28 ottobre 2007
GREEN PUBLIC PROCUREMENT ALLA NORVEGESE
02/11/07 12:22
fonte:www.greereport.it
Mentre nell’Unione europea si discute di come riuscire a far applicare davvero il Green Public Procurement (Gpp) e si propongono direttive (e leggi nazionali e regionali) spesso non osservate, la Norvegia lancia un ambizioso Piano per gli acquisti verdi che vuole integrare nella sua politica di sviluppo sostenibile la politica di acquisti dello Stato e degli enti locali. Un tentativo che, grazie anche alle entrate petrolifere e ad una già diffusa coscienza ambientale e a un invidiabile senso civico, potrebbe avere un successo più rapido delle analoghe misure francesi concertate, ma ancora da mettere concretamente in piedi, nella recente “Grenelle de l’environnement”, o di quelle prese in Germania, dove è partita una nuova campagna di informazione sull’acquisto pubblico di eco-prodotti organizzata da diverse Organizzazioni non governative, per non parlare della situazione italiana dove il Gpp è praticamente sconosciuto in alcune regioni e realizzato parsimoniosamente ed a macchia di leopardo in altre.
Il “Piano d’azione per la responsabilità ambientale e sociale nelle amministrazioni pubbliche” redatto dal governo norvegese prevede, oltre alle classiche misure del Gpp sull’uso di materiali riciclati e rigenerati, anche di favorire le video-conferenze per minimizzare i trasporti, aumentare del 15% entro il 2015 i prodotti provenienti da agricoltura biologica e dal commercio equo nella ristorazione collettiva delle amministrazioni pubbliche, vietare l’uso di legname tropicale nella costruzione di edifici pubblici.
«Lo stato e le sue amministrazioni – spiega una nota del governo di Oslo - rappresentano un consumatore di peso ed un acquirente influente, noi utilizzeremo questo potere per promuovere soluzioni ecologiche. Il governo sarà un avamposto, ma faremo in modo che i comuni seguano il movimento». Entro il primo gennaio 2008, il governo dell’unico Paese scandinavo che non fa parte dell’Ue vuole trasformare il Piano in direttive, con un obiettivo principale: ridurre l’impatto ambientale legato agli appalti pubblici. Gli sforzi saranno puntati sulla lotta al cambiamento climatico, il risparmio energetico, l’abbandono di rifiuti chimici nocivi alla salute, all’ambiente ed alla biodiversità. Senza scordare la priorità della minimizzazione dei rifiuti e l’utilizzo le risorse primarie in maniera efficace.
Verranno messe a disposizione di comuni e regioni guide metodologiche ed organizzati programmi di formazione per i responsabili degli acquisti e degli appalti pubblici e le varie amministrazioni saranno non solo tenute a mettere in atto sistemi di gestione ambientale, ma ne dovranno rendere anche conto al governo dimostrando le loro eco-performances.
L’Öko-Institut di Friburgo ha svolto per conto dell’Unione europea uno studio che dimostra come una politica di acquisti pubblici responsabile non significa necessariamente spendere di più. Gli acquisti pubblici rappresentano il 16% del prodotto interno lordo europeo, circa mille miliardi di euro e i temuti aumenti di costi «quando le conseguenze ambientali delle politiche di acquisto sono conosciute – sottolinea l’autrice dello studio, Ina Rüdenauer – non esistono più, quando si presentano i dati precisi sui costi degli eco-acquisti. Il solo conteggio del prezzo di acquisto può rivelarsi una cattiva scelta. I costi legati all’utilizzo dei prodotti devono ugualmente esseri tenuti in conto, come il consumo di energia». Lo studio indica come essenziale l’acquisto di veicoli e computer orientate ad un reale bisogno di utilizzo e non sulle sole performance di prodotto.
Mentre nell’Unione europea si discute di come riuscire a far applicare davvero il Green Public Procurement (Gpp) e si propongono direttive (e leggi nazionali e regionali) spesso non osservate, la Norvegia lancia un ambizioso Piano per gli acquisti verdi che vuole integrare nella sua politica di sviluppo sostenibile la politica di acquisti dello Stato e degli enti locali. Un tentativo che, grazie anche alle entrate petrolifere e ad una già diffusa coscienza ambientale e a un invidiabile senso civico, potrebbe avere un successo più rapido delle analoghe misure francesi concertate, ma ancora da mettere concretamente in piedi, nella recente “Grenelle de l’environnement”, o di quelle prese in Germania, dove è partita una nuova campagna di informazione sull’acquisto pubblico di eco-prodotti organizzata da diverse Organizzazioni non governative, per non parlare della situazione italiana dove il Gpp è praticamente sconosciuto in alcune regioni e realizzato parsimoniosamente ed a macchia di leopardo in altre.
Il “Piano d’azione per la responsabilità ambientale e sociale nelle amministrazioni pubbliche” redatto dal governo norvegese prevede, oltre alle classiche misure del Gpp sull’uso di materiali riciclati e rigenerati, anche di favorire le video-conferenze per minimizzare i trasporti, aumentare del 15% entro il 2015 i prodotti provenienti da agricoltura biologica e dal commercio equo nella ristorazione collettiva delle amministrazioni pubbliche, vietare l’uso di legname tropicale nella costruzione di edifici pubblici.
«Lo stato e le sue amministrazioni – spiega una nota del governo di Oslo - rappresentano un consumatore di peso ed un acquirente influente, noi utilizzeremo questo potere per promuovere soluzioni ecologiche. Il governo sarà un avamposto, ma faremo in modo che i comuni seguano il movimento». Entro il primo gennaio 2008, il governo dell’unico Paese scandinavo che non fa parte dell’Ue vuole trasformare il Piano in direttive, con un obiettivo principale: ridurre l’impatto ambientale legato agli appalti pubblici. Gli sforzi saranno puntati sulla lotta al cambiamento climatico, il risparmio energetico, l’abbandono di rifiuti chimici nocivi alla salute, all’ambiente ed alla biodiversità. Senza scordare la priorità della minimizzazione dei rifiuti e l’utilizzo le risorse primarie in maniera efficace.
Verranno messe a disposizione di comuni e regioni guide metodologiche ed organizzati programmi di formazione per i responsabili degli acquisti e degli appalti pubblici e le varie amministrazioni saranno non solo tenute a mettere in atto sistemi di gestione ambientale, ma ne dovranno rendere anche conto al governo dimostrando le loro eco-performances.
L’Öko-Institut di Friburgo ha svolto per conto dell’Unione europea uno studio che dimostra come una politica di acquisti pubblici responsabile non significa necessariamente spendere di più. Gli acquisti pubblici rappresentano il 16% del prodotto interno lordo europeo, circa mille miliardi di euro e i temuti aumenti di costi «quando le conseguenze ambientali delle politiche di acquisto sono conosciute – sottolinea l’autrice dello studio, Ina Rüdenauer – non esistono più, quando si presentano i dati precisi sui costi degli eco-acquisti. Il solo conteggio del prezzo di acquisto può rivelarsi una cattiva scelta. I costi legati all’utilizzo dei prodotti devono ugualmente esseri tenuti in conto, come il consumo di energia». Lo studio indica come essenziale l’acquisto di veicoli e computer orientate ad un reale bisogno di utilizzo e non sulle sole performance di prodotto.
L'ATO DELLA DISCORDIA
02/11/07 12:22
fonte.www.greenreport.it
Sulla definizione e sul ruolo degli Ato nella gestione dei rifiuti la discussione è in atto da tempo, anzi per qualcuno, nella fattispecie l’Unione delle province italiane, la questione potrebbe anche essere già risolta dal momento che hanno accolto positivamente l’emendamento presentato dal relatore della legge finanziaria alla commissione bilancio del Senato, che ne prevede la definitiva soppressione.
In Toscana, invece, ha suscitato non poche perplessità l’ipotesi prevista nel disegno di legge 204 di modifica della legge regionale sui rifiuti (LR 25/98) di accorpare gli attuali 10 Ato in tre macroato e di rivedere i ruoli assolti da queste strutture, che potremo definire intermedie tra la pianificazione provinciale e la realizzazione di quanto essa prevede. In particolare i presidenti di 8 Ato toscani (non compaiono le firme di Firenze e Prato), ravvisano la possibilità che intervenire con una legge regionale di modifica di una legge nazionale vigente, quale è il 152/2006 (testo unico ambientale) potrebbe portare ad una bocciatura delle stessa legge per incostituzionalità. E’ quanto si legge in premessa, in una nota inviata alla VI Commissione regionale territorio e ambiente (dove si sta discutendo il disegno di legge 204) prima di addentrarsi in una serie di emendamenti possibili, in gran parte di soppressione degli articoli di modifica.
Gli otto presidenti ricordano anche che la Regione non ha ancora adeguato la propria normativa rispetto a quanto previsto dal testo unico, che in merito agli Ato, anziché diminuirne peso e funzioni, prevede che abbiano un ruolo prioritario sia in merito alla pianificazione che in merito alla attuazione del sistema integrato, togliendo quindi spazio alle province. Disposizione che nemmeno in fase di revisione del testo unico veniva mutata nella sostanza, e che invece potrebbe essere nuovamente ribaltata con l’emendamento in finanziaria del senatore Legnini (vedi articolo di greenreport del 24 ottobre), che da questo punto di vista è proprio il caso di dirlo, taglierebbe la testa al toro. Ruolo che i presidenti degli 8 Ato toscani, proprio sulla base di quanto previsto nel testo unico, rivendicano con forza, respingendo (con la richiesta di soppressione dell’articolo di modifica) la conferma del ruolo delle province nella pianificazione, che diverrebbe secondo l’accorpamento previsto, interprovinciale.
E anche sull’accorpamento non mancano perplessità sui criteri con i quali viene previsto e che, a loro dire, dovrebbe essere almeno concertato con gli ato esistenti.
La concessione possibile per una condivisone dei ruoli con le province potrebbe essere, secondo i rappresentanti degli 8 Ato, o la definizione di un atto unico di programmazione (riconoscendo il ruolo assunto dalle province rispetto alla individuazione delle aree per la localizzazione impiantistica) o quantomeno coordinata. Senza comunque abdicare al ruolo che il (tanto vituperato) testo unico gli attribuisce.
La nota si conclude con una sottolineatura anche per quanto riguarda la fase di affidamento della gestione integrata, in fase transitoria. Anche in questo caso la premessa bonaria con cui si accoglie il ddl di modifica, viene nei fatti smentita dalla richiesta di soppressione dell’articolo che prevede, da un lato la possibilità che i primi affidamenti avvengano anche in assenza dei piani industriali e dall’altro se ne prefigura l’obbligo, pena il commissariamento regionale, in caso di inottemperanza. La motivazione è che gli Ato si troverebbero a bandire gare non conformi alla normativa vigente, basandosi su piani industriali discendenti da piani provinciali non conformi a loro volta.
