30 dicembre 2007
Nel nuovo codice dell´ambiente i princìpi del diritto ambientale
04/01/08 20:07
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
Il nuovo Codice ambientale approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri il 21 dicembre 2007, porta con sé una grande novità per il nostro ordinamento giuridico: introduce e codifica i principi generali sulla produzione del diritto ambientale. Il principio di precauzione, di prevenzione, di correzione dei danni ambientali in via prioritaria alla fonte, di “chi inquina paga” e dello sviluppo sostenibile d’ora in avanti costituiscono le regole generali della materia ambientale nell’adozione degli atti normativi, di indirizzo e di coordinamento e nell’emanazione degli atti di natura contingibile e urgente.
La parte prima del Dlgs 1562/06 ora denominata “Disposizioni comuni e principi generali” non è più composta da solo tre articoli ma a questi se ne aggiungono altri cinque.
I principi generali assumono una grande importanza nella produzione del diritto dell’ambiente per tre motivi fondamentali. Prima di tutto perché il diritto all’ambiente proprio per la rapidità e la trasversalità della sua formazione, ha bisogno di punti fermi generalmente condivisi e stabili che permettono di coordinare e organizzare la materia.
Poi perché le disposizioni normative o regolamentari che si riferiscono indirettamente o direttamente all’ambiente costituiscono una massa in crescente espansione la cui sistemazione diviene assai ardua senza norme di livello indiscutibilmente superiore e di carattere generale che permettono l’orientamento e una classificazione.
E infine perché i principi, a differenza delle norme vincolanti, sono formulati in modo sufficientemente astratto da permettere a ciascuno di sentirsi in dovere di rispettarli (o più spesso di pretendere di rispettarli) senza incorrere in sanzioni o verifiche di carattere giurisdizionale.
In altre parole i principi del diritto all’ambiente ancor più se codificati e messi nero su bianco in un testo giuridico, costituiscono un insieme di regole non direttamente produttivo di vincoli giuridici o obblighi, ma tuttavia dotato di una consistente forza persuasiva che può condurre alla formazione di diritto positivo vincolante.
Ed è proprio in questo modo che anche l’ordinamento italiano – che nella propria Costituzione non prevede esplicitamente l’ambiente come un valore in sé – inizia a concepire (almeno in teoria) il diritto ambientale in modo polivalente assumendo come punto focale non solo l’aspetto oggettivo (costituito dalla tutela del territorio, del paesaggio, degli ecosistemi, delle risorse naturali) e l’aspetto soggettivo antropocentrico (costituito dalla protezione della popolazione dall’inquinamento e dunque della tutela della salute) ma, anche quello dello sviluppo sostenibile.
Questo aspetto pone quindi come contenuto e fine del diritto dell’ambiente la creazione di standard equi per l’uso delle risorse naturali e di regole adeguate per l’integrazione del fattore ambiente nelle politiche economiche e sociali (almeno in teoria). In altre parole il principio dello sviluppo sostenibile pone in luce che l’oggetto del diritto dell’ambiente non è, se non in senso traslato, l’ambiente, ma la regolamentazione della presenza e della attività umana in quanto incide in modo qualitativamente sensibile e quantitativamente rilevante sull’ambiente.
Del resto l’ambiente come lo definisce una storica sentenza della Corte di Giustizia internazionale del 1999 “non è una astrazione, ma rappresenta lo spazio vitale, la qualità della vita e la salute degli essere umani incluse le generazioni future”.
fonte:www.greenreport.it
Il nuovo Codice ambientale approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri il 21 dicembre 2007, porta con sé una grande novità per il nostro ordinamento giuridico: introduce e codifica i principi generali sulla produzione del diritto ambientale. Il principio di precauzione, di prevenzione, di correzione dei danni ambientali in via prioritaria alla fonte, di “chi inquina paga” e dello sviluppo sostenibile d’ora in avanti costituiscono le regole generali della materia ambientale nell’adozione degli atti normativi, di indirizzo e di coordinamento e nell’emanazione degli atti di natura contingibile e urgente.
