviluppo quantitativo come sui conti pubblici. Non la Banca d’Italia: se la politica economica dell’Italia continuerà ad essere quella enunciata dal governatore Mario Draghi, allora occorre mettersi l’animo in pace: la sostenibilità dello sviluppo può attendere.
Competitività su cosa? Crescita di cosa? Sembrano domande totalmente estranee agli scenari elaborati dalla Banca d’Italia, che segna con l’evidenziatore quello che interessa a tutti: ovvero che i consumi crescano: dell’1,9% per l’esattezza, anche se poi l’indebitamento delle famiglie è cresciuto dell’11% in un solo anno (ma non è un indice di povertà, tutt’altro: è solo l’ovvio frutto del credito al consumo e dell’incentivo a consumare sempre di più). Anche se poi domani si griderà alla necessità di abbassare i consumi di energia; non si griderà alla necessità di ridurre i flussi di materia perché ancora quasi nessuno coglie il nesso; si griderà alla necessità di ridurre i rifiuti (proprio perché ancora in pochissimi colgono il legame consumi – rifiuti).
Del resto pure quando si parla di efficienza energetica e di innovazione, se va bene si parla di innovazione di processo genericamente, non finalizzata a qualcosa (appunto: a risparmio di energia, risparmio di materia, mitigazione degli impatti ambientali). Anche se tra le righe del bollettino della Banca d’Italia gli effetti dello sviluppo del sistema economico italiano si possono forse leggere in un altro dato: che nel primo trimestre di quest’anno si è avuta una leggera riduzione dell’occupazione e che aumentano le persone che hanno perso fiducia nella possibilità di trovare un impiego (soprattutto al Sud) : che l’innovazione e la competitività (e quindi la crescita) eliminino le spese per il personale? Oppure, con rispetto parlando, aumentino lo sfruttamento del personale occupato?
Altro esempio: in Toscana, ma anche nel resto d’Italia, il dibattito è acceso sulla salvaguardia del paesaggio e del territorio e sulla necessità di mitigare gli impatti ambientali. E se vogliamo anche sulla necessità di abbattere la berlusconiana Legge Obiettivo (salvo poi confermarne almeno in parte le intenzioni di fondo attraverso il recente allegato infrastrutture al Dpef). Ma ecco che lo studio presentato ieri da Cresme , Unioncamere e Ance lancia l’allarme: la stragrande maggioranza delle imprese di costruzioni rischia di uscire dal mercato per colpa del calo degli appalti (in realtà cresciuti, ma solo per le maxi opere). Se il Cresme dicesse il vero allora il totem della crescita imporrebbe anche di dover costruire illimitatamente. Ma l’Italia non è infinita. E neppure il pianeta.
SMOG: IN ARRIVO NUOVA DIRETTIVA; OLTRE AL PM10
ANCHE PM2,5
17/07/07 09:00
(ANSA) - ROMA - Arriva la nuova direttiva sulla
qualita' dell'aria, che rivede gli standard per
la concentrazione in aria del PM10 e ne introduce
di nuovi per il PM2,5 (frazione fine del
particolato maggiormente responsabile dei danni
alla salute) e inoltre riorganizza in un unico
processo informativo che avverra' in via
telematica gli attuali due flussi di informazione
sulla qualita' dell'aria (flusso informativo e
flusso normativo) tra Commissione Europea e Stati
Membri. Recente si' della Commissione Europea
infatti alla 'Posizione comune' adottata dal
Consiglio Ue, che approva la nuova direttiva
sulla qualita' dell'aria nel territorio
comunitario. L'Esecutivo Ue ha formalizzato lo
scorso 29 giugno 2007 il proprio accordo sul
testo della direttiva destinata a sostituire gli
attuali provvedimenti Ue in materia di qualita'
dell'aria, ossia le direttive 96/62/Ce,
1999/30/Ce, 2000/69/CE e 2002/3/Ce. Il
provvedimento ha infatti l'obiettivo di chiarire
e semplificare la legislazione sulla qualita'
dell'aria: riunisce in un testo unico la
direttiva quadro del 1996 e le tre direttive
derivate, oltre alla decisione sullo scambio di
informazioni. La direttiva in cantiere prevede
infatti la integrazione in un unico provvedimento
di diverse ed attuali norme in materia di
qualita' dell'aria, tra cui: la direttiva
96/62/Ce in materia di valutazione e di gestione
della qualita' dell'aria ambiente; la direttiva
1999/30/Ce concernente i valori limite di
qualita' dell'aria ambiente per il biossido di
zolfo, il biossido di azoto, gli ossidi di azoto,
le particelle e il piombo; la direttiva
2000/69/Ce concernente i valori limite per il
benzene ed il monossido di carbonio nell'aria
ambiente; la direttiva 2002/3/Ce relativa
all'ozono nell'aria; la decisione 97/101/Ce del
Consiglio che instaura uno scambio reciproco di
informazioni e di dati provenienti dalle reti e
dalle singole stazioni di misurazione
dell'inquinamento atmosferico. Aggiorna inoltre
le disposizioni relative alla valutazione e alla
gestione della qualita' dell'aria, in particolare
imponendo agli Stati membri di realizzare piani e
programmi atti a garantire il rispetto dei limiti
fissati. In particolare sotto accusa le
particelle inquinanti maggiormente responsabili
dei danni alla salute umana, come le Pm2,5 e
Pm10. Sui limiti di emissione in atmosfera degli
inquinanti il Parlamento ha chiesto misure piu'
severe di quelle originariamente fissate dalla
Commissione. In base allo schema originario di
direttiva, i termini per l'attuazione sul piano
nazionale delle nuove norme in tema di qualita'
dell'aria sono stabiliti nel 31 dicembre 2007.