Che però, viene da sottolineare, è né più né meno la stessa situazione in cui oggi ci troviamo, perché gli ato che oggi rivendicano quanto loro conferito dall’art. 201 del Dlgs.152/2006, ovvero «enti con personalità giuridica ed autonomia propria con ruolo chiave nella gestione integrata dei rifiuti» non risulta che si siano poi così affannati per adeguarsi a quanto previsto dalla normativa vigente, che è appunto il testo unico.
Sulla definizione e sul ruolo degli Ato nella gestione dei rifiuti la discussione è in atto da tempo, anzi per qualcuno, nella fattispecie l’Unione delle province italiane, la questione potrebbe anche essere già risolta dal momento che hanno accolto positivamente l’emendamento presentato dal relatore della legge finanziaria alla commissione bilancio del Senato, che ne prevede la definitiva soppressione.
In Toscana, invece, ha suscitato non poche perplessità l’ipotesi prevista nel disegno di legge 204 di modifica della legge regionale sui rifiuti (LR 25/98) di accorpare gli attuali 10 Ato in tre macroato e di rivedere i ruoli assolti da queste strutture, che potremo definire intermedie tra la pianificazione provinciale e la realizzazione di quanto essa prevede. In particolare i presidenti di 8 Ato toscani (non compaiono le firme di Firenze e Prato), ravvisano la possibilità che intervenire con una legge regionale di modifica di una legge nazionale vigente, quale è il 152/2006 (testo unico ambientale) potrebbe portare ad una bocciatura delle stessa legge per incostituzionalità. E’ quanto si legge in premessa, in una nota inviata alla VI Commissione regionale territorio e ambiente (dove si sta discutendo il disegno di legge 204) prima di addentrarsi in una serie di emendamenti possibili, in gran parte di soppressione degli articoli di modifica.
Gli otto presidenti ricordano anche che la Regione non ha ancora adeguato la propria normativa rispetto a quanto previsto dal testo unico, che in merito agli Ato, anziché diminuirne peso e funzioni, prevede che abbiano un ruolo prioritario sia in merito alla pianificazione che in merito alla attuazione del sistema integrato, togliendo quindi spazio alle province. Disposizione che nemmeno in fase di revisione del testo unico veniva mutata nella sostanza, e che invece potrebbe essere nuovamente ribaltata con l’emendamento in finanziaria del senatore Legnini (vedi articolo di greenreport del 24 ottobre), che da questo punto di vista è proprio il caso di dirlo, taglierebbe la testa al toro. Ruolo che i presidenti degli 8 Ato toscani, proprio sulla base di quanto previsto nel testo unico, rivendicano con forza, respingendo (con la richiesta di soppressione dell’articolo di modifica) la conferma del ruolo delle province nella pianificazione, che diverrebbe secondo l’accorpamento previsto, interprovinciale.
E anche sull’accorpamento non mancano perplessità sui criteri con i quali viene previsto e che, a loro dire, dovrebbe essere almeno concertato con gli ato esistenti.
La concessione possibile per una condivisone dei ruoli con le province potrebbe essere, secondo i rappresentanti degli 8 Ato, o la definizione di un atto unico di programmazione (riconoscendo il ruolo assunto dalle province rispetto alla individuazione delle aree per la localizzazione impiantistica) o quantomeno coordinata. Senza comunque abdicare al ruolo che il (tanto vituperato) testo unico gli attribuisce.
La nota si conclude con una sottolineatura anche per quanto riguarda la fase di affidamento della gestione integrata, in fase transitoria. Anche in questo caso la premessa bonaria con cui si accoglie il ddl di modifica, viene nei fatti smentita dalla richiesta di soppressione dell’articolo che prevede, da un lato la possibilità che i primi affidamenti avvengano anche in assenza dei piani industriali e dall’altro se ne prefigura l’obbligo, pena il commissariamento regionale, in caso di inottemperanza. La motivazione è che gli Ato si troverebbero a bandire gare non conformi alla normativa vigente, basandosi su piani industriali discendenti da piani provinciali non conformi a loro volta.
Che però, viene da sottolineare, è né più né meno la stessa situazione in cui oggi ci troviamo, perché gli ato che oggi rivendicano quanto loro conferito dall’art. 201 del Dlgs.152/2006, ovvero «enti con personalità giuridica ed autonomia propria con ruolo chiave nella gestione integrata dei rifiuti» non risulta che si siano poi così affannati per adeguarsi a quanto previsto dalla normativa vigente, che è appunto il testo unico.
CLIMA: ONU; PIANETA IN CRISI, RISCHIA ULTIMA CHIAMATA
28/10/07 12:10
(ANSA) - ROMA - L'uomo si conferma come il piu' terribile predatore fra gli animali, ma presto potrebbe non avere piu' risorse per sostenersi. Il quadro non proprio ottimista l'ha dipinto l'Unep, l'agenzia dell'Onu per l' ambiente, che nel suo ultimo rapporto presentato a Nairobi sottolinea come negli ultimi vent'anni tutti gli indicatori dello stato di salute dell'ambiente siano peggiorati, mentre dal canto suo l''animale uomo' ha aumentato il suo benessere di un terzo. ''Ci sono stati abbastanza avvertimenti fino a questo momento - ha dichiarato il direttore dell'Unep Achim Steiner - spero che questo sia quello finale. La distruzione sistematica delle risorse naturali ha raggiunto un punto tale per cui la stessa sostenibilita' dell'economia e' in discussione, e i nostri figli potrebbero non riuscire a pagare il conto delle nostre azioni''. Sono tre i principali problemi che l'umanita' deve affrontare secondo il rapporto: - CAMBIAMENTI CLIMATICI: ''Lo spettro dei cambiamenti climatici - recita il documento - e' la peggiore minaccia per il 21esimo secolo''. Il riscaldamento globale peggiora infatti secondo gli esperti tutti gli altri problemi. Secondo i dati presentati, i livelli di anidride carbonica in atmosfera sono cresciuti di un terzo dal 1987. Da qui a meta' del secolo, fa notare il rapporto, bisogna ridurre le emissioni del 50%. - POPOLAZIONE:dal 1987 gli abitanti del pianeta sono aumentati di un terzo, cosi' come la ricchezza pro-capite media passata da 6mila a 8mila dollari. Questo si e' riflettuto su un aumento della pressione sulle risorse naturali:In Asia, ad esempio, la disponibilita' d'acqua e' passata da 1700 metri cubi l'anno a persona a 907, e la previsione e' che diventino 420 entro la meta' del secolo. In forte crescita e' la domanda di energia, salita globalmente del 19% dal 1987. Nello stesso arco di tempo lo sfruttamento agricolo del suolo e' passato da 1,8 tonnellate prodotte per ettaro a 2,5, con conseguenze sull'erosione e sull'inquinamento dovuto ai fertilizzanti. Gia' ora, fa notare il rapporto, la nostra 'impronta ambientale', cioe' la quantita' di pianeta sfruttata da una singola persona e' 22 ettari, mentre la Terra puo' sopportarne fino a 16. Questo dato e' destinato pero' a peggiorare, anche per la previsione di una popolazione della Terra pari a nove miliardi di persone entro il 2050. - BIODIVERSITA': l'effetto combinato dell'aumento della popolazione e dei cambiamenti climatici e' devastante per la biodiversita'. La velocita' con cui le specie animali si estinguono e' 100 volte piu' alta di vent'anni fa, e ormai sono a rischio il 30% degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli. Negli oceani i banchi di pesci ormai esauriti sono passati dal 15 al 30%, e le popolazioni considerate sovrasfruttate sono raddoppiate, e ora sono il 40%. La richiesta di piu' terre da coltivare per sostenere la popolazione porta alla distruzione di habitat fondamentali per gli animali, come le foreste. (ANSA). I12-GU
FINANZIARIA: PECORARO, DECRETO FISCALE PIU' VERDE
28/10/07 12:10
(ANSA) - ROMA - Il Decreto fiscale approvato dal Senato ''e' ancora piu' verde e grazie al lavoro del Senato, che ha accolto molte delle proposte del ministero dell'Ambiente. Ci sara' ancora una maggiore attenzione nei confronti dell' ambiente, del clima, di Kyoto, dei Parchi nazionali e sull'acqua come bene pubblico''. Cosi' il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ha commentato l'approvazione da parte del Senato del Decreto fiscale collegato alla Finanziaria. ''Di grande importanza e in perfetta sintonia con le conclusioni della prima Conferenza Nazionale sul Clima - ha aggiunto il Pecoraro Scanio - e' il finanziamento straordinario di 10 milioni di euro per interventi di adattamento e misure di mitigazione per i territori soggetti ai problemi ambientali legati ai cambiamenti climatici in atto, con una particolare attenzione alla tutela della biodiversita' e della prevenzione dei dissesti idro-geologici''. ''Il Governo - ha sottolineato il ministro - si e' inoltre impegnato a delineare, gia' dal prossimo Dpef, le strategie nazionali del dopo Kyoto, per raggiungere l'obiettivo del 30% dei consumi da fonti di energia pulita e rinnovabile, di un incremento del 20% dell'efficienza energetica e di un taglio del 20% delle emissioni di gas serra rispetto al '90''. ''Il decreto - ha quindi aggiunto Pecoraro - contiene anche una prima e concreta forma di riconoscimento dell'acqua come bene comune, come dimostra la moratoria di dodici mesi sulla gestione dei servizi idrici e l'avvio di una verifica sul rispetto della salvaguardia del patrimonio idrico, sull'efficacia delle politiche di risparmio e sull'effettiva garanzia di controllo pubblico delle tariffe''. ''Sono particolarmente soddisfatto, inoltre - ha concluso il ministro Pecoraro Scanio - per l' approvazione in maniera bipartisan dell'emendamento che istituisce, in accordo con la Regione Siciliana, tre nuovi Parchi nazionali in Sicilia, quello delle Egadi, delle Eolie ed il Parco dei Monti Iblei, in aree di particolare pregio ambientale e per il fatto il fatto che siano state gettate le basi per il santuario dei cetacei nell'area del Canale di Sicilia''. (ANSA). COM-GU
A MESTRE è previsto un bosco urbano che nei prossimi anni diventerà il più vasto d'Italia: 1.400 ettari
28/10/07 12:03
Fonte: Green Planet Natural Network http://www.greenplanet.net
Un risarcimento ambientale di 1400 ettari nel piano regolatore. Dialogo Cacciari-Ovadia per l'inaugurazione del bosco della memoria "Ottolenghi".