La parte prima del Dlgs 1562/06 ora denominata “Disposizioni comuni e principi generali” non è più composta da solo tre articoli ma a questi se ne aggiungono altri cinque.
I principi generali assumono una grande importanza nella produzione del diritto dell’ambiente per tre motivi fondamentali. Prima di tutto perché il diritto all’ambiente proprio per la rapidità e la trasversalità della sua formazione, ha bisogno di punti fermi generalmente condivisi e stabili che permettono di coordinare e organizzare la materia.
Poi perché le disposizioni normative o regolamentari che si riferiscono indirettamente o direttamente all’ambiente costituiscono una massa in crescente espansione la cui sistemazione diviene assai ardua senza norme di livello indiscutibilmente superiore e di carattere generale che permettono l’orientamento e una classificazione.
E infine perché i principi, a differenza delle norme vincolanti, sono formulati in modo sufficientemente astratto da permettere a ciascuno di sentirsi in dovere di rispettarli (o più spesso di pretendere di rispettarli) senza incorrere in sanzioni o verifiche di carattere giurisdizionale.
In altre parole i principi del diritto all’ambiente ancor più se codificati e messi nero su bianco in un testo giuridico, costituiscono un insieme di regole non direttamente produttivo di vincoli giuridici o obblighi, ma tuttavia dotato di una consistente forza persuasiva che può condurre alla formazione di diritto positivo vincolante.
Ed è proprio in questo modo che anche l’ordinamento italiano – che nella propria Costituzione non prevede esplicitamente l’ambiente come un valore in sé – inizia a concepire (almeno in teoria) il diritto ambientale in modo polivalente assumendo come punto focale non solo l’aspetto oggettivo (costituito dalla tutela del territorio, del paesaggio, degli ecosistemi, delle risorse naturali) e l’aspetto soggettivo antropocentrico (costituito dalla protezione della popolazione dall’inquinamento e dunque della tutela della salute) ma, anche quello dello sviluppo sostenibile.
Questo aspetto pone quindi come contenuto e fine del diritto dell’ambiente la creazione di standard equi per l’uso delle risorse naturali e di regole adeguate per l’integrazione del fattore ambiente nelle politiche economiche e sociali (almeno in teoria). In altre parole il principio dello sviluppo sostenibile pone in luce che l’oggetto del diritto dell’ambiente non è, se non in senso traslato, l’ambiente, ma la regolamentazione della presenza e della attività umana in quanto incide in modo qualitativamente sensibile e quantitativamente rilevante sull’ambiente.
Del resto l’ambiente come lo definisce una storica sentenza della Corte di Giustizia internazionale del 1999 “non è una astrazione, ma rappresenta lo spazio vitale, la qualità della vita e la salute degli essere umani incluse le generazioni future”.
A febbraio parte la prima inchiesta sull’inquinamento cinese . Intanto la più grande azienda chimica del Paese, la ChemChina, si è data un obiettivo di emissioni zero
04/01/08 20:07
fonte:www.greenreport.it
Il direttore dell’Amministrazione di Stato per la protezione ambientale (Sepa), Zhou Shengxian ha annunciato che il governo Cinese avvierà a febbraio la prima inchiesta in Cina sulle fonti di inquinamento residenziali, agricole, e industriali e definire il numero delle installazioni di trattamento degli inquinanti operative.
I primi due mesi dell’indagine saranno dedicati a raccogliere dati ed informazioni che saranno meticolosamente valutate dalla Sepa e ministero dell’agricoltura. Ogni provincia, regione autonoma e municipalità della Cina dovrà realizzare un ufficio incaricato dell’inchiesta.
«I risultati dell’inchiesta – spiega Zhou Shengxian – non saranno legati ad alcuna sanzione o valutazioni relative alla performance delle amministrazioni locali. Amministrazioni pubbliche, aziende ed istituzioni non dovranno temere ripercussioni ma devono comunque assicurare di fornire risultati credibili e veritieri».
