26 settembre 2010
Acqua, ecco costi e sprechi
30/09/10 16:51
FONTE: www.repubblica.it
Italia fra i paesi a rischio
Il "Blue Book 2010" fa il punto sulle condizioni d'utilizzo delle risorse idriche. L'acqua potabile è ancora "economica" ma su scala globale la siccità è costata all'Europa 100 mld in 30 anni. E il nostro Paese è tra quelli che tendono a consumare oltre il livello disponibile di ANTONIO CIANCIULLO
Acqua, ecco costi e sprechi Italia fra i paesi a rischio
Quanto ci costa l'acqua? Quella del rubinetto, su cui si concentra la maggior parte dell'attenzione, ha tutto sommato un costo contenuto: in media 1,37 euro a metro cubo, cioè poco più di un millesimo di euro a litro. Ma la mancanza di acqua (determinata in parte dalla cattiva gestione, in parte dagli sprechi, in parte dai cambiamenti climatici) è costata all'Europa in termini di siccità 100 miliardi di euro negli ultimi 30 anni. E per rimettere in regola il sistema completando la rete degli acquedotti, delle fogne e della depurazione, serviranno 64 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. Sono alcuni dei dati contenuti nel "Blue Book 2010", lo studio che ogni anno fotografa la situazione del servizio idrico in Italia.
L'analisi parte dalla definizione della situazione europea: le risorse totali di acqua dolce sono relativamente abbondanti (2,3 milioni di metri cubi l'anno) e solo il 13% di questa quantità viene utilizzata. Ma in 12 Paesi, concentrati soprattutto nell'area del Mediterraneo, c'è una situazione critica. Con un indice di sfruttamento idrico (il rapporto tra il totale dell'acqua dolce utilizzata e il totale della risorsa rinnovabile disponibile) superiore al 20% esiste infatti una condizione di stress e con un indice superiore al 40% lo stress diventa grave e la situazione insostenibile nel lungo periodo. Ebbene, sette paesi (in cui vive il 32% della popolazione europea) soffrono di un lieve stress idrico (Romania, Belgio, Danimarca, Grecia, Turchia, Portogallo e Regno Unito), mentre altri quattro (18% della popolazione) si trovano in una condizione peggiore (Cipro, Malta, Italia e Spagna) e nel caso di Cipro si parla di stress grave.
A questo quadro preoccupante si è arrivati anche per il crescente uso dell'irrigazione: il 30-40% dei prodotti agricoli a livello mondiale viene coltivato nel 16 % di terre agricole irrigate e la percentuale salirà all'80 per cento nei prossimi 30 anni. L'Italia - informa il Blue Book - è al primo posto in Europa sia per i consumi di acqua per abitante, sia per la maggiore estensione agricola irrigata: "Questa superficie, unitamente alla superficie agricola non irrigata, potrebbe dare sostentamento a circa 200 milioni di abitanti, eppure il nostro paese presenta un deficit commerciale in campo alimentare. Gran parte della quantità di cibo prodotta dalla nostra agricoltura, infatti, viene distrutta perché i vincoli internazionali, primi fra tutti quelli dell'Unione Europea, non ne consentono la commercializzazione".
Infine, per quanto riguarda i consumi domestici, secondo un'indagine dell'Ocse, i principali sono dovuti all'igiene personale (33% per docce e bagno ed 10% per lavandini), seguiti dall'uso della toilette (31%), dagli elettrodomestici (11% per le lavatrici e 3% per le lavastoviglie). I consumi esterni, principalmente dovuti a giardinaggio e piscine, rappresentano circa il 3% del totale.