Da grigia a verde. Dalle fabbriche chimiche che circondano la città-industria di Mestre a un bosco esteso quanto 2.800 campi da calcio. Il sogno della Venezia di terraferma si fa realtà a partire dal primo di ottobre, con l'inaugurazione di uno spicchio del futuro ‘Bosco di Mestre: un'area verde cittadina che nei prossimi anni diventerà la più vasta d'Italia. 1.400 ettari - previsti nel Piano regolatore - tra querce, frassini, olmi e noccioli che trasformeranno la città in un polmone sano inserito tra autostrada, ferrovia e aeroporto. A regime sono previsti circa 75mq di macchia verde per ciascuno dei 186mila abitanti mestrini: un'enormità, rispetto ai 13mq di Milano e ai 14 di Roma. E una vera e propria rivoluzione per la città, a partire dai suoi aspetti ecologici, sociali e paesaggistici.
Si parte dal primo di ottobre, con l'inaugurazione del Bosco intitolato ad Adolfo Ottolenghi, rabbino di Venezia dal 1919 e ucciso ad Auschwitz nel 1944. Un Bosco della memoria raccontato in mattinata attraverso un dialogo tra il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari e l'autore Moni Ovadia (ore 11,00) alla presenza dei giovani delle scuole medie di Mestre. 20 ettari di bosco naturalistico messi a disposizione dei cittadini, con percorsi pedonali, didattici e naturalistici, piste ciclabili, zone di sosta.
Il valore sociale del bosco supera però gli aspetti ludico-didattici, se rapportato alle ecopriorità di una città dove le auto in circolazione sono quasi una ogni 2 abitanti, le emissioni di CO dovute al traffico ammontano a 16.589 t/anno e il limite di legge per le PM10 viene superato 158 giorni/anno. Inoltre c'è il problema della laguna, soggetta ad inquinamento (azoto e fosforo) causato soprattutto dall'attività agricola: il bacino scolante in laguna occupa un territorio di quasi 200.000 ettari. Su questi fronti la parola d'ordine del bosco è sequestrare: sequestrare le emissioni di carbonio, che in seguito a Kyoto costano al Paese oltre 10 euro ogni tonnellata prodotta, ma anche tamponare di circa la metà i carichi di azoto disciolti in laguna attraverso la fitodepurazione dell'acqua svolta dagli alberi, che sono più efficaci ed economici di un depuratore.
Si calcola che, a progetto concluso, il bosco urbano di Mestre - sarà grande quanto il Porto di Marghera - potrà garantire l'equilibrio sostenibile a un'area di oltre 150mila persone trattenendo, ad esempio, quasi centomila tonnellate di Co2 all'anno: circa 6 volte le emissioni di carbonio rilasciate ogni anno dal traffico veicolare.
Risarcimento ambientale, disinquinamento, risparmio energetico, rinaturalizzazione del suolo e dell'acqua, protezione idraulica, produzione di biomassa sono solo alcuni degli effetti ambientali ed economici del progetto gestito dal Comune di Venezia attraverso l'Istituzione Bosco di Mestre. Non ultimo quello relativo all'attività agricola, che consentirà a chi sistema a bosco almeno 20 ettari di terreno di edificare (impianti sportivi, locande ecc.) e svolgere attività multifunzionale, come la produzione di biomasse legnose per ricavarne reddito. Un esempio tangibile è l'area Querini, i cui 200 ettari forniranno una quantità di biomasse in grado di riscaldare per un anno un quartiere di 300 persone. Ad oggi, l'area eletta dal piano regolatore è per 1000 ettari di suolo privato. Gli incentivi urbanistici offerti dal Prg sono stati apprezzati da alcuni proprietari, che stanno ora progettando la forestazione delle loro proprietà, mentre altri, che erano esclusi dalla perimetrazione, sono stati inclusi in seguito a loro richiesta. Un entusiasmo attorno al progetto spesso vissuto come un bisogno dai cittadini; secondo un sondaggio condotto dall'Università di Padova, infatti, il 70 per cento degli intervistati in città sarebbe disposto a tassarsi pur di avere il bosco. Ma il Comune non prevede alcuna tassa aggiuntiva.
Un risarcimento ambientale di 1400 ettari nel piano regolatore. Dialogo Cacciari-Ovadia per l'inaugurazione del bosco della memoria "Ottolenghi".
Da grigia a verde. Dalle fabbriche chimiche che circondano la città-industria di Mestre a un bosco esteso quanto 2.800 campi da calcio. Il sogno della Venezia di terraferma si fa realtà a partire dal primo di ottobre, con l'inaugurazione di uno spicchio del futuro ‘Bosco di Mestre: un'area verde cittadina che nei prossimi anni diventerà la più vasta d'Italia. 1.400 ettari - previsti nel Piano regolatore - tra querce, frassini, olmi e noccioli che trasformeranno la città in un polmone sano inserito tra autostrada, ferrovia e aeroporto. A regime sono previsti circa 75mq di macchia verde per ciascuno dei 186mila abitanti mestrini: un'enormità, rispetto ai 13mq di Milano e ai 14 di Roma. E una vera e propria rivoluzione per la città, a partire dai suoi aspetti ecologici, sociali e paesaggistici.
Si parte dal primo di ottobre, con l'inaugurazione del Bosco intitolato ad Adolfo Ottolenghi, rabbino di Venezia dal 1919 e ucciso ad Auschwitz nel 1944. Un Bosco della memoria raccontato in mattinata attraverso un dialogo tra il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari e l'autore Moni Ovadia (ore 11,00) alla presenza dei giovani delle scuole medie di Mestre. 20 ettari di bosco naturalistico messi a disposizione dei cittadini, con percorsi pedonali, didattici e naturalistici, piste ciclabili, zone di sosta.
Il valore sociale del bosco supera però gli aspetti ludico-didattici, se rapportato alle ecopriorità di una città dove le auto in circolazione sono quasi una ogni 2 abitanti, le emissioni di CO dovute al traffico ammontano a 16.589 t/anno e il limite di legge per le PM10 viene superato 158 giorni/anno. Inoltre c'è il problema della laguna, soggetta ad inquinamento (azoto e fosforo) causato soprattutto dall'attività agricola: il bacino scolante in laguna occupa un territorio di quasi 200.000 ettari. Su questi fronti la parola d'ordine del bosco è sequestrare: sequestrare le emissioni di carbonio, che in seguito a Kyoto costano al Paese oltre 10 euro ogni tonnellata prodotta, ma anche tamponare di circa la metà i carichi di azoto disciolti in laguna attraverso la fitodepurazione dell'acqua svolta dagli alberi, che sono più efficaci ed economici di un depuratore.
Si calcola che, a progetto concluso, il bosco urbano di Mestre - sarà grande quanto il Porto di Marghera - potrà garantire l'equilibrio sostenibile a un'area di oltre 150mila persone trattenendo, ad esempio, quasi centomila tonnellate di Co2 all'anno: circa 6 volte le emissioni di carbonio rilasciate ogni anno dal traffico veicolare.
Risarcimento ambientale, disinquinamento, risparmio energetico, rinaturalizzazione del suolo e dell'acqua, protezione idraulica, produzione di biomassa sono solo alcuni degli effetti ambientali ed economici del progetto gestito dal Comune di Venezia attraverso l'Istituzione Bosco di Mestre. Non ultimo quello relativo all'attività agricola, che consentirà a chi sistema a bosco almeno 20 ettari di terreno di edificare (impianti sportivi, locande ecc.) e svolgere attività multifunzionale, come la produzione di biomasse legnose per ricavarne reddito. Un esempio tangibile è l'area Querini, i cui 200 ettari forniranno una quantità di biomasse in grado di riscaldare per un anno un quartiere di 300 persone. Ad oggi, l'area eletta dal piano regolatore è per 1000 ettari di suolo privato. Gli incentivi urbanistici offerti dal Prg sono stati apprezzati da alcuni proprietari, che stanno ora progettando la forestazione delle loro proprietà, mentre altri, che erano esclusi dalla perimetrazione, sono stati inclusi in seguito a loro richiesta. Un entusiasmo attorno al progetto spesso vissuto come un bisogno dai cittadini; secondo un sondaggio condotto dall'Università di Padova, infatti, il 70 per cento degli intervistati in città sarebbe disposto a tassarsi pur di avere il bosco. Ma il Comune non prevede alcuna tassa aggiuntiva.
Greenpeace: stop lampadine incandescenti entro il 2010!
28/10/07 12:03
fonte:www.greenreport.it
Mettere al bando le vecchie ed energivore lampadine incandescenti entro il 2010. E’ questo l’obiettivo della campagna di Greenpeace, che da domani invierà i propri volontari nei punti vendita delle maggiori catene della grande distribuzione (Coop, Esselunga, Auchan) per chiedere di porre fine alla vendita delle lampadine sprecone, per limitare le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici.
Le tradizionali lampadine incandescenti infatti disperdono sotto forma di calore oltre il 90% dell’energia elettrica consumata, e solo il 10% si trasforma in luce. Un enorme spreco di energia che potrebbe essere evitato utilizzando invece lampade fluorescenti compatte ad alta efficienza che permettono di abbattere i consumi dell’80%, con benefici economici per i consumatori e per l’ambiente.
«La messa al bando delle incandescenti in Italia permetterebbe di risparmiare 5,6 miliardi di chilowattora all’anno, pari all’energia prodotta da una centrale termoelettrica di 1000 MW» afferma Francesco Tedesco, responsabile campagna energia e Clima di Greenpeace. I cambiamenti climatici sono la più grave crisi ambientale a livello globale. Per abbattere le emissioni di gas serra del 30% al 2020 occorrono misure concrete e immediate: l’efficienza energetica è tra quelle a minor costo e già altri Paesi europei, come Regno Unito e Francia, si sono mossi per mettere al bando le lampadine incandescenti.
«Ad oggi il Governo italiano non ha ancora presentato nessuna strategia concreta per spiegarci come verranno raggiunti gli obiettivi di Kyoto, e al 2012 dovremo aver tagliato le emissioni nazionali di gas serra di oltre 100 milioni di tonnellate» - continua Tedesco - La semplice messa al bando delle incandescenti nel settore residenziale permetterebbe di tagliare circa 3 milioni di tonnellate. Sarebbe una misura a costo nullo per lo Stato, con benefici economici per i consumatori pari a circa 1 miliardo di euro all’anno».
Va ricordato comunque che le lampade a basso consumo di energia, pur comportando il risparmio di energia elettrica e pur limitando sensibilmente le emissioni di Co2, se non smaltite correttamente, producono danni all’ambiente, alla salute e all’uomo a causa del rilascio di mercurio e polveri fluorescenti. Non a caso infatti tali lampade, giunte a fine ciclo di vita vengono definite, sia dalla normativa italiana sia da quella europea come rifiuti pericolosi.