Per preparare l’inchiesta il governo di Pechino aveva già stanziato 737 milioni di yuans (circa 100 milioni di dollari) nel 2007, infatti uno dei problemi per la riduzione dell’inquinamento in Cina è la mancanza di dati e statistiche degni di fiducia per capire anche quanto incidano kle iniziative contro l’inquinamento già avviate.
Buone notizie, o meglio buone promesse, vengono dalla più grande azienda chimica del Paese, la ChemChina, che si è data un obiettivo di emissioni zero.
Nel corso di una conferenza stampa, Ren Jianxin, presidente del colosso chimico cinese, ha annunciato diversi progetti pilota per arrivare alle emissioni zero ed un investimento speciale di 700 milioni di yuans. «Nel 2008, la ChemChina ridurrà il suo consumo energetico per unità di produzione del 7% - ha detto Ren – mentre emissioni di acqua utilizzata, di diossido di carbonio e di diossido di zolfo saranno abbassate di oltre il 3%».
La ChemChina, un colosso nato nel 2004 che occupa già il trentacinquesimo posto tra le 500 più grandi imprese del Paese, vanta già successi nel trattamento delle acque, nel risparmio energetico e nella riduzione delle emissioni di gas serra con investimenti per 800 milioni di yuans nel 2007 e 18 dei suoi maggiori impianti hanno ridotto di 222.600 tonnellate equivalenti di CO2 le loro emissioni e ridotto il loro consume energetico di oltre il 7%. Le sue principali attività riguardano i nuovi materiali e le materie prime, prodotti chimici specifici, le raffinerie petrolifere e i prodotti chimici per l’agricoltura.
Il direttore dell’Amministrazione di Stato per la protezione ambientale (Sepa), Zhou Shengxian ha annunciato che il governo Cinese avvierà a febbraio la prima inchiesta in Cina sulle fonti di inquinamento residenziali, agricole, e industriali e definire il numero delle installazioni di trattamento degli inquinanti operative.
I primi due mesi dell’indagine saranno dedicati a raccogliere dati ed informazioni che saranno meticolosamente valutate dalla Sepa e ministero dell’agricoltura. Ogni provincia, regione autonoma e municipalità della Cina dovrà realizzare un ufficio incaricato dell’inchiesta.
«I risultati dell’inchiesta – spiega Zhou Shengxian – non saranno legati ad alcuna sanzione o valutazioni relative alla performance delle amministrazioni locali. Amministrazioni pubbliche, aziende ed istituzioni non dovranno temere ripercussioni ma devono comunque assicurare di fornire risultati credibili e veritieri».
Per preparare l’inchiesta il governo di Pechino aveva già stanziato 737 milioni di yuans (circa 100 milioni di dollari) nel 2007, infatti uno dei problemi per la riduzione dell’inquinamento in Cina è la mancanza di dati e statistiche degni di fiducia per capire anche quanto incidano kle iniziative contro l’inquinamento già avviate.
Buone notizie, o meglio buone promesse, vengono dalla più grande azienda chimica del Paese, la ChemChina, che si è data un obiettivo di emissioni zero.
Nel corso di una conferenza stampa, Ren Jianxin, presidente del colosso chimico cinese, ha annunciato diversi progetti pilota per arrivare alle emissioni zero ed un investimento speciale di 700 milioni di yuans. «Nel 2008, la ChemChina ridurrà il suo consumo energetico per unità di produzione del 7% - ha detto Ren – mentre emissioni di acqua utilizzata, di diossido di carbonio e di diossido di zolfo saranno abbassate di oltre il 3%».
La ChemChina, un colosso nato nel 2004 che occupa già il trentacinquesimo posto tra le 500 più grandi imprese del Paese, vanta già successi nel trattamento delle acque, nel risparmio energetico e nella riduzione delle emissioni di gas serra con investimenti per 800 milioni di yuans nel 2007 e 18 dei suoi maggiori impianti hanno ridotto di 222.600 tonnellate equivalenti di CO2 le loro emissioni e ridotto il loro consume energetico di oltre il 7%. Le sue principali attività riguardano i nuovi materiali e le materie prime, prodotti chimici specifici, le raffinerie petrolifere e i prodotti chimici per l’agricoltura.