(21 settembre 2010)
Italia fra i paesi a rischio
Il "Blue Book 2010" fa il punto sulle condizioni d'utilizzo delle risorse idriche. L'acqua potabile è ancora "economica" ma su scala globale la siccità è costata all'Europa 100 mld in 30 anni. E il nostro Paese è tra quelli che tendono a consumare oltre il livello disponibile di ANTONIO CIANCIULLO
Acqua, ecco costi e sprechi Italia fra i paesi a rischio
Quanto ci costa l'acqua? Quella del rubinetto, su cui si concentra la maggior parte dell'attenzione, ha tutto sommato un costo contenuto: in media 1,37 euro a metro cubo, cioè poco più di un millesimo di euro a litro. Ma la mancanza di acqua (determinata in parte dalla cattiva gestione, in parte dagli sprechi, in parte dai cambiamenti climatici) è costata all'Europa in termini di siccità 100 miliardi di euro negli ultimi 30 anni. E per rimettere in regola il sistema completando la rete degli acquedotti, delle fogne e della depurazione, serviranno 64 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. Sono alcuni dei dati contenuti nel "Blue Book 2010", lo studio che ogni anno fotografa la situazione del servizio idrico in Italia.
L'analisi parte dalla definizione della situazione europea: le risorse totali di acqua dolce sono relativamente abbondanti (2,3 milioni di metri cubi l'anno) e solo il 13% di questa quantità viene utilizzata. Ma in 12 Paesi, concentrati soprattutto nell'area del Mediterraneo, c'è una situazione critica. Con un indice di sfruttamento idrico (il rapporto tra il totale dell'acqua dolce utilizzata e il totale della risorsa rinnovabile disponibile) superiore al 20% esiste infatti una condizione di stress e con un indice superiore al 40% lo stress diventa grave e la situazione insostenibile nel lungo periodo. Ebbene, sette paesi (in cui vive il 32% della popolazione europea) soffrono di un lieve stress idrico (Romania, Belgio, Danimarca, Grecia, Turchia, Portogallo e Regno Unito), mentre altri quattro (18% della popolazione) si trovano in una condizione peggiore (Cipro, Malta, Italia e Spagna) e nel caso di Cipro si parla di stress grave.
A questo quadro preoccupante si è arrivati anche per il crescente uso dell'irrigazione: il 30-40% dei prodotti agricoli a livello mondiale viene coltivato nel 16 % di terre agricole irrigate e la percentuale salirà all'80 per cento nei prossimi 30 anni. L'Italia - informa il Blue Book - è al primo posto in Europa sia per i consumi di acqua per abitante, sia per la maggiore estensione agricola irrigata: "Questa superficie, unitamente alla superficie agricola non irrigata, potrebbe dare sostentamento a circa 200 milioni di abitanti, eppure il nostro paese presenta un deficit commerciale in campo alimentare. Gran parte della quantità di cibo prodotta dalla nostra agricoltura, infatti, viene distrutta perché i vincoli internazionali, primi fra tutti quelli dell'Unione Europea, non ne consentono la commercializzazione".
Infine, per quanto riguarda i consumi domestici, secondo un'indagine dell'Ocse, i principali sono dovuti all'igiene personale (33% per docce e bagno ed 10% per lavandini), seguiti dall'uso della toilette (31%), dagli elettrodomestici (11% per le lavatrici e 3% per le lavastoviglie). I consumi esterni, principalmente dovuti a giardinaggio e piscine, rappresentano circa il 3% del totale.
(21 settembre 2010)
AEEG, 166 MILIONI INDEBITAMENTE PERCEPITI DA RINNOVABILI O CIP6
30/09/10 16:50
Le somme recuperate andranno a favore delle bollette dei consumatori.
A seguito dell'attività di controllo svolta negli ultimi cinque anni l'Autorità per l'energia, con la collaborazione della Cassa conguaglio per il settore elettrico (CCSE), ha individuato 166 milioni di euro di incentivi indebitamente percepiti da impianti a fonti assimilate o rinnovabili; le somme recuperate andranno a favore delle bollette dei consumatori.
Lo rende noto l'AEEG precisando che dall'inizio dell'attività di verifica sono state effettuate 130 le ispezioni, su un parco di centrali per una potenza complessiva di 9.350 MW, il 43% circa costituito da impianti alimentati da fonti assimilate, cioè di origine fossile. Ricordiamo che secondo il Cip 6, risultano alimentati da fonti assimilate gli impianti di cogenerazione e quelli che utilizzano calore di recupero e fumi di scarico, gli scarti di lavorazione e/o di processo, le fonti fossili prodotte esclusivamente da giacimenti minori.