Per il regime di transizione dalle vecchie alle
nuove norme e' invece previsto un calendario che
giunge fino al 2010. In base al progetto sono
infatti previste proroghe per l'allineamento ai
nuovi parametri delle zone critiche, mentre alle
industrie non saranno richieste misure di
contenimento che vadano oltre le Bat, le migliori
tecniche disponibili. Grazie al provvedimento in
itinere e alle altre misure contemplate nella
strategia tematica in materia di lotta
all'inquinamento, i benefici per la salute
supereranno di almeno cinque volte i costi.
Malgrado il notevole miglioramento della qualita'
dell'aria in Europa, favorito dalla legislazione
e da altri fattori, l' inquinamento atmosferico
continua ad avere gravi conseguenze per la salute
umana e per l'ambiente. La Commissione ha
pertanto elaborato la sua strategia che fissa una
serie di obiettivi ambiziosi, realizzabili entro
il 2020, per proteggere la salute umana e
l'ambiente dall'inquinamento atmosferico. La
Commissione ha cercato la soluzione che offrisse
il miglior rapporto costi-efficacia e fosse
coerente con gli obiettivi di crescita e
occupazione previsti dalla strategia di Lisbona e
con la strategia dell'Unione europea per lo
sviluppo sostenibile. Si ritiene che la strategia
permettera' di ridurre il numero di morti
premature causate ogni anno dal particolato e
dall'ozono da 370.000 nel 2000 a 230.000 nel
2020. Senza la strategia, le morti premature nel
2020 sarebbero ancora piu' di 290.000. Secondo le
stime, la strategia comportera' una serie di
benefici per la salute (riduzione del numero di
morti premature, minor numero di malattie,
riduzione dei ricoveri ospedalieri, aumento della
produttivita', ecc.) quantificabili in almeno 45
miliardi di euro l'anno. Tali benefici superano
di oltre cinque volte i costi di attuazione della
strategia, che secondo le stime ammontano a circa
7,1 miliardi di euro l'anno, pari allo 0,05% del
Pil dell'Ue-25 nel 2020. (ANSA). XLO
CLIMA: SOS PO, RISCHIA DI FERMARSI A 100 KM DALLA
FOCE
17/07/07 09:00
(ANSA) - PARMA - L'acqua del Po sta diminuendo e,
complici i cambiamenti climatici e l'aumento
delle richieste soprattutto per l'agricoltura, il
suo corso rischia di fermarsi a 100 chilometri di
distanza dalla foce, nel ferrarese. E' l' allarme
lanciato a Parma, in un convegno sugli effetti
del clima sul bacino del Po organizzato dall'Apat
(Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i
servizi tecnici) insieme con Arpa Emilia-Romagna
e le altre agenzie padane per conto del ministero
dell'Ambiente, in vista della conferenza
nazionale sui cambiamenti climatici prevista il
12 e 13 settembre a Roma. La portata del
principale fiume italiano - il cui bacino si
estende su un quarto del territorio nazionale,
coprendo sei regioni e 3200 comuni dove si
concentra il 40% del pil nazionale - e' calata
del 20-25% negli ultimi trent'anni (circa 1500
metri cubi al secondo contro gli storici 1800),
per cui ogni dieci litri di acqua che arrivavano
in precedenza alla foce, oggi mancano all'appello
oltre due litri. Colpa in parte dell'aumento
delle temperature medie, e quindi della maggiore
evaporazione, e in gran parte dei maggiori
prelievi. Un trend che, secondo gli esperti, e'
destinato a peggiorare per via delle piogge,
diminuite del 15-20% nel bacino del Po
nell'ultimo trentennio e in media del 10%
sull'intero Paese. La situazione degenera nei
periodi piu' caldi, quando la portata puo'
scendere fino a 180 metri cubi d'acqua al
secondo, che non bastano nemmeno a raffreddare
gli impianti di Porto Tolle, una delle maggiori
centrali elettriche italiane. Il rischio quindi,
secondo Stefano Tibaldi, direttore del Servizio
idrometereologico dell'Arpam e' che ''a breve,
per qualche giorno all'anno e negli anni piu'
sfortunati si potrebbero avere risalite molto
consistenti, a maggior ragione se il mare fosse
molto alto, ad esempio in caso di acqua alta a
Venezia. Vent' anni fa questo non succedeva mai,
negli ultimi cinque anni e' successo gia' due
volte''. (ANSA). KUC
UE E USA ETICHETTANO UFFICI; RINNOVATO ACCORDO
17/07/07 08:59
(ANSA) - ROMA - E' in dirittura d'arrivo il nuovo
regolamento per l'etichettatura ecologica degli
uffici. Scopo del regolamento proposto e'
applicare il nuovo accordo concluso il 20
dicembre 2006 tra il governo degli Stati Uniti
d'America e la Ce per il coordinamento di
programmi di etichettatura relativa ad un uso
efficiente dell'energia per le apparecchiature
per ufficio che rifonde il regolamento (Ce) n.