Petizioni per fermare tre centrali atomiche Usa
04/01/08 20:07
fonte:www.greenreport.it
La percezione che abbiamo in Italia di un nucleare americano che prospera senza nessun contrasto e protesta non potrebbe essere più sbagliata. Nove associazioni Usa di consumatori ed ambientaliste hanno chiesto alla Nuclear regulatory commission (Nsc) di sospendere tutti i rinnovi delle licenze per le centrali nucleari in attesa di un accurato controllo federale, accusando la Nst di non avere la capacità e la competenza per controllare le informazioni sulla sicurezza tecnica che vengono presentate direttamente dai gestori degli impianti.
Le associazioni chiedono la sospensione delle licenze e l’ispezione federale dopo aver accertato che gli ispettori della Nsc avevano copiato integralmente i dati forniti loro dalle centrali nucleari di Turkey Point , in Florida, e di Ginna a New York, senza verificare se i programmi di sicurezza standardizzati venivano davvero rispettati. Insomma i “controllori” prendono per buoni i dati dei controllati, senza nemmeno mettere in atto procedure per verificare se le procedure di sicurezza usate nelle centrali erano messe in atto correttamente.
Nonostante questo le licenze di Turkey Point sono state rinnovate nel 2002 e quelle di Ginna nel 2004.
Un altro comitato sta cercando di impedire che la licenza della centrale nucleare di Oyster Creek (nella foto), ad Ocean Country, nel New Jersey sia prorogata per altri 20 anni. Si tratta della più grande centrale “privata” nucleare degli Usa, in funzione dal 1969 e la cui licenza scadrebbe nel 2009.
La correttezza delle operazioni in corso a Oyster Creek sono state messe in dubbio da una recente sentenza che ha dato ragione agli ambientalisti riguardo alla carenza di controlli, ma che ha prorogato comunque l’esercizio dell’impianto.
Anche nell’Hudson River la Entergy Nuclear Northeast ha chiesto di prorogare di altri 20 anni la sua licenza per la Indian Point nuclear e anche qui fioccano i ricorsi, visto che è al centro di un’area abitata da 20 milioni di persone che considerano i controlli insufficienti.
Oltre a associazioni, gruppi e comitati locali, fanno parte del comitato Stroc che ha avviato le petizioni anche New Jersey Environmental Federation, Nuclear Information and Resource Service, New Jersey Sierra Club, New Jersey Public Interest Research Group, Jersey Shore Nuclear Watch, Grandmothers, Mothers e More for Energy Safety.
La percezione che abbiamo in Italia di un nucleare americano che prospera senza nessun contrasto e protesta non potrebbe essere più sbagliata. Nove associazioni Usa di consumatori ed ambientaliste hanno chiesto alla Nuclear regulatory commission (Nsc) di sospendere tutti i rinnovi delle licenze per le centrali nucleari in attesa di un accurato controllo federale, accusando la Nst di non avere la capacità e la competenza per controllare le informazioni sulla sicurezza tecnica che vengono presentate direttamente dai gestori degli impianti.
Le associazioni chiedono la sospensione delle licenze e l’ispezione federale dopo aver accertato che gli ispettori della Nsc avevano copiato integralmente i dati forniti loro dalle centrali nucleari di Turkey Point , in Florida, e di Ginna a New York, senza verificare se i programmi di sicurezza standardizzati venivano davvero rispettati. Insomma i “controllori” prendono per buoni i dati dei controllati, senza nemmeno mettere in atto procedure per verificare se le procedure di sicurezza usate nelle centrali erano messe in atto correttamente.
Nonostante questo le licenze di Turkey Point sono state rinnovate nel 2002 e quelle di Ginna nel 2004.
Un altro comitato sta cercando di impedire che la licenza della centrale nucleare di Oyster Creek (nella foto), ad Ocean Country, nel New Jersey sia prorogata per altri 20 anni. Si tratta della più grande centrale “privata” nucleare degli Usa, in funzione dal 1969 e la cui licenza scadrebbe nel 2009.