«In attesa dell’attuazione del sistema la lampada a basso consumo non più funzionante dovrebbe essere raccolta nel cassonetto adibito alla raccolta dei rifiuti pericolosi – spiegava tempo fa a greenreport Giacomo Spreafico responsabile area marketing e comunicazione di Ecolamp - che possiamo trovare in alcune piazzole ecologiche. Il rischio è che, mancando una adeguata informazione, queste lampade vengano gettate nella comune campana del vetro». In molte parti d’Italia esistono delle isole ecologiche attrezzate per la raccolta dei rifiuti pericolosi ed è li, dunque, che oggi devono essere portate le lampade in questione.
La campagna di Greenpeace a favore delle nuove lampade a risparmio energetico sarà accompagnata ogni settimana da una gag-video che avrà come protagonisti i comici “fluorescenti” di Zelig Diego Parasole e Leo Manera.
Mettere al bando le vecchie ed energivore lampadine incandescenti entro il 2010. E’ questo l’obiettivo della campagna di Greenpeace, che da domani invierà i propri volontari nei punti vendita delle maggiori catene della grande distribuzione (Coop, Esselunga, Auchan) per chiedere di porre fine alla vendita delle lampadine sprecone, per limitare le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici.
Le tradizionali lampadine incandescenti infatti disperdono sotto forma di calore oltre il 90% dell’energia elettrica consumata, e solo il 10% si trasforma in luce. Un enorme spreco di energia che potrebbe essere evitato utilizzando invece lampade fluorescenti compatte ad alta efficienza che permettono di abbattere i consumi dell’80%, con benefici economici per i consumatori e per l’ambiente.
«La messa al bando delle incandescenti in Italia permetterebbe di risparmiare 5,6 miliardi di chilowattora all’anno, pari all’energia prodotta da una centrale termoelettrica di 1000 MW» afferma Francesco Tedesco, responsabile campagna energia e Clima di Greenpeace. I cambiamenti climatici sono la più grave crisi ambientale a livello globale. Per abbattere le emissioni di gas serra del 30% al 2020 occorrono misure concrete e immediate: l’efficienza energetica è tra quelle a minor costo e già altri Paesi europei, come Regno Unito e Francia, si sono mossi per mettere al bando le lampadine incandescenti.
«Ad oggi il Governo italiano non ha ancora presentato nessuna strategia concreta per spiegarci come verranno raggiunti gli obiettivi di Kyoto, e al 2012 dovremo aver tagliato le emissioni nazionali di gas serra di oltre 100 milioni di tonnellate» - continua Tedesco - La semplice messa al bando delle incandescenti nel settore residenziale permetterebbe di tagliare circa 3 milioni di tonnellate. Sarebbe una misura a costo nullo per lo Stato, con benefici economici per i consumatori pari a circa 1 miliardo di euro all’anno».
Va ricordato comunque che le lampade a basso consumo di energia, pur comportando il risparmio di energia elettrica e pur limitando sensibilmente le emissioni di Co2, se non smaltite correttamente, producono danni all’ambiente, alla salute e all’uomo a causa del rilascio di mercurio e polveri fluorescenti. Non a caso infatti tali lampade, giunte a fine ciclo di vita vengono definite, sia dalla normativa italiana sia da quella europea come rifiuti pericolosi.
«In attesa dell’attuazione del sistema la lampada a basso consumo non più funzionante dovrebbe essere raccolta nel cassonetto adibito alla raccolta dei rifiuti pericolosi – spiegava tempo fa a greenreport Giacomo Spreafico responsabile area marketing e comunicazione di Ecolamp - che possiamo trovare in alcune piazzole ecologiche. Il rischio è che, mancando una adeguata informazione, queste lampade vengano gettate nella comune campana del vetro». In molte parti d’Italia esistono delle isole ecologiche attrezzate per la raccolta dei rifiuti pericolosi ed è li, dunque, che oggi devono essere portate le lampade in questione.
La campagna di Greenpeace a favore delle nuove lampade a risparmio energetico sarà accompagnata ogni settimana da una gag-video che avrà come protagonisti i comici “fluorescenti” di Zelig Diego Parasole e Leo Manera.
Elettrosmog. Se la direttiva 2004/40/CE sarà recepita dall'Italia, i limiti ai campi elettromagnetici saranno 500 volte superiori agli attuali
28/10/07 12:03
Fonte: Codacons http://www.codacons.it
Il Governo sta sottoponendo al parere del Parlamento il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2004/40/CE, recante i limiti per i lavoratori ai campi elettromagnetici dell'ICNIRP, ben 500 volte superiori rispetto agli stessi adottati in Italia. Se tale decreto verrà approvato infatti il limite per le microonde che attualmente in Italia secondo DM 381/1998 è di 6 volt/m per il campo elettrico, passerebbe a ben 137 volt/m, stesso discorso per gli elettrodotti che dall'attuale limite di 3 microtesla adottato con DPCM 8/7/2003 arriverebbe a 250. Troppe insidie sono presenti in un D.Lgs totalmente favorevole all'inquinamento elettromagnetico:
1. innanzitutto si introduce la confusione tra lavoratori professionalmente esposti e lavoratori non professionalmente esposti a cui si devono applicare i limiti validi per la popolazione
2. in secondo luogo si introduce una dequalificazione dei "limiti di esposizione" che vengono declassati a "livelli di riferimento" ed ora a "livelli di azione". In altre parole per avere il superamento del limite, secondo la direttiva 40 ed il testo del D. Lgs., non basta essere esposti a più di 137 volt/m o a più di 250 microtesla: in tal caso si ha solo il superamento di "livelli di azione" per i quali i consulenti del datore di lavoro "si azionano" per accertare l'eventuale superamento dei limiti di base. Ciò porta però ad una violazione costituzionale e del diritto naturale (come è stato evidenziato persino dai Cinesi che nella III Conferenza Internazionale sui Campi Elettromagnetici, Guilin 2003, organizzata dal NIEHS cinese in collaborazione con il WHO ha portato all'adozione di "limiti di esposizione" come in Italia, in Svizzera e in Belgio da parte della Cina): infatti né il lavoratore, né il datore di lavoro sono in grado di conoscere se la loro esposizione abbia superato il limite, perché, una volta accertato il superamento del livello di azione, il limite può essere dedotto solo dall'applicazione di complessi modelli matematici e sperimentali come l'impiego di fantocci in tessuto umano-equivalente.
Una normativa che non consente di determinare l'eventuale violazione di una norma sul lavoro, cioè il superamento dei limiti da parte dei lavoratori per esposizioni ordinate dal datore di lavoro, è incostituzionale. Ancora una beffa per i cittadini italiani guidati da un governo favorevole all'inquinamento elettromagnetico!
Il Governo sta sottoponendo al parere del Parlamento il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2004/40/CE, recante i limiti per i lavoratori ai campi elettromagnetici dell'ICNIRP, ben 500 volte superiori rispetto agli stessi adottati in Italia. Se tale decreto verrà approvato infatti il limite per le microonde che attualmente in Italia secondo DM 381/1998 è di 6 volt/m per il campo elettrico, passerebbe a ben 137 volt/m, stesso discorso per gli elettrodotti che dall'attuale limite di 3 microtesla adottato con DPCM 8/7/2003 arriverebbe a 250. Troppe insidie sono presenti in un D.Lgs totalmente favorevole all'inquinamento elettromagnetico:
1. innanzitutto si introduce la confusione tra lavoratori professionalmente esposti e lavoratori non professionalmente esposti a cui si devono applicare i limiti validi per la popolazione
2. in secondo luogo si introduce una dequalificazione dei "limiti di esposizione" che vengono declassati a "livelli di riferimento" ed ora a "livelli di azione". In altre parole per avere il superamento del limite, secondo la direttiva 40 ed il testo del D. Lgs., non basta essere esposti a più di 137 volt/m o a più di 250 microtesla: in tal caso si ha solo il superamento di "livelli di azione" per i quali i consulenti del datore di lavoro "si azionano" per accertare l'eventuale superamento dei limiti di base. Ciò porta però ad una violazione costituzionale e del diritto naturale (come è stato evidenziato persino dai Cinesi che nella III Conferenza Internazionale sui Campi Elettromagnetici, Guilin 2003, organizzata dal NIEHS cinese in collaborazione con il WHO ha portato all'adozione di "limiti di esposizione" come in Italia, in Svizzera e in Belgio da parte della Cina): infatti né il lavoratore, né il datore di lavoro sono in grado di conoscere se la loro esposizione abbia superato il limite, perché, una volta accertato il superamento del livello di azione, il limite può essere dedotto solo dall'applicazione di complessi modelli matematici e sperimentali come l'impiego di fantocci in tessuto umano-equivalente.
Una normativa che non consente di determinare l'eventuale violazione di una norma sul lavoro, cioè il superamento dei limiti da parte dei lavoratori per esposizioni ordinate dal datore di lavoro, è incostituzionale. Ancora una beffa per i cittadini italiani guidati da un governo favorevole all'inquinamento elettromagnetico!
Composti organici volatili, da novembre a norma anche i vecchi impianti
28/10/07 12:03
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
Sta per scadere il termine ultimo per l’adeguamento degli impianti a emissione di composti organici volatili (Cov): entro il 31 ottobre 2007 gli impianti autorizzati prima del 13 marzo 2004 dovranno conformarsi alle disposizioni del testo unico ambientale (Dlgs 152/2006, parte V sulle emissioni in atmosfera).
Il testo unico sostituisce la vecchia disciplina ( Dm 44/2004 che per primo ha recepito la direttiva comunitaria sui Cov), contemporaneamente prevede un regime transitorio per il graduale adeguamento degli impianti esistenti alle nuove disposizioni e stabilisce valori limite di emissione, modalità di monitoraggio e di controllo delle emissioni, criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai valori limite e modalità di redazione del piano di gestione dei solventi.
I composti organici volatili includono gruppi di sostanze diverse per i loro comportamenti fisici e chimici contenenti carbonio (esempio idrocarburi clorurati, idrocarburi aromatici e policiclici aromatici, alcani, cicloalcani, aldeidi, terpeni). Sono molto utilizzati nella composizione dei più disparati prodotti industriali tanto che sono presenti anche in numerosi materiali da costruzione e per finitura.
Le loro caratteristiche hanno incidenza sullo stato dell’ambiente - influenzano il bilancio totale di carbonio e la capacità di reazione con l’ozono - e sulla salute umana.
Nonostante gli effetti mutino in funzione del tipo del composto organico volatile assorbito, tutti hanno proprietà narcotiche e neurotossiche. Tanto è vero che le intossicazioni più acute si possono avere per inalazione oppure per assorbimento cutaneo. E l’effetto stordente che i composti possono provocare attraverso l’ispirazione intensa ne ha determinato l’utilizzo come “droga dei poveri”: sono noti i casi dei bambini delle favelas brasiliane che “sniffano” vernici e colle, ma non occorre allontanarsi troppo per trovare anche in molti paesi dell’Europa dell’Est la stessa abitudine.