2422/2001. Il primo accordo Energy Star tra la Ce
e gli Stati Uniti e' stato firmato nel 2000 ed e'
scaduto nel giugno 2006. L'Ue ha deciso di
rinnovare l'accordo per proseguire il programma
Energy Star per un secondo periodo di cinque
anni. L'efficienza energetica e' in larga misura
responsabile dei risparmi energetici ed e'
giustamente considerata uno dei principali
elementi di una politica energetica sostenibile
in Europa. E poiche' le apparecchiature per
ufficio assorbono una percentuale sempre maggiore
del consumo energetico nella Comunita', si e'
deciso di intervenire drasticamente con il
rinnovo dell'accordo. Energy Star tra Ce e Stati
Uniti prevede che i criteri di efficienza
energetica (specifiche tecniche) - ovvero i
criteri che un prodotto deve soddisfare per poter
ottenere l'etichetta Energy Star - siano rigorosi
e vengano riesaminati regolarmente. Vi sono
notevoli miglioramenti in confronto al precedente
accordo. Innanzitutto, l'etichetta puo' essere
attribuita soltanto al 25% dei modelli per i
quali sono disponibili i dati al momento della
definizione dei criteri. In secondo luogo, l'
accordo copre il consumo energetico non solo nel
modo 'veglia' (stand-by) ma anche nel modo
'acceso' (on). Si stima, per esempio, che nel
prossimo triennio le nuove specifiche tecniche
per i dispositivi grafici (copiatrici, stampanti,
scanner e fax) consentiranno nell'Ue-25 un
risparmio di 17 TWh (terawattora). Le specifiche
tecniche, elaborate congiuntamente dagli Stati
Uniti e dalla Ce attraverso i rispettivi enti
gestori (cioe' l'Agenzia per la protezione
dell'ambiente degli Stati Uniti - Us Epa - e la
Commissione) e in cooperazione con le parti
interessate, si applicano automaticamente a tutti
gli accordi bilaterali conclusi dagli Stati Uniti
con paesi terzi. Il fatto che i criteri siano
rigorosi e' un incentivo affinche' i produttori
migliorino le prestazioni energetiche dei propri
prodotti per poter ottenere l'etichetta. I
prodotti che soddisfano i requisiti per poter
ottenere l'etichetta sono registrati in una banca
dati. L'Ue ha scelto di adeguarsi al modello
statunitense in considerazione del fatto che la
natura volontaria del programma soddisfa
l'esigenza di flessibilita', poiche' i produttori
si adeguano agli sviluppi tecnologici senza
doversi conformare all'ennesima nuova etichetta
creata da zero. Nel campo dell' etichettatura
energetica esiste poi un considerevole numero di
normative Ue, quali la classificazione energetica
degli elettrodomestici da A a G, il programma
Eco-design e l' assegnazione del marchio di
qualita' ecologica. L'attuazione di un programma
dedicato esclusivamente alle apparecchiature per
ufficio e' una soluzione accettabile per
indirizzare il mercato verso prodotti ad
efficienza energetica integrando la legislazione
Ce in vigore invece di moltiplicare le etichette
esistenti e aumentare i costi amministrativi. Si
tratta di un approccio che incide positivamente
anche sugli scambi commerciali. L'etichetta
Energy Star e' utilizzata in tutto il mondo e
puo' funzionare da piattaforma per
l'armonizzazione internazionale delle misure di
efficienza energetica, favorendo la riduzione dei
costi di attuazione e aumentando la
consapevolezza dei consumatori per quanto
concerne l'efficienza energetica. (ANSA). XLO
CARTA RICICLATA:CINA PRIMA AL MONDO MA MINA
FORESTE
17/07/07 08:59
(ANSA) - ROMA - La Cina e' il maggior consumatore
mondiale di carta riciclata, per produrla usa la
carta di scarto proveniente dagli altri paesi.