La correttezza delle operazioni in corso a Oyster Creek sono state messe in dubbio da una recente sentenza che ha dato ragione agli ambientalisti riguardo alla carenza di controlli, ma che ha prorogato comunque l’esercizio dell’impianto.
Anche nell’Hudson River la Entergy Nuclear Northeast ha chiesto di prorogare di altri 20 anni la sua licenza per la Indian Point nuclear e anche qui fioccano i ricorsi, visto che è al centro di un’area abitata da 20 milioni di persone che considerano i controlli insufficienti.
Oltre a associazioni, gruppi e comitati locali, fanno parte del comitato Stroc che ha avviato le petizioni anche New Jersey Environmental Federation, Nuclear Information and Resource Service, New Jersey Sierra Club, New Jersey Public Interest Research Group, Jersey Shore Nuclear Watch, Grandmothers, Mothers e More for Energy Safety.
Dalla finanziaria 5 milioni per rimuovere l´amianto dagli edifici pubblici . Aperto un fondo e previsto un programma decennale per il risanamento delle strutture pubbliche
04/01/08 20:00
di Diego Barsotti
fonte:www.greenreport.it
La finanziaria 2008 ha aperto un Fondo nazionale per il risanamento degli edifici pubblici, per il finanziamento degli interventi finalizzati ad eliminare i rischi per la salute pubblica derivanti dalla presenza di amianto negli edifici pubblici.
Un provvedimento importante, che arriva a distanza di 15 anni dalla legge del 1992 e di 13 dal decreto attuativo del 1994, atti legislativi buoni ma praticamente mai messi in atto, visto che le cause del fenomeno amianto non sono mai state aggredite e che quasi tutti i soldi sono serviti finora a risarcire le vittime dall’amianto, senza pensare che vittime dell’amianto sono anche, per esempio, i ragazzi che ancora oggi frequentano scuole coibentate con questa fibra e ancora da eliminare.
La soddisfazione per il dispositivo previsto dalla finanziaria in realtà viene smorzata quando si pensa che le risorse finanziarie stanziate per questo fondo per il 2008 sono appena di 5 milioni di euro. Una cifra davvero irrisoria, se si pensa che in molte regioni italiane non è stato eseguito neppure il censimento della presenza di amianto, pure previsto dalla legge del 1992.
In Toscana questa mappatura si è conclusa proprio la scorsa estate e nelle settimane scorse i tecnici dell’Arpat hanno elaborato i dati che sono poi stati inviati alla Regione: in Toscana ci sono per esempio più di mille siti da bonificare, ma il censimento ha riguardato solo gli edifici pubblici.
Il passo successivo che vorrebbe fare l’Arpat è proprio quello di mappare gli edifici privati: anche perché il 90% degli esposti dei cittadini per la presenza di amianto riguarda proprio le coperture private. I costi di un censimento del genere sono piuttosto contenuti: l’Arpat ha stimato che con meno di 100mila euro potrebbe utilizzare la tecnologia del telerilevamento aereo, che grazie a sensori agli infrarossi sarebbe in grado di fornire una mappatura molto precisa.
Poi ovviamente ci sarà la fase delle bonifiche, e bisognerà vedere quanti di questi 5 milioni finiranno i Toscana per bonificare almeno i casi più gravi.
«Abbiamo strappato questo risultato in Senato molto faticosamente» commenta Milziade Caprili, primo firmatario di una proposta di legge presentata nel 2006, che tra l’altro prevedeva per le bonifiche uno stanziamento un po’ più sostanzioso, di circa 45 milioni di euro. «I soldi promessi dalla finanziaria sono assolutamente insufficienti per l’entità del fenomeno – ammette Caprili – ma si tratta di un inizio, e di una nuova attenzione verso il fenomeno amianto che secondo le statistiche toccherà il suo apice dal punto di vista delle malattie e della mortalità fra qualche anno. Senza contare le persone che ancora oggi vivono in aree dove è forte la presenza di amianto. Per questo vigileremo affinché i soldi oggi disponibili siano spesi nei luoghi dove l’urgenza è maggiore, e contemporaneamente ci batteremo per ottenere ulteriori risorse anche nei prossimi anni».