Dunque per limitare il doppio effetto dei composti organici volatili sulla salute umana e sull’ambiente il legislatore europeo prima e poi il legislatore italiano, provvede con apposita disciplina: regola e dispone i limiti di emissione utilizzati dalle imprese.
Partendo poi dall’assunto che serva un’azione preventiva per proteggere la sanità pubblica e l’ambiente dalla conseguenza delle emissioni particolarmente nocive, e considerando che le emissioni di componenti organici possono essere evitate o ridotte in molte attività ed impianti (in quanto esistono già o saranno disponibili prodotti sostitutivi meno nocivi o comunque nuove tecniche per ridurre l’impatto ambientale), il testo unico prevede che tutti gli impianti anche se autorizzati prima del 2006 si adeguino ai nuovi standard.
fonte:www.greenreport.it
Sta per scadere il termine ultimo per l’adeguamento degli impianti a emissione di composti organici volatili (Cov): entro il 31 ottobre 2007 gli impianti autorizzati prima del 13 marzo 2004 dovranno conformarsi alle disposizioni del testo unico ambientale (Dlgs 152/2006, parte V sulle emissioni in atmosfera).
Il testo unico sostituisce la vecchia disciplina ( Dm 44/2004 che per primo ha recepito la direttiva comunitaria sui Cov), contemporaneamente prevede un regime transitorio per il graduale adeguamento degli impianti esistenti alle nuove disposizioni e stabilisce valori limite di emissione, modalità di monitoraggio e di controllo delle emissioni, criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai valori limite e modalità di redazione del piano di gestione dei solventi.
I composti organici volatili includono gruppi di sostanze diverse per i loro comportamenti fisici e chimici contenenti carbonio (esempio idrocarburi clorurati, idrocarburi aromatici e policiclici aromatici, alcani, cicloalcani, aldeidi, terpeni). Sono molto utilizzati nella composizione dei più disparati prodotti industriali tanto che sono presenti anche in numerosi materiali da costruzione e per finitura.
Le loro caratteristiche hanno incidenza sullo stato dell’ambiente - influenzano il bilancio totale di carbonio e la capacità di reazione con l’ozono - e sulla salute umana.
Nonostante gli effetti mutino in funzione del tipo del composto organico volatile assorbito, tutti hanno proprietà narcotiche e neurotossiche. Tanto è vero che le intossicazioni più acute si possono avere per inalazione oppure per assorbimento cutaneo. E l’effetto stordente che i composti possono provocare attraverso l’ispirazione intensa ne ha determinato l’utilizzo come “droga dei poveri”: sono noti i casi dei bambini delle favelas brasiliane che “sniffano” vernici e colle, ma non occorre allontanarsi troppo per trovare anche in molti paesi dell’Europa dell’Est la stessa abitudine.
Dunque per limitare il doppio effetto dei composti organici volatili sulla salute umana e sull’ambiente il legislatore europeo prima e poi il legislatore italiano, provvede con apposita disciplina: regola e dispone i limiti di emissione utilizzati dalle imprese.
Partendo poi dall’assunto che serva un’azione preventiva per proteggere la sanità pubblica e l’ambiente dalla conseguenza delle emissioni particolarmente nocive, e considerando che le emissioni di componenti organici possono essere evitate o ridotte in molte attività ed impianti (in quanto esistono già o saranno disponibili prodotti sostitutivi meno nocivi o comunque nuove tecniche per ridurre l’impatto ambientale), il testo unico prevede che tutti gli impianti anche se autorizzati prima del 2006 si adeguino ai nuovi standard.
Energia liberalizzata in offerta e anche rinnovabile?
28/10/07 12:03
di Diego Barsotti
fonte:www.greenreport.it
In Italia l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili rappresenta poco meno del 15% del totale e in questa categoria la parte del leone la fa l’idroelettrico sopra al 10%, fonte che sconta numerosi contraddizioni dal punto di vista dello sfruttamento della risorsa (l’acqua è meglio utilizzarla per riempire gli acquedotti e farla arrivare nelle nostre case, per produrre energia e illuminare o per irrigare i campi?); la geotermia all’1,5% (sulla cui rinnovabilità c’è più di un dubbio), mentre biomasse e rifiuti sono all’1,8%, l’eolico allo 0,7% e il fotovoltaico poco sopra lo 0. I dati forniti dal Gse sono riferiti al 2005 e quindi un minimo incremento ci dovrebbe essere stato, soprattutto per quanto riguarda fotovoltaico ed eolico. Il resto dell’energia elettrica prodotta in Italia deriva quindi da fonti fossili, gas, carbone e olio combustibile. In più poi c’è l’energia comprata dall’estero.
Eppure da quando è stata annunciata la liberalizzazione del mercato elettrico domestico ogni operatore si sta dando da fare per promuovere le proprie offerte, dando ampio spazio al segmento ‘ecologico’: l’ambiente tira e quindi ognuno promette offerte di energia pura, tratta da fonti rinnovabili. Ma da dove viene questa energia rinnovabile? E’ tutta italiana o viene anche dall’estero? E che cosa si intende per energia pulita? Come è possibile essere sicuri che l’energia proviene da fonti rinnovabili? Infine, se la domanda dovesse superare l’offerta che cosa accadrebbe?
Intanto un´indagine del Wwf realizzata in Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia nell´ambito della Campagna GenerAzione Clima 2007, ci spiega che italiani e svedesi risultano i più desiderosi di energia verde doc e per averla sono disposti a spendere. Ecco alcune risposte più interessanti per l´Italia: il 47% chiede investimenti in nuovi impianti di energia pulita, oltre l´80% ritiene che le emissioni dei gas serra siano molto o abbastanza importanti nel processo di scelta del fornitore (un dato comune ai 5 paesi analizzati) e, costi quel che costi, il 55% pagherebbe persino una bolletta più cara se il fornitore dimostrasse di migliorare l´attuale impatto ambientale del sistema elettrico. Cresce la voglia di sapere, un diritto ancora negato: il 50% vuole chiarezza, l´80% non sa di aver diritto di conoscere i dati sulla CO2 emessa dal fornitore. Una strettissima minoranza (1%) quella di quanti non intendono impegnarsi in alcuna azione per ridurre le proprie responsabilità in merito alle emissioni climalteranti.
A livello europeo, i cittadini si sentono circondati dalle campagne pubblicitarie dei fornitori di energia, ma dei quali si fidano ben poco. L´80-90 per cento del campione le reputa poco chiare se non addirittura ingannevoli. «Uno dei risultati più clamorosi dell´indagine europea - ha dichiarato Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia - è il fatto che rinnovabili ed efficienza sono due leve che permetterebbero finalmente la nascita di offerte commerciali in linea con obbiettivi di risparmio, un campo del tutto disatteso dai fornitori di energia elettrica».
Nell’articolo che segue abbiamo chiesto a tre dei tanti operatori che offrono energia verde, (Enel, Multiutility, La Duecentoventi) di rispondere a tutti i dubbi.
fonte:www.greenreport.it
In Italia l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili rappresenta poco meno del 15% del totale e in questa categoria la parte del leone la fa l’idroelettrico sopra al 10%, fonte che sconta numerosi contraddizioni dal punto di vista dello sfruttamento della risorsa (l’acqua è meglio utilizzarla per riempire gli acquedotti e farla arrivare nelle nostre case, per produrre energia e illuminare o per irrigare i campi?); la geotermia all’1,5% (sulla cui rinnovabilità c’è più di un dubbio), mentre biomasse e rifiuti sono all’1,8%, l’eolico allo 0,7% e il fotovoltaico poco sopra lo 0. I dati forniti dal Gse sono riferiti al 2005 e quindi un minimo incremento ci dovrebbe essere stato, soprattutto per quanto riguarda fotovoltaico ed eolico. Il resto dell’energia elettrica prodotta in Italia deriva quindi da fonti fossili, gas, carbone e olio combustibile. In più poi c’è l’energia comprata dall’estero.
Eppure da quando è stata annunciata la liberalizzazione del mercato elettrico domestico ogni operatore si sta dando da fare per promuovere le proprie offerte, dando ampio spazio al segmento ‘ecologico’: l’ambiente tira e quindi ognuno promette offerte di energia pura, tratta da fonti rinnovabili. Ma da dove viene questa energia rinnovabile? E’ tutta italiana o viene anche dall’estero? E che cosa si intende per energia pulita? Come è possibile essere sicuri che l’energia proviene da fonti rinnovabili? Infine, se la domanda dovesse superare l’offerta che cosa accadrebbe?
Intanto un´indagine del Wwf realizzata in Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia nell´ambito della Campagna GenerAzione Clima 2007, ci spiega che italiani e svedesi risultano i più desiderosi di energia verde doc e per averla sono disposti a spendere. Ecco alcune risposte più interessanti per l´Italia: il 47% chiede investimenti in nuovi impianti di energia pulita, oltre l´80% ritiene che le emissioni dei gas serra siano molto o abbastanza importanti nel processo di scelta del fornitore (un dato comune ai 5 paesi analizzati) e, costi quel che costi, il 55% pagherebbe persino una bolletta più cara se il fornitore dimostrasse di migliorare l´attuale impatto ambientale del sistema elettrico. Cresce la voglia di sapere, un diritto ancora negato: il 50% vuole chiarezza, l´80% non sa di aver diritto di conoscere i dati sulla CO2 emessa dal fornitore. Una strettissima minoranza (1%) quella di quanti non intendono impegnarsi in alcuna azione per ridurre le proprie responsabilità in merito alle emissioni climalteranti.
A livello europeo, i cittadini si sentono circondati dalle campagne pubblicitarie dei fornitori di energia, ma dei quali si fidano ben poco. L´80-90 per cento del campione le reputa poco chiare se non addirittura ingannevoli. «Uno dei risultati più clamorosi dell´indagine europea - ha dichiarato Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia - è il fatto che rinnovabili ed efficienza sono due leve che permetterebbero finalmente la nascita di offerte commerciali in linea con obbiettivi di risparmio, un campo del tutto disatteso dai fornitori di energia elettrica».
Nell’articolo che segue abbiamo chiesto a tre dei tanti operatori che offrono energia verde, (Enel, Multiutility, La Duecentoventi) di rispondere a tutti i dubbi.
La Commissione Ue accusa l´Italia di non aver osservato la Seveso bis
28/10/07 12:03
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
BRUXELLES. L’Italia ancora sotto il mirino della Unione europea: la Commissione Ue accusa l’Italia e altri undici paesi membri di non aver osservato la direttiva Seveso bis ( direttiva 96/82/Ce come modificata dalla direttiva 2003/195/Ce) sulla prevenzione dei rischi di possibili incidenti industriali.