Ma, sia per il fabbisogno interno crescente a
ritmi vertiginosi, sia per l'export verso paesi
importatori che preferiscono carta vergine, la
carta usata non e' sufficiente alla produzione
cinese che e' quindi una fortissima minaccia per
le foreste del mondo. Luci e ombre cinesi nel
settore emergono dal report redatto
dall'organizzazione internazionale forestale
Forest Trends intitolato 'Environmental Aspects
of China s Papermaking Fiber Supply'. E laddove
la carta riciclata non basta, spiega Brian
Stafford che ha steso il rapporto, ecco che si
materializza la minaccia dello sfruttamento
illegale delle foreste: la Cina infatti si
rifornisce di pasta di legno e legname per
cartiere soprattutto da taglio e trasporto
illegale del legname di Indonesia Russia
Orientale. C'e' dunque la legittima
preoccupazione che la crescita futura
dell'industria cartiera cinese avvenga anche a
spesse delle gia' sfruttate foreste naturali dei
tropici. Dal report emerge che il 60% delle fibre
usate nell'industria della carta in Cina derivano
da carta usata, molta della quale importata da
Usa, Europa, Giappone. Negli ultimi 10 anni
queste importazioni sono cresciute del 500% da
3,1 milioni di tonnellate nel 1996 a 19,6 milioni
nel 2006. Inoltre l'America da sola nel 2006 ha
venduto 8,6 milioni di tonnellate di carta usata
alla Cina e solo negli ultimi 4 anni la Cina ha
salvato dalle discariche 65 milioni di tonnellate
di carta usata in USA e Giappone. E lo scorso
anno ha salvato 54 milioni di tonnellate di
legname grazie alla produzione di carta
riciclata. Cina promossa nella produzione di
carta allora? Non proprio, infatti dove l'uso
della carta riciclata non arriva iniziano i
problemi: dal report e' emerso per esempio che
nel 2005 solo per il 64% della produzione cinese
di carta di qualita' (cioe' non riciclata) e'
stato usato come materia prima legname da foreste
con un management rispettoso per l'ambiente, il
resto e' legname di dubbia provenienza da aree di
sfruttamento illegale delle foreste. E'
necessario, conclude il report, che le compagnie
cartiere cinesi adottino sistemi per la
tracciabilita' del legname, in modo da evitare lo
sfruttamento illegale delle foreste. (ANSA).
Y27-GU
Il Parlamento Ue per una politica marittima
basata sul rispetto dell’ambiente
17/07/07 08:48
FONTE:www.greenreport.it
BRUXELLES . Il Parlamento europeo ha approvato un rapporto di indirizzo per una futura politica marittima europea, esprimendo un forte sostegno «ad un approccio integrato e multisettoriale di sviluppo sostenibile degli oceani, mari e regioni costiere d´Europa».
Per il Parlamento di Strasburgo il Libro verde della Commissione Ue ha aperto nuove prospettive per la politica marittima, attraverso un approccio globale, che combina diversi settori come il trasporto marittimo, il turismo, la pesca, la politica portuale e l’ambiente marino. Per i parlamentari europei gli oceani dovranno giocare un ruolo centrale nella futura politica marittima per la comprensione e l’attenuazione dei cambiamenti climatici e per ridurre l’incidenza del riscaldamento globale sugli ecosistemi marini e le attività marittime. Anche per questo il Parlamento europeo chiede un forte sviluppo dell’energia eolica off-shore e un piano d´azione per produrre almeno 50 GW da questi impianti entro il 2020.
Il rapporto chiede alla Commissione Ue di «agire rapidamente al fine di mettere in campo il quadro necessario a prendere una decisione coerente per gli affari marittimi e vigilare sulla buona applicazione di queste misure in seguito».
La Commissione Ue sta preparando un documento globale nel quale esporrà le sue analisi e i contributi giunti dalle parti interessate e dai cittadini nel corso della consultazione sul Libro verde e presenterà entro ottobre anche un Piano di azione con misure di avviamento che costituiranno le prime pietre del nuovo edificio della politica marittima dell’Ue.
Il Parlamento di Strasburgo ha accolto anche un emendamento dei parlamentari siciliani Francesco Musotto e Luigi Cocilovo (centrodestra) che invita la Commissione a sottolineare il ruolo cruciale delle isole e delle comunità locali, che devono investire in infrastrutture per le loro marine e in altre strutture per nautica da diporto, crociere, sport subacquei, garantendo la protezione degli ecosistemi marini.
«Sono molto felice che il Parlamento europeo si mostri favorevole ad una nuova politica marittima dell’Unione – ha detto il commissario alla pesca ed agli affari marittimi Joe Borg (Nella foto) - Questo appoggio viene ad aggiungersi al sostegno massiccio che ha ricevuto l’iniziativa della Commissione dalle parti interessate e dalle altre istituzioni europee. Giocheranno un ruolo fondamentale nella costruzione della futura politica marittima europea. La Commissione ha per obiettivo quello di mettere insieme le condizioni che permettano uno sviluppo veramente sostenibile del settore marittimo, all’interno del quale la crescita e il lavoro non saranno creati a detrimento della protezione dell’ambiente o dei bisogni delle generazioni future. Una migliore gouvernance nel campo marittimo sarà cruciale per raggiungere questo scopo ed il mandato democratico del Parlamento aggiunge una dimensione supplementare al dialogo che abbiamo intrapreso con gli europei».