Nonostante la limitatezza delle risorse infatti, la finanziaria guarda comunque al futuro e segna una strada ben precisa: dispone infatti anche che entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge, sia approvato con decreto del ministro della Salute (di concerto con il ministro dell’Economia e delle finanze e d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano), un programma decennale per il risanamento, prevedendo prioritariamente la messa in sicurezza degli edifici scolastici ed universitari, delle strutture ospedaliere, delle caserme, degli uffici aperti al pubblico.
fonte:www.greenreport.it
La finanziaria 2008 ha aperto un Fondo nazionale per il risanamento degli edifici pubblici, per il finanziamento degli interventi finalizzati ad eliminare i rischi per la salute pubblica derivanti dalla presenza di amianto negli edifici pubblici.
Un provvedimento importante, che arriva a distanza di 15 anni dalla legge del 1992 e di 13 dal decreto attuativo del 1994, atti legislativi buoni ma praticamente mai messi in atto, visto che le cause del fenomeno amianto non sono mai state aggredite e che quasi tutti i soldi sono serviti finora a risarcire le vittime dall’amianto, senza pensare che vittime dell’amianto sono anche, per esempio, i ragazzi che ancora oggi frequentano scuole coibentate con questa fibra e ancora da eliminare.
La soddisfazione per il dispositivo previsto dalla finanziaria in realtà viene smorzata quando si pensa che le risorse finanziarie stanziate per questo fondo per il 2008 sono appena di 5 milioni di euro. Una cifra davvero irrisoria, se si pensa che in molte regioni italiane non è stato eseguito neppure il censimento della presenza di amianto, pure previsto dalla legge del 1992.
In Toscana questa mappatura si è conclusa proprio la scorsa estate e nelle settimane scorse i tecnici dell’Arpat hanno elaborato i dati che sono poi stati inviati alla Regione: in Toscana ci sono per esempio più di mille siti da bonificare, ma il censimento ha riguardato solo gli edifici pubblici.
Il passo successivo che vorrebbe fare l’Arpat è proprio quello di mappare gli edifici privati: anche perché il 90% degli esposti dei cittadini per la presenza di amianto riguarda proprio le coperture private. I costi di un censimento del genere sono piuttosto contenuti: l’Arpat ha stimato che con meno di 100mila euro potrebbe utilizzare la tecnologia del telerilevamento aereo, che grazie a sensori agli infrarossi sarebbe in grado di fornire una mappatura molto precisa.
Poi ovviamente ci sarà la fase delle bonifiche, e bisognerà vedere quanti di questi 5 milioni finiranno i Toscana per bonificare almeno i casi più gravi.
«Abbiamo strappato questo risultato in Senato molto faticosamente» commenta Milziade Caprili, primo firmatario di una proposta di legge presentata nel 2006, che tra l’altro prevedeva per le bonifiche uno stanziamento un po’ più sostanzioso, di circa 45 milioni di euro. «I soldi promessi dalla finanziaria sono assolutamente insufficienti per l’entità del fenomeno – ammette Caprili – ma si tratta di un inizio, e di una nuova attenzione verso il fenomeno amianto che secondo le statistiche toccherà il suo apice dal punto di vista delle malattie e della mortalità fra qualche anno. Senza contare le persone che ancora oggi vivono in aree dove è forte la presenza di amianto. Per questo vigileremo affinché i soldi oggi disponibili siano spesi nei luoghi dove l’urgenza è maggiore, e contemporaneamente ci batteremo per ottenere ulteriori risorse anche nei prossimi anni».
Nonostante la limitatezza delle risorse infatti, la finanziaria guarda comunque al futuro e segna una strada ben precisa: dispone infatti anche che entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge, sia approvato con decreto del ministro della Salute (di concerto con il ministro dell’Economia e delle finanze e d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano), un programma decennale per il risanamento, prevedendo prioritariamente la messa in sicurezza degli edifici scolastici ed universitari, delle strutture ospedaliere, delle caserme, degli uffici aperti al pubblico.