Il 17 ottobre di questo anno la Commissione ha inviato un parere motivato agli Stati per non aver adottato i piani di emergenza degli stabilimenti chimici previsti dalla normativa comunitaria.
Questi piani di emergenza esterni riguardano le aree limitrofe ad alcuni stabilimenti industriali che producono sostanze pericolose, sono obbligatori e dovevano essere pronti fin dal 2002 negli Stati dell’Ue -15 e dal 2004 nei 10 nuovi Paesi membri. Ma ciò non è avvenuto e un numero considerevole di questi impianti risulta non in regola.
Complessivamente in tutta Europa esistono quasi ottomila impianti soggetti alle norme di sicurezza e circa la metà è tenuta a elaborare piani di emergenza esterni perché, così come afferma Stavros Dimas Commissario all’ambiente «sebbene non possiamo eliminare il rischio di incidenti industriali nella società moderna, possiamo adoperarci per ridurlo il più possibile e attenuare le conseguenze di tali infortuni».
Ai sensi della direttiva i piani devono prevedere le misure adottate al di fuori degli stabilimenti in occasione di un incidente grave o in caso di emergenza: azioni di attuazione degli effetti nel sito e al di fuori nonché disposizioni intese a fornire al pubblico informazioni specifiche relative all’incidente e al comportamento da tenere. In ciascuno Stato membro spetta alle autorità designate a tal fine (che in Italia è il prefetto ) predisporre i piani di emergenza e provvedere a che siano testati e, all’occorrenza, rivisti almeno ogni tre anni.
In Italia la direttiva 96/82/Ce è stata tradotta dal Dlgs 334/1999 successivamente modificato ad opera del Dlgs 238/2005 per recepire le modifiche apportate dalla direttiva 2003/195/Ce.
La modifica della direttiva si è resa necessaria per dettare nuove misure di prevenzione e un più efficace controllo dopo i gravissimi incidenti di Aznalcollar (Spagna) del febbraio 1998, di Enschede (Paesi Bassi) del maggio 2000 e di Tolosa (Francia) del settembre 2001. Per questo la nuova direttiva da un lato inserisce nuove sostanze indicate come cancerogene e dall’altro riduce le quantità limite di sostanze pericolose che è possibile detenere senza arrecare pregiudizio all’ambiente.
Così, il nuovo decreto si allinea al disposto comunitario: non introduce nuove definizioni legislative ma opera notevoli modifiche, anche ampliando e semplificando il campo di applicazione della disciplina sui rischi di incidente rilevante.
L’assoggettamento alla disciplina dipende dalla presenza di sostanze pericolose e non dall’appartenenza dell’impianto ad una determinata categoria. La normativa dunque, si applica agli stabilimenti dove sono presenti o dove si ritiene che possono essere generate in caso di incidente, sostanze pericolose in quantità uguali o superiori a quelle indicate in apposito allegato che sono state ridotte da 180 a 50 e che sono accompagnate ad un elenco di categorie di sostanze.
Naturalmente il gestore dell’impianto è soggetto ad alcuni obblighi come l’adozione di tutte le misure necessarie per prevenire incidenti rilevanti e limitarne le conseguenze per le persone e l’ambiente; la dimostrazione di aver preso tutte le misure necessarie; la notifica di tutte le informazioni relative alle sostanze ed all’ambiente circostante lo stabilimento. E inoltre obbligato a predisporre un rapporto di sicurezza che deve contenere anche l’elenco aggiornato delle sostanze pericolose presenti nello stabilimento e deve essere messo a disposizione del pubblico. Non solo: il rapporto deve dare atto dei piani di emergenza interni e deve fornire alle autorità competenti tutti gli elementi che consentono la elaborazione di un piano di emergenza esterno.
Il piano in questione è secondo la normativa italiana- elaborato dal prefetto ma d’intesa con le regioni e gli enti locali interessati, previa consultazione della popolazione. Viene poi comunicato al ministero dell’ambiente, ai sindaci, alle regioni e alle province competenti nel territorio al ministero dell’interno e al dipartimento della protezione civile.
Ma nonostante anche la presenza delle linee guida per la predisposizione del piano di emergenza (emanate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 25 febbraio del 2005) l’Italia non è riuscita a rispettare i tempi previsti dalla comunità per l’elaborazione del documento. E se non provvede a conformarsi al disposto comunitario rischia di arrivare di fronte alla Corte di Giustizia.
fonte:www.greenreport.it
BRUXELLES. L’Italia ancora sotto il mirino della Unione europea: la Commissione Ue accusa l’Italia e altri undici paesi membri di non aver osservato la direttiva Seveso bis ( direttiva 96/82/Ce come modificata dalla direttiva 2003/195/Ce) sulla prevenzione dei rischi di possibili incidenti industriali.
Il 17 ottobre di questo anno la Commissione ha inviato un parere motivato agli Stati per non aver adottato i piani di emergenza degli stabilimenti chimici previsti dalla normativa comunitaria.
Questi piani di emergenza esterni riguardano le aree limitrofe ad alcuni stabilimenti industriali che producono sostanze pericolose, sono obbligatori e dovevano essere pronti fin dal 2002 negli Stati dell’Ue -15 e dal 2004 nei 10 nuovi Paesi membri. Ma ciò non è avvenuto e un numero considerevole di questi impianti risulta non in regola.
Complessivamente in tutta Europa esistono quasi ottomila impianti soggetti alle norme di sicurezza e circa la metà è tenuta a elaborare piani di emergenza esterni perché, così come afferma Stavros Dimas Commissario all’ambiente «sebbene non possiamo eliminare il rischio di incidenti industriali nella società moderna, possiamo adoperarci per ridurlo il più possibile e attenuare le conseguenze di tali infortuni».
Ai sensi della direttiva i piani devono prevedere le misure adottate al di fuori degli stabilimenti in occasione di un incidente grave o in caso di emergenza: azioni di attuazione degli effetti nel sito e al di fuori nonché disposizioni intese a fornire al pubblico informazioni specifiche relative all’incidente e al comportamento da tenere. In ciascuno Stato membro spetta alle autorità designate a tal fine (che in Italia è il prefetto ) predisporre i piani di emergenza e provvedere a che siano testati e, all’occorrenza, rivisti almeno ogni tre anni.
In Italia la direttiva 96/82/Ce è stata tradotta dal Dlgs 334/1999 successivamente modificato ad opera del Dlgs 238/2005 per recepire le modifiche apportate dalla direttiva 2003/195/Ce.
La modifica della direttiva si è resa necessaria per dettare nuove misure di prevenzione e un più efficace controllo dopo i gravissimi incidenti di Aznalcollar (Spagna) del febbraio 1998, di Enschede (Paesi Bassi) del maggio 2000 e di Tolosa (Francia) del settembre 2001. Per questo la nuova direttiva da un lato inserisce nuove sostanze indicate come cancerogene e dall’altro riduce le quantità limite di sostanze pericolose che è possibile detenere senza arrecare pregiudizio all’ambiente.
Così, il nuovo decreto si allinea al disposto comunitario: non introduce nuove definizioni legislative ma opera notevoli modifiche, anche ampliando e semplificando il campo di applicazione della disciplina sui rischi di incidente rilevante.
L’assoggettamento alla disciplina dipende dalla presenza di sostanze pericolose e non dall’appartenenza dell’impianto ad una determinata categoria. La normativa dunque, si applica agli stabilimenti dove sono presenti o dove si ritiene che possono essere generate in caso di incidente, sostanze pericolose in quantità uguali o superiori a quelle indicate in apposito allegato che sono state ridotte da 180 a 50 e che sono accompagnate ad un elenco di categorie di sostanze.
Naturalmente il gestore dell’impianto è soggetto ad alcuni obblighi come l’adozione di tutte le misure necessarie per prevenire incidenti rilevanti e limitarne le conseguenze per le persone e l’ambiente; la dimostrazione di aver preso tutte le misure necessarie; la notifica di tutte le informazioni relative alle sostanze ed all’ambiente circostante lo stabilimento. E inoltre obbligato a predisporre un rapporto di sicurezza che deve contenere anche l’elenco aggiornato delle sostanze pericolose presenti nello stabilimento e deve essere messo a disposizione del pubblico. Non solo: il rapporto deve dare atto dei piani di emergenza interni e deve fornire alle autorità competenti tutti gli elementi che consentono la elaborazione di un piano di emergenza esterno.
Il piano in questione è secondo la normativa italiana- elaborato dal prefetto ma d’intesa con le regioni e gli enti locali interessati, previa consultazione della popolazione. Viene poi comunicato al ministero dell’ambiente, ai sindaci, alle regioni e alle province competenti nel territorio al ministero dell’interno e al dipartimento della protezione civile.
Ma nonostante anche la presenza delle linee guida per la predisposizione del piano di emergenza (emanate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 25 febbraio del 2005) l’Italia non è riuscita a rispettare i tempi previsti dalla comunità per l’elaborazione del documento. E se non provvede a conformarsi al disposto comunitario rischia di arrivare di fronte alla Corte di Giustizia.
Aspettando una nuova legge regionale sui parchi
28/10/07 12:03
di Renzo Moschini
fonte:www.greenreport.it
Il nuovo assessore regionale ai parchi e alle aree protette Marco Betti ha assunto formale impegno a presentare, discutere e approvare entro la prossima primavera la nuova legge regionale sui parchi che ha superato ormai il decennio.
Finora aveva girato un testo di cui è difficile dire se e quanto risponda alle intenzioni del nuovo assessore.
Ma dal momento che non sappiamo appunto se quel testo sarà confermato e comunque assunto dal nuovo assessore come base del confronto o se egli preferirà presentarne uno proprio, preferiamo attendere e avere conferme attendibili. Non possiamo però rimandare a quel momento alcune considerazioni di carattere preliminare su cosa ci si aspetta da una nuova legge sui parchi e le aree protette dopo il gran battage del Pit e del Praa approvati recentemente dalla regione.
E’ innegabile che i parchi toscani non escano da questo dibattito più forti e soprattutto con idee più chiare e precise sul loro ruolo complessivo in una fase tanto delicata per la nostra regione. Non ne erano usciti bene a fine 2005 con la nuova legge sul governo del territorio e il PIT non ha certo riscattato quegli arretramenti. Anche se sull’argomento si preferisce in troppe sedi glissare è innegabile che – tanto per fare un esempio - sul paesaggio si registrano vere e proprie involuzioni e arretramenti culturali prima ancora che normativi, specie dopo l’approvazione della Convenzione europea sul paesaggio.