Intanto da Genova arriva una buona notizia: la Finaval, specializzata nel trasporto di prodotti petroliferi, ha due petroliere di classe addizionale "Es" (Enviromental safety) all’industria coreana Samsung Heavy Industries, per un costo di 130 milioni di dollari, e le petroliere “ecologiche” avranno l´annotazione "Green star 3 design" del Registro italiano navale, garantendo secondo Finaval «il rispetto totale dell´ambiente marino e dell´atmosfera».
BRUXELLES . Il Parlamento europeo ha approvato un rapporto di indirizzo per una futura politica marittima europea, esprimendo un forte sostegno «ad un approccio integrato e multisettoriale di sviluppo sostenibile degli oceani, mari e regioni costiere d´Europa».
Per il Parlamento di Strasburgo il Libro verde della Commissione Ue ha aperto nuove prospettive per la politica marittima, attraverso un approccio globale, che combina diversi settori come il trasporto marittimo, il turismo, la pesca, la politica portuale e l’ambiente marino. Per i parlamentari europei gli oceani dovranno giocare un ruolo centrale nella futura politica marittima per la comprensione e l’attenuazione dei cambiamenti climatici e per ridurre l’incidenza del riscaldamento globale sugli ecosistemi marini e le attività marittime. Anche per questo il Parlamento europeo chiede un forte sviluppo dell’energia eolica off-shore e un piano d´azione per produrre almeno 50 GW da questi impianti entro il 2020.
Il rapporto chiede alla Commissione Ue di «agire rapidamente al fine di mettere in campo il quadro necessario a prendere una decisione coerente per gli affari marittimi e vigilare sulla buona applicazione di queste misure in seguito».
La Commissione Ue sta preparando un documento globale nel quale esporrà le sue analisi e i contributi giunti dalle parti interessate e dai cittadini nel corso della consultazione sul Libro verde e presenterà entro ottobre anche un Piano di azione con misure di avviamento che costituiranno le prime pietre del nuovo edificio della politica marittima dell’Ue.
Il Parlamento di Strasburgo ha accolto anche un emendamento dei parlamentari siciliani Francesco Musotto e Luigi Cocilovo (centrodestra) che invita la Commissione a sottolineare il ruolo cruciale delle isole e delle comunità locali, che devono investire in infrastrutture per le loro marine e in altre strutture per nautica da diporto, crociere, sport subacquei, garantendo la protezione degli ecosistemi marini.
«Sono molto felice che il Parlamento europeo si mostri favorevole ad una nuova politica marittima dell’Unione – ha detto il commissario alla pesca ed agli affari marittimi Joe Borg (Nella foto) - Questo appoggio viene ad aggiungersi al sostegno massiccio che ha ricevuto l’iniziativa della Commissione dalle parti interessate e dalle altre istituzioni europee. Giocheranno un ruolo fondamentale nella costruzione della futura politica marittima europea. La Commissione ha per obiettivo quello di mettere insieme le condizioni che permettano uno sviluppo veramente sostenibile del settore marittimo, all’interno del quale la crescita e il lavoro non saranno creati a detrimento della protezione dell’ambiente o dei bisogni delle generazioni future. Una migliore gouvernance nel campo marittimo sarà cruciale per raggiungere questo scopo ed il mandato democratico del Parlamento aggiunge una dimensione supplementare al dialogo che abbiamo intrapreso con gli europei».
Intanto da Genova arriva una buona notizia: la Finaval, specializzata nel trasporto di prodotti petroliferi, ha due petroliere di classe addizionale "Es" (Enviromental safety) all’industria coreana Samsung Heavy Industries, per un costo di 130 milioni di dollari, e le petroliere “ecologiche” avranno l´annotazione "Green star 3 design" del Registro italiano navale, garantendo secondo Finaval «il rispetto totale dell´ambiente marino e dell´atmosfera».
Il punto sulla Vas in attesa della modifica
17/07/07 08:47
di Eleonora Santucci
FONTE:www.greenreport.it
LIVORNO. Lo schema di decreto legge per la revisione della parte II del Dlgs 152/06 ha anche l’obiettivo di rivedere le disposizioni in materia di valutazione ambientale strategica (Vas).
Al legislatore del 2006 va il merito – se pur in ritardo di 5 anni e successivamente rispetto ad alcune regioni come la Toscana - di aver introdotto l’istituto della Vas recependo la direttiva comunitaria 42/2001/Ce.
Lo scopo che si prefigge la normativa comunitaria è di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente e di contribuire all’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione e dell’adozione di piani e programmi. La Vas, infatti, è una nuova forma di valutazione dell’impatto che l’attività umana può produrre sull’ambiente. Ha il fine di prevedere gli effetti nel lungo periodo delle decisioni che vengono adottate e di valutare se tali decisioni risultano davvero sostenibili.
La Vas, dunque, rappresenta una soluzione innovativa in quanto si ispira al principio di integrazione delle valutazioni ambientali al pari di quelle economiche e sociali nell’ambito di procedimenti di approvazione di piani e programmi. E visto che determinano la modalità di utilizzo del territorio le autorità preposte alla tutela dell’ambiente esprimono un parere e gli interessati possono partecipare al procedimento. Non a caso la valutazione viene definita come strategica in quanto è uno strumento di supporto alle decisioni da prendere da parte degli organi competenti.
Una valutazione, quindi che si pone prima durante e dopo l’approvazione (si prevede un continuo monitoraggio del programma o piano) e che ha come oggetto i processi di formazione di piani e programmi e non di singole opere o progetti. Ecco perché si differenzia dalla Via che ha come oggetto, appunto la singola opera. Ciò comporta che una si pone il problema di mitigare gli impatti ambientali rispetto ad una decisione già assunta, mentre l’atra interviene a monte giudicando come quel problema possa essere “strategicamente” risolto. Dunque la Via e Vas sono due valutazione distinte, ma connesse fra loro. Infatti affinché la Vas possa perseguire un’effettiva strategia di tutela ambientale ad effetto anticipato deve necessariamente essere coordinata con la Via.
Ma il Dlgs 152/06 appare volto a recepire la Vas in modo rigorosamente conforme alla Via senza evidenziarne le caratteristiche che rendono difformi le finalità e le prospettive delle due procedure. Il procedimento di valutazione ambientale strategica, infatti, riprende le fasi e gli aspetti sostanziali del procedimento di compatibilità ambientale.
Se il coordinamento fra le due valutazioni è ripreso dal decreto non risolve a pieno il problema. In base al disposto nazionale la Via è svincolata dagli strumenti di pianificazione e di programmazione: un progetto può essere valutato positivamente anche nell’ipotesi in cui non risulti conforme a tali strumenti.
In un certo senso si svaluta il valore della Vas, cioè quello di valutare ed indicare a monte la localizzazione delle opere che comporti minor impatto per l’ambiente. Una localizzazione che deve esser fatta dalle autorità competenti e non lasciata alla scelta del singolo proponente dell’opera da effettuare. Inoltre il decreto non si attiene conformemente al disposto comunitario in quanto non prevede l’applicazione dell’istituto nei confronti dei piani e programmi comunali. Cosa che al contrario nella normativa regionale toscana viene assunto alla lettera.
FONTE:www.greenreport.it
LIVORNO. Lo schema di decreto legge per la revisione della parte II del Dlgs 152/06 ha anche l’obiettivo di rivedere le disposizioni in materia di valutazione ambientale strategica (Vas).
Al legislatore del 2006 va il merito – se pur in ritardo di 5 anni e successivamente rispetto ad alcune regioni come la Toscana - di aver introdotto l’istituto della Vas recependo la direttiva comunitaria 42/2001/Ce.
Lo scopo che si prefigge la normativa comunitaria è di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente e di contribuire all’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione e dell’adozione di piani e programmi. La Vas, infatti, è una nuova forma di valutazione dell’impatto che l’attività umana può produrre sull’ambiente. Ha il fine di prevedere gli effetti nel lungo periodo delle decisioni che vengono adottate e di valutare se tali decisioni risultano davvero sostenibili.
La Vas, dunque, rappresenta una soluzione innovativa in quanto si ispira al principio di integrazione delle valutazioni ambientali al pari di quelle economiche e sociali nell’ambito di procedimenti di approvazione di piani e programmi. E visto che determinano la modalità di utilizzo del territorio le autorità preposte alla tutela dell’ambiente esprimono un parere e gli interessati possono partecipare al procedimento. Non a caso la valutazione viene definita come strategica in quanto è uno strumento di supporto alle decisioni da prendere da parte degli organi competenti.
Una valutazione, quindi che si pone prima durante e dopo l’approvazione (si prevede un continuo monitoraggio del programma o piano) e che ha come oggetto i processi di formazione di piani e programmi e non di singole opere o progetti. Ecco perché si differenzia dalla Via che ha come oggetto, appunto la singola opera. Ciò comporta che una si pone il problema di mitigare gli impatti ambientali rispetto ad una decisione già assunta, mentre l’atra interviene a monte giudicando come quel problema possa essere “strategicamente” risolto. Dunque la Via e Vas sono due valutazione distinte, ma connesse fra loro. Infatti affinché la Vas possa perseguire un’effettiva strategia di tutela ambientale ad effetto anticipato deve necessariamente essere coordinata con la Via.
Ma il Dlgs 152/06 appare volto a recepire la Vas in modo rigorosamente conforme alla Via senza evidenziarne le caratteristiche che rendono difformi le finalità e le prospettive delle due procedure. Il procedimento di valutazione ambientale strategica, infatti, riprende le fasi e gli aspetti sostanziali del procedimento di compatibilità ambientale.
Se il coordinamento fra le due valutazioni è ripreso dal decreto non risolve a pieno il problema. In base al disposto nazionale la Via è svincolata dagli strumenti di pianificazione e di programmazione: un progetto può essere valutato positivamente anche nell’ipotesi in cui non risulti conforme a tali strumenti.
In un certo senso si svaluta il valore della Vas, cioè quello di valutare ed indicare a monte la localizzazione delle opere che comporti minor impatto per l’ambiente. Una localizzazione che deve esser fatta dalle autorità competenti e non lasciata alla scelta del singolo proponente dell’opera da effettuare. Inoltre il decreto non si attiene conformemente al disposto comunitario in quanto non prevede l’applicazione dell’istituto nei confronti dei piani e programmi comunali. Cosa che al contrario nella normativa regionale toscana viene assunto alla lettera.