Arretramento, anzi vero e proprio rinculo, se ricordiamo cosa hanno voluto dire i piani dei parchi toscani per la tutela del paesaggio in Toscana in tempi ormai lontani che sembrano oggi del tutto dimenticati o sconosciuti. E’ solo un esempio ma vi sono altri aspetti non meno cruciali -a partire dal ruolo dei parchi nazionali- sui quali sarà bene essere chiari fin da subito. Se una nuova legge regionale deve puntare oggi -prima ancora che a una ulteriore crescita di aree protette- alla costruzione di un effettivo sistema regionale, non vi è dubbio che protagonisti di questa nuova partita non possono non essere anche i parchi nazionali tornati finalmente alla normalità dopo i prolungati commissariamenti.
D’altronde, se qualcuno sbagliando ritiene che i parchi nazionali siano roba da ministero (e lo pensano anche al ministero) è evidente che essendo affidata alla Regione Toscana unitamente a quella emiliana per i due parchi tosco-emiliani, l’approvazione del piano del parco, è chiaro che quei piani devono inserirsi, integrarsi, con le scelte complessive della regione in materia ambientale e di governo del territorio. Non ci sono due pianificazioni; una nazionale e una regionale per lo stesso territorio, ma una pianificazione regionale unitaria che assume anche gli aspetti nazionali come punti di riferimento per le stesse politiche comunitarie di cui la regione deve farsi carico.
E per restare alla pianificazione non v’è dubbio che è giunto il momento in Toscana come sul piano nazionale di riconsiderare i due piani previsti dalla legge quadro. Se oggi vogliamo assumere come riferimento obbligato anche le politiche economiche per ricondurle a quella ecocompatibilità di cui tanto si parla appare assolutamente contraddittorio mantenere questa divisione e separatezza al punto di predisporre una doppia pianificazione che non è prevista in nessun altro comparto della vita nazionale e neppure europea.
Una duplicazione che d’altronde complica maledettamente le cose già abbastanza difficili specie per quanto riguarda i tempi di incubazione e di approdo finale come testimonia il fatto che molti parchi specie nazionali di piani non ne hanno finora predisposto neppure uno –figuriamoci due. La Toscana lo sappiamo è tra le poche regioni che aveva predisposto una delibera regionale di indirizzo anche per i piani socio-economici, ma questo aveva alleviato di poco le difficoltà derivanti da una procedura defatigante e per molti profili almeno oggi massimamente contraddittoria.
Il piano triennale di cui il testo circolante parla va dunque visto in ogni caso in questa nuova prospettiva di apertura ad una dimensione non rachiticamente regionale.
Anche la gestione regionale delle politiche dei parchi e delle aree protette deve prevedere una più chiara distinzione tra aspetti istituzionali –ossia la cooperazione tra regione, province e comuni e loro rappresentanze- e aspetti tecnico scientifici. Una Consulta dai connotati e dalla composizione in cui i due profili si confondono risulterebbe nella sua ambiguità di scarsa utilità come l’esperienza di questi anni conferma.
Altro aspetto rilevantissimo per la Toscana è ovviamente l’esperienza peculiare delle Anpil. Quel che è accaduto specialmente negli ultimi mesi è stato un vero e proprio campanello d’allarme che non possiamo certo ignorare.
Se, infatti, in molti casi le Anpil si sono rivelate come voleva la legge maglie aggiuntive ancorchè di modesta superfice di una rete regionale di parchi, riserve, siti nel complesso di signficative dimensionie dall’altra esse hanno mostrato in qualche caso clamorosamente di servire in più d’un caso da pretesto o poco più. Ci riferiamo come sarà senz’altro chiaro a situazioni tipo Val d’Orcia ove permane indisturbata una Anpil di oltre 60.000 ettari di cui nessuno finora sembra preoccuparsi e occuparsi forse per pudore.
Anche sulle ANPIL quindi non si tratta naturalmente di fare piazza pulita ma di mettere dei paletti tali che ne facciano né delle foglie di fico né dei mali minori per evitare interventi tra più comuni e province per istituire aree protette non ‘finte’.
Chi ha letto il Praa sa che metà delle aree ambientalmente critiche della nostra regione riguardano territori a vario titolo protetti. Senza entrare ora nel merito di questa situazione e dei criteri seguiti per catalogare il contesto toscano non v’è dubbio che i parchi e le aree protette si trovano in Toscana sulla linea del fuoco e pensare di relegarle in un ruolo marginale e di risulta sarebbe scelta suicida. Ecco perché è urgente mettere mano alla nuova legge e andare ad un dibattito generale che non consideri l’approvazione del Pit e del Praa come conclusivi anche per questi profili. Non è così e sarà bene intendersi fin dalle prime battute.
Un dibattito che affronti questi e gli altri temi senza condizionamenti se non quelli della competenza e conoscenza deve riguardare non la ristretta cerchia di addetti ai lavori ma il complesso delle istituzioni e del mondo dell’associazionismo e delle categorie specialmente nel momento in cui si stanno tra un sacco di difficoltà e non pochi litigi ridefinendo i ruoli di vari livelli istituzionali. Il confronto sul ruolo dei parchi e delle aree protette oggi può più di quanto in molti ancora non vedano aiutarci anche in questa ridelineazione delle funzioni e delle competenze.
Da Betti ci aspettiamo ora le prime mosse che non possono essere più rinviate.
fonte:www.greenreport.it
Il nuovo assessore regionale ai parchi e alle aree protette Marco Betti ha assunto formale impegno a presentare, discutere e approvare entro la prossima primavera la nuova legge regionale sui parchi che ha superato ormai il decennio.
Finora aveva girato un testo di cui è difficile dire se e quanto risponda alle intenzioni del nuovo assessore.
Ma dal momento che non sappiamo appunto se quel testo sarà confermato e comunque assunto dal nuovo assessore come base del confronto o se egli preferirà presentarne uno proprio, preferiamo attendere e avere conferme attendibili. Non possiamo però rimandare a quel momento alcune considerazioni di carattere preliminare su cosa ci si aspetta da una nuova legge sui parchi e le aree protette dopo il gran battage del Pit e del Praa approvati recentemente dalla regione.
E’ innegabile che i parchi toscani non escano da questo dibattito più forti e soprattutto con idee più chiare e precise sul loro ruolo complessivo in una fase tanto delicata per la nostra regione. Non ne erano usciti bene a fine 2005 con la nuova legge sul governo del territorio e il PIT non ha certo riscattato quegli arretramenti. Anche se sull’argomento si preferisce in troppe sedi glissare è innegabile che – tanto per fare un esempio - sul paesaggio si registrano vere e proprie involuzioni e arretramenti culturali prima ancora che normativi, specie dopo l’approvazione della Convenzione europea sul paesaggio.
Arretramento, anzi vero e proprio rinculo, se ricordiamo cosa hanno voluto dire i piani dei parchi toscani per la tutela del paesaggio in Toscana in tempi ormai lontani che sembrano oggi del tutto dimenticati o sconosciuti. E’ solo un esempio ma vi sono altri aspetti non meno cruciali -a partire dal ruolo dei parchi nazionali- sui quali sarà bene essere chiari fin da subito. Se una nuova legge regionale deve puntare oggi -prima ancora che a una ulteriore crescita di aree protette- alla costruzione di un effettivo sistema regionale, non vi è dubbio che protagonisti di questa nuova partita non possono non essere anche i parchi nazionali tornati finalmente alla normalità dopo i prolungati commissariamenti.
D’altronde, se qualcuno sbagliando ritiene che i parchi nazionali siano roba da ministero (e lo pensano anche al ministero) è evidente che essendo affidata alla Regione Toscana unitamente a quella emiliana per i due parchi tosco-emiliani, l’approvazione del piano del parco, è chiaro che quei piani devono inserirsi, integrarsi, con le scelte complessive della regione in materia ambientale e di governo del territorio. Non ci sono due pianificazioni; una nazionale e una regionale per lo stesso territorio, ma una pianificazione regionale unitaria che assume anche gli aspetti nazionali come punti di riferimento per le stesse politiche comunitarie di cui la regione deve farsi carico.
E per restare alla pianificazione non v’è dubbio che è giunto il momento in Toscana come sul piano nazionale di riconsiderare i due piani previsti dalla legge quadro. Se oggi vogliamo assumere come riferimento obbligato anche le politiche economiche per ricondurle a quella ecocompatibilità di cui tanto si parla appare assolutamente contraddittorio mantenere questa divisione e separatezza al punto di predisporre una doppia pianificazione che non è prevista in nessun altro comparto della vita nazionale e neppure europea.
Una duplicazione che d’altronde complica maledettamente le cose già abbastanza difficili specie per quanto riguarda i tempi di incubazione e di approdo finale come testimonia il fatto che molti parchi specie nazionali di piani non ne hanno finora predisposto neppure uno –figuriamoci due. La Toscana lo sappiamo è tra le poche regioni che aveva predisposto una delibera regionale di indirizzo anche per i piani socio-economici, ma questo aveva alleviato di poco le difficoltà derivanti da una procedura defatigante e per molti profili almeno oggi massimamente contraddittoria.
Il piano triennale di cui il testo circolante parla va dunque visto in ogni caso in questa nuova prospettiva di apertura ad una dimensione non rachiticamente regionale.
Anche la gestione regionale delle politiche dei parchi e delle aree protette deve prevedere una più chiara distinzione tra aspetti istituzionali –ossia la cooperazione tra regione, province e comuni e loro rappresentanze- e aspetti tecnico scientifici. Una Consulta dai connotati e dalla composizione in cui i due profili si confondono risulterebbe nella sua ambiguità di scarsa utilità come l’esperienza di questi anni conferma.
Altro aspetto rilevantissimo per la Toscana è ovviamente l’esperienza peculiare delle Anpil. Quel che è accaduto specialmente negli ultimi mesi è stato un vero e proprio campanello d’allarme che non possiamo certo ignorare.
Se, infatti, in molti casi le Anpil si sono rivelate come voleva la legge maglie aggiuntive ancorchè di modesta superfice di una rete regionale di parchi, riserve, siti nel complesso di signficative dimensionie dall’altra esse hanno mostrato in qualche caso clamorosamente di servire in più d’un caso da pretesto o poco più. Ci riferiamo come sarà senz’altro chiaro a situazioni tipo Val d’Orcia ove permane indisturbata una Anpil di oltre 60.000 ettari di cui nessuno finora sembra preoccuparsi e occuparsi forse per pudore.
Anche sulle ANPIL quindi non si tratta naturalmente di fare piazza pulita ma di mettere dei paletti tali che ne facciano né delle foglie di fico né dei mali minori per evitare interventi tra più comuni e province per istituire aree protette non ‘finte’.