Sono scomparsi 1.500 chilometri di SPIAGGE. Apat:
servirebbero oltre 150 milioni di metri cubi di
sabbia
17/07/07 08:47
Fonte: E-gazette http://www.e-gazette.it
Spiagge addio. L'Italia perde i suoi arenili. In via di estinzione più di 1.500 chilometri di coste sabbiose su 4.000.
Questo l'allarme lanciato dal convengo nazionale “Cambiamenti climatici e ambiente marino-costiero”, che si è tenuto a Castel Utveggio a Palermo e organizzato nell'ambito del programma di incontri in vista della Conferenza Nazionale sui cambiamenti climatici indetta il 12 e 13 settembre dal ministero dell'Ambiente. In Italia, secondo gli esperti dell'Arpa (agenzia regionale per la Protezione dell'ambiente della Sicilia) e dell'Apat (agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici), sono “in via di estinzione” più di 1.500 chilometri di coste sabbiose su circa 4.000. Se si immaginasse di agire lungo tutta questa fascia costiera erosa dalla forza del mare e non più rifornita dall'apporto dei fiumi, si dovrebbe dedicare all'azione di ripascimento circa due miliardi di euro. “La maggior parte del riscaldamento terrestre osservato negli ultimi 50 anni è provocato dalle attività dell'uomo - dice Giovanni Arnone, dirigente del servizio assetto del territorio e difesa del suolo dell'assessorato regionale Territorio - . La prima causa sono i gas serra, come l'anidride carbonica, il metano e gli idrofluorocarburi”. Nell'ultimo decennio in Italia la temperatura è aumentata di circa 0,8 gradi e si prevede che aumenterà da 1,4 a 5,8 gradi entro il 2100. Il conseguente innalzamento del livello dei mari, tra i 25-30 cm entro il 2050, porterebbe città costiere, come Venezia, sotto il livello dell'acqua. L'erosione costiera e le inondazioni generate dalle variazioni del livello medio del mare e dalle mareggiate “sono tra le cause maggiori dell'alterazione della biodiversità - dice Roberto Caracciolo, capo dipartimento ambiente dell'Apat - del patrimonio paesaggistico e ambientale”. Scopo del workshop, il secondo dei sette previsti prima dell' incontro nazionale del 12 e 13 settembre a Roma, è “evidenziare, alla luce delle conoscenze attuali, l'impatto dei cambiamenti climatici sulla biodiversità - dice Vincenzo Ferrara, coordinatore scientifico della conferenza nazionale sul clima - l'agricoltura, le risorse idriche, i settori produttivi e contribuire alla messa a punto di programmi strategici nazionali per l'adattamento sostenibile ai cambiamenti climatici”. Secondo Stefano Corsini, responsabile del servizio tutela delle coste dell'Apat, “per ricostruire le spiagge italiane erose servirebbero oltre 150 milioni di metri cubi di sabbia: una quantità di materiale che dovrebbe essere estratta a sua volta da cave marine e sedimenti fluviali con un altissimo dispendio energetico e di cui attualmente non è neppure certa la disponibilità nel nostro Paese”.
Amianto, bonifiche, Enel ecc., con smaltimento in
Germania. I tedeschi questa ospitalità se la
fanno pagare cara.
17/07/07 08:47
Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
LIVORNO. Nella zona geotermica delle colline intorno a Larderello prosegue da parte di Enel la bonifica dall’amianto, fino ad alcuni decenni fa abbondantemente utilizzato per la coibentazione di tubazioni, condotte e vapordotti. L’Enel ha a disposizione un budget di 20 milioni/anno e l’ingegner Parri, che si occupa di tutta l’operazione, stima che l’80% del totale dei manufatti in amianto sia già stati rimosso e inviato a smaltimento.
Già, lo smaltimento. L’Enel spiega di avere un contratto con una azienda autorizzata a ricevere l’amianto, ma dove poi materialmente questo vada a finire non interessa certo all’Enel, che già paga profumatamente per liberarsi dagli scomodissimi sacconi da 25 chili l’uno, limitandosi a dire che saranno portate in discariche autorizzate.