Chi ha letto il Praa sa che metà delle aree ambientalmente critiche della nostra regione riguardano territori a vario titolo protetti. Senza entrare ora nel merito di questa situazione e dei criteri seguiti per catalogare il contesto toscano non v’è dubbio che i parchi e le aree protette si trovano in Toscana sulla linea del fuoco e pensare di relegarle in un ruolo marginale e di risulta sarebbe scelta suicida. Ecco perché è urgente mettere mano alla nuova legge e andare ad un dibattito generale che non consideri l’approvazione del Pit e del Praa come conclusivi anche per questi profili. Non è così e sarà bene intendersi fin dalle prime battute.
Un dibattito che affronti questi e gli altri temi senza condizionamenti se non quelli della competenza e conoscenza deve riguardare non la ristretta cerchia di addetti ai lavori ma il complesso delle istituzioni e del mondo dell’associazionismo e delle categorie specialmente nel momento in cui si stanno tra un sacco di difficoltà e non pochi litigi ridefinendo i ruoli di vari livelli istituzionali. Il confronto sul ruolo dei parchi e delle aree protette oggi può più di quanto in molti ancora non vedano aiutarci anche in questa ridelineazione delle funzioni e delle competenze.
Da Betti ci aspettiamo ora le prime mosse che non possono essere più rinviate.
I costi reali delle rinnovabili in Italia
28/10/07 12:03
fonte:www.greenreport.it
Oneri compensativi, sindrome Nimby, incertezza nei tempi e nelle procedure degli iter autorizzativi, costi di allacciamento alla rete, sovracanoni ai Bim, mancanza di una filiera industriale nazionale… Sono alcune delle criticità di cui soffre il sistema delle energie rinnovabili, criticità che si ripercuotono sul costo dell’energia prodotta e che l’Italia al 2020 dovrà portare dagli attuali 50 a oltre 90 TWh/anno per stare in linea con gli obiettivi europei.
L’associazione dei produttori di energia rinnovabile (Aper) ha elaborato in collaborazione con i ricercatori del dipartimento di Ingegneria elettrica dell’università di Padova il primo studio sui costi di generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che mira a rispondere prima di tutto a una serie di quesiti: quanto costa produrre energia da fonti rinnovabili in Italia? Ma soprattutto: quanto incidono gli extra oneri del “sistema Italia” sui costi di produzione da Fer (Fonti di energia rinnovabili) e con quali conseguenze?
I costi sono quelli espressi nella tabella accanto, dove l’idroelettrico risulta essere il più conveniente (ma anche quello con minore potenziale sviluppo in quanto i siti migliori sono ormai già stati realizzati).
Un elemento generale riscontrato nell’analisi condotta è l’estrema difficoltà sperimentata dagli operatori nel condurre a termine i progetti di investimento. Un quadro normativo frammentato e talvolta poco coerente introduce infatti inefficienze di sistema che si traducono in un incremento di costi per gli investitori. Un processo autorizzativo snello, chiaro, ben normato e stabile nel tempo è una condizione necessaria, e forse sufficiente se accoppiato a condizioni economiche interessanti, per lo sviluppo del contributo delle fonti rinnovabili.
Un secondo aspetto di grande interesse è la dinamica di riduzione di costi sperimentata nell’ultimo decennio in alcuni settori come il fotovoltaico, che lascia intuire le buone possibilità di lungo periodo per queste tecnologie. Tuttavia, la fase di mercato contingente con forte domanda sul mercato internazionale presenta alti prezzi per i componenti, soprattutto degli aerogeneratori degli impianti eolici. La speranza di Aper è che questi siano da imputare alla particolare fase di mercato caratterizzata da un eccesso di domanda che quindi possa essere superata con il tempo, ampliando magari la stessa offerta. Aper sottolinea il contributo che il fotovoltaico può dare in termini di copertura della punta di domanda di potenza: la disponibilità dei 2.000 MW di picco installati in Germania nelle soleggiate mattinate estive che registrano i picchi di carico sulla rete italiana, avrebbero un valore che non è certamente apprezzato nel semplice calcolo dei costi del kWh prodotto.
Per quanto riguarda la biomassa, che nei programmi nazionali dovrebbe incrementare in modo importante il proprio contributo, rimangono diversi problemi, legati in modo particolare al costo di acquisizione della materia prima in quantità sufficienti per alimentare gli impianti di dimensioni tali da conseguire le economie di scala possibili. La scarsità, la discontinuità di disponibilità e la dimensione locale del mercato della biomassa di fonte nazionale mettono in luce la difficoltà ad avviare questo settore industriale senza il ricorso alle importazioni massicce di legna di scarto da altri continenti.
L’utilizzo di oli vegetali rappresenta invece per Aper una filiera interessante: «Le perplessità in merito all’uso di oli di importazione per ragioni di tipo ambientale sembrano immotivate. Il trasporto incide in modo minimo sui costi ambientali della materia prima e la sostituzione di olio fossile importato con olio vegetale importato rappresenterebbe comunque un miglioramento».
In realtà le perplessità ambientali sono legate sì al trasporto del materiale (dal punto di vista dell’inquinamento prodotto durante i viaggi) ma soprattutto dalla prassi che oggi vede i Paesi esportatori disboscare territorio vergini per far posto alle piantagioni che producono olio vegetali per i Paesi sviluppati. E il bilancio ambientale con il drastico taglio delle foreste tropicali non può che essere negativo.
Lo studio commissionato dall’Aper riconosce poi al settore dell’eolico di aver raggiunta una rilevanza visibile in campo nazionale, superando i 3.000 MW di potenza installata: è sempre pochissimo in relazione a quanto fatto in Europa, ma è un passo importante per dimostrare la fattibilità concreta della tecnologia in Italia. Rimangono delle difficoltà sul piano autorizzativo che sono difficili da comprendere, legati a concetti soggettivi come quello della bellezza. Ma la domanda che ci si deve porre secondo Aper è diversa: «Considerato che non si può raggiungere il nostro livello di benessere senza un´adeguata fornitura energetica, quali soluzioni possono garantirci il miglior risultato in termini economici, ambientali e di sicurezza nel lungo periodo? In altre parole, non si tratta di scegliere eolico si o eolico no, a quali fonti utilizzare per coprire la domanda crescente di energia elettrica».
Oneri compensativi, sindrome Nimby, incertezza nei tempi e nelle procedure degli iter autorizzativi, costi di allacciamento alla rete, sovracanoni ai Bim, mancanza di una filiera industriale nazionale… Sono alcune delle criticità di cui soffre il sistema delle energie rinnovabili, criticità che si ripercuotono sul costo dell’energia prodotta e che l’Italia al 2020 dovrà portare dagli attuali 50 a oltre 90 TWh/anno per stare in linea con gli obiettivi europei.
L’associazione dei produttori di energia rinnovabile (Aper) ha elaborato in collaborazione con i ricercatori del dipartimento di Ingegneria elettrica dell’università di Padova il primo studio sui costi di generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che mira a rispondere prima di tutto a una serie di quesiti: quanto costa produrre energia da fonti rinnovabili in Italia? Ma soprattutto: quanto incidono gli extra oneri del “sistema Italia” sui costi di produzione da Fer (Fonti di energia rinnovabili) e con quali conseguenze?
I costi sono quelli espressi nella tabella accanto, dove l’idroelettrico risulta essere il più conveniente (ma anche quello con minore potenziale sviluppo in quanto i siti migliori sono ormai già stati realizzati).
Un elemento generale riscontrato nell’analisi condotta è l’estrema difficoltà sperimentata dagli operatori nel condurre a termine i progetti di investimento. Un quadro normativo frammentato e talvolta poco coerente introduce infatti inefficienze di sistema che si traducono in un incremento di costi per gli investitori. Un processo autorizzativo snello, chiaro, ben normato e stabile nel tempo è una condizione necessaria, e forse sufficiente se accoppiato a condizioni economiche interessanti, per lo sviluppo del contributo delle fonti rinnovabili.
Un secondo aspetto di grande interesse è la dinamica di riduzione di costi sperimentata nell’ultimo decennio in alcuni settori come il fotovoltaico, che lascia intuire le buone possibilità di lungo periodo per queste tecnologie. Tuttavia, la fase di mercato contingente con forte domanda sul mercato internazionale presenta alti prezzi per i componenti, soprattutto degli aerogeneratori degli impianti eolici. La speranza di Aper è che questi siano da imputare alla particolare fase di mercato caratterizzata da un eccesso di domanda che quindi possa essere superata con il tempo, ampliando magari la stessa offerta. Aper sottolinea il contributo che il fotovoltaico può dare in termini di copertura della punta di domanda di potenza: la disponibilità dei 2.000 MW di picco installati in Germania nelle soleggiate mattinate estive che registrano i picchi di carico sulla rete italiana, avrebbero un valore che non è certamente apprezzato nel semplice calcolo dei costi del kWh prodotto.
Per quanto riguarda la biomassa, che nei programmi nazionali dovrebbe incrementare in modo importante il proprio contributo, rimangono diversi problemi, legati in modo particolare al costo di acquisizione della materia prima in quantità sufficienti per alimentare gli impianti di dimensioni tali da conseguire le economie di scala possibili. La scarsità, la discontinuità di disponibilità e la dimensione locale del mercato della biomassa di fonte nazionale mettono in luce la difficoltà ad avviare questo settore industriale senza il ricorso alle importazioni massicce di legna di scarto da altri continenti.
L’utilizzo di oli vegetali rappresenta invece per Aper una filiera interessante: «Le perplessità in merito all’uso di oli di importazione per ragioni di tipo ambientale sembrano immotivate. Il trasporto incide in modo minimo sui costi ambientali della materia prima e la sostituzione di olio fossile importato con olio vegetale importato rappresenterebbe comunque un miglioramento».
In realtà le perplessità ambientali sono legate sì al trasporto del materiale (dal punto di vista dell’inquinamento prodotto durante i viaggi) ma soprattutto dalla prassi che oggi vede i Paesi esportatori disboscare territorio vergini per far posto alle piantagioni che producono olio vegetali per i Paesi sviluppati. E il bilancio ambientale con il drastico taglio delle foreste tropicali non può che essere negativo.
Lo studio commissionato dall’Aper riconosce poi al settore dell’eolico di aver raggiunta una rilevanza visibile in campo nazionale, superando i 3.000 MW di potenza installata: è sempre pochissimo in relazione a quanto fatto in Europa, ma è un passo importante per dimostrare la fattibilità concreta della tecnologia in Italia. Rimangono delle difficoltà sul piano autorizzativo che sono difficili da comprendere, legati a concetti soggettivi come quello della bellezza. Ma la domanda che ci si deve porre secondo Aper è diversa: «Considerato che non si può raggiungere il nostro livello di benessere senza un´adeguata fornitura energetica, quali soluzioni possono garantirci il miglior risultato in termini economici, ambientali e di sicurezza nel lungo periodo? In altre parole, non si tratta di scegliere eolico si o eolico no, a quali fonti utilizzare per coprire la domanda crescente di energia elettrica».