E neppure la popolazione della zona è ovviamente interessata dal viaggio al quale sarà sottoposto l’amianto che fino a pochi anni fa correva in lungo e in largo attraverso tutte le colline metallifere. Si preoccupano casomai, dell’amianto che in attesa di essere portato via, resta stoccato in aree all’aperto transennate, col rischio secondo loro che alcune fibre possano disperdersi nell’ambiente. E si preoccupano delle richieste dei lavoratori del riconoscimento di esposizione all’amianto, per i quali esistono già norme e stanziamenti assai più imponenti (anche se comprensibilmente mai sufficienti) rispetto a quelli riservati alle bonifiche. Così che, una volta tanto che si fa prevenzione, prevenendo possibili future malattie dei cittadini esposti all’amianto che passa vicino alle loro case, la questione passa in secondo piano e viene circondata da polemiche. Parlavamo dei big bag, i sacconi da 25 chili di amianto portati via un po’ alla volta dalla zona di Larderello. Vanno diritti in Germania, o comunque nel nord Europa, dove cave e discariche sono autorizzate a stoccare l’amianto, perfettamente “ingabbiato” in modo da escludere qualsiasi contatto con l’ambiente circostante. I tedeschi questa ospitalità se la fanno pagare cara. Così da tutta Italia, non solo da Larderello, ogni giorno partono innumerevoli tir carichi di amianto che intasano le nostre strade, che consumano benzina e che emettono gas serra e nanopolveri nell’aria. Tutto perché in Italia non esistono discariche autorizzate per l’amianto o ce ne sono pochissime e piccolissime. Come il modulo che è stato realizzato per esempio all’interno di una discarica in provincia di Arezzo, o come il modulo che dovrebbe essere realizzato nella ex cava viti, a cavallo tra le province di Massa Carrara e Lucca. Perché la regione Toscana, avrebbe addirittura un Piano ad hoc che indicherebbe per ogni discarica la realizzazione di un modulo destinato ad accogliere questo tipo di rifiuti. Avrebbe… dovrebbe… sarebbe.....indicherebbe. Perché anche a Montignoso, da quando è stato annunciata la decisione di ospitare l’amianto nella ex cava Viti, si sono scatenate le proteste, spalleggiate politicamente da chi ha poco da perdere (le minoranze), ma guardate con timorosa attenzione anche da chi ha molto da perdere (la maggioranza). Come avviene sempre in questi casi: è più facile l´irresponsabilità condivisa della "responsabilità condivisa".
LIVORNO. Nella zona geotermica delle colline intorno a Larderello prosegue da parte di Enel la bonifica dall’amianto, fino ad alcuni decenni fa abbondantemente utilizzato per la coibentazione di tubazioni, condotte e vapordotti. L’Enel ha a disposizione un budget di 20 milioni/anno e l’ingegner Parri, che si occupa di tutta l’operazione, stima che l’80% del totale dei manufatti in amianto sia già stati rimosso e inviato a smaltimento.
Già, lo smaltimento. L’Enel spiega di avere un contratto con una azienda autorizzata a ricevere l’amianto, ma dove poi materialmente questo vada a finire non interessa certo all’Enel, che già paga profumatamente per liberarsi dagli scomodissimi sacconi da 25 chili l’uno, limitandosi a dire che saranno portate in discariche autorizzate.
E neppure la popolazione della zona è ovviamente interessata dal viaggio al quale sarà sottoposto l’amianto che fino a pochi anni fa correva in lungo e in largo attraverso tutte le colline metallifere. Si preoccupano casomai, dell’amianto che in attesa di essere portato via, resta stoccato in aree all’aperto transennate, col rischio secondo loro che alcune fibre possano disperdersi nell’ambiente. E si preoccupano delle richieste dei lavoratori del riconoscimento di esposizione all’amianto, per i quali esistono già norme e stanziamenti assai più imponenti (anche se comprensibilmente mai sufficienti) rispetto a quelli riservati alle bonifiche. Così che, una volta tanto che si fa prevenzione, prevenendo possibili future malattie dei cittadini esposti all’amianto che passa vicino alle loro case, la questione passa in secondo piano e viene circondata da polemiche. Parlavamo dei big bag, i sacconi da 25 chili di amianto portati via un po’ alla volta dalla zona di Larderello. Vanno diritti in Germania, o comunque nel nord Europa, dove cave e discariche sono autorizzate a stoccare l’amianto, perfettamente “ingabbiato” in modo da escludere qualsiasi contatto con l’ambiente circostante. I tedeschi questa ospitalità se la fanno pagare cara. Così da tutta Italia, non solo da Larderello, ogni giorno partono innumerevoli tir carichi di amianto che intasano le nostre strade, che consumano benzina e che emettono gas serra e nanopolveri nell’aria. Tutto perché in Italia non esistono discariche autorizzate per l’amianto o ce ne sono pochissime e piccolissime. Come il modulo che è stato realizzato per esempio all’interno di una discarica in provincia di Arezzo, o come il modulo che dovrebbe essere realizzato nella ex cava viti, a cavallo tra le province di Massa Carrara e Lucca. Perché la regione Toscana, avrebbe addirittura un Piano ad hoc che indicherebbe per ogni discarica la realizzazione di un modulo destinato ad accogliere questo tipo di rifiuti. Avrebbe… dovrebbe… sarebbe.....indicherebbe. Perché anche a Montignoso, da quando è stato annunciata la decisione di ospitare l’amianto nella ex cava Viti, si sono scatenate le proteste, spalleggiate politicamente da chi ha poco da perdere (le minoranze), ma guardate con timorosa attenzione anche da chi ha molto da perdere (la maggioranza). Come avviene sempre in questi casi: è più facile l´irresponsabilità condivisa della "responsabilità condivisa".