"A seguito di queste verifiche - spiega il presidente dell'Autorità Alessandro Ortis - è stato possibile avviare azioni di recupero amministrativo di incentivi, indebitamente percepiti, per circa 166 milioni di euro; di questi, più di 110 milioni sono già stati versati. Il tutto si è sviluppato con efficienza, perché il costo per i controlli effettuati è stato inferiore a 1,5 milioni di euro. I recuperi vanno a vantaggio diretto dei consumatori, a contenimento delle bollette".
Fonte:
Casaeclima.com
In crisi i fiumi, sono usati da 80% popolazione
30/09/10 16:46
Si salvano solo le zone artiche e tropicali ma a partire da Stati Uniti ed Europa la maggior parte dei fiumi del pianeta, che attraversano regioni dove vive l'80% della popolazione mondiale, sono in un vero e proprio 'stato di crisi', super sfruttati e minacciati soprattutto da agricoltura, costruzione di dighe, inquinamento e specie invasive. Il rapporto sulla salute dei fiumi del pianeta si e' guadagnato la copertina di Nature di questa settimana ed e' stato messo a punto da un gruppo di ricerca coordinato dall'americano Charles Vorosmarty del City College di New York.
L'acqua dolce soprattutto quella dei fiumi, sottolineano gli esperti, e' la piu' importante risorsa naturale del mondo, sostiene la vita umana e lo sviluppo economico ed e' indispensabile per innumerevoli microorganismi e animali dell'ecosistema terrestre. Ma il ritratto che emerge dallo studio e' nerissimo per la maggior parte dei fiumi, sui quali vivono ben 5 miliardi di persone: molti fattori di stress, (dall'inquinamento alle specie invasive) sottolineano i ricercatori, mettono in pericolo la sicurezza delle acque e il 65% degli habitat dei fiumi del mondo, minacciando anche la sopravvivenza di migliaia di specie acquatiche e animali. Nelle mappe realizzate dai ricercatori si puo' osservare che i fiumi piu' in crisi si trovano sia nei Paesi sviluppati e sia in quelli in via di sviluppo, principalmente negli Stati Uniti e in Europa (dove e' soprattutto a rischio la biodiversita' dei fiumi), e poi in una larga porzione dell'Asia Centrale, Medio Oriente, India e Cina orientale. I fiumi piu' puliti e meno 'stressati' sono quelli che attraversano i luoghi piu' remoti, inaccessibili e poco urbanizzati, per esempio delle regioni artiche e tropicali. Le cause della degradazione sono simili per quasi tutti i fiumi: dallo sfruttamento agricolo per l'irrigazione, all'inquinamento dovuto agli scarichi delle industrie o alla produzione di energia, alla costruzione di dighe, all'introduzione di nuove specie per ripopolare la fauna acquatica.
La scoperta e' il frutto della prima iniziativa su scala globale che, grazie a simulazioni al computer, quantifica l'impatto di 23 differenti fattori di stress su biodiversita' dei fiumi e sicurezza delle acque.
''Non possiamo piu' guardare alla sicurezza delle acque per scopi umani e alla biodiversita' in maniera scollegata'' ha osservato il coordinatore dello studio, Vorsmarty. '''Lo studio che abbiamo messo a punto - ha aggiunto - non solo analizza insieme queste due problematiche ma offre anche strumenti ai governi per rispondere alla crisi globale dei fiumi''. Secondo Vorsmarty per correre ai ripari prima che la situazione diventi irreversibile occorrono investimenti urgenti e strategie che tengano conto dei bisogni di uomo e natura sia per assicurare alla popolazione globale l'uso di acque sicure sia per preservare la biodiversita'.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati
L'acqua dolce soprattutto quella dei fiumi, sottolineano gli esperti, e' la piu' importante risorsa naturale del mondo, sostiene la vita umana e lo sviluppo economico ed e' indispensabile per innumerevoli microorganismi e animali dell'ecosistema terrestre. Ma il ritratto che emerge dallo studio e' nerissimo per la maggior parte dei fiumi, sui quali vivono ben 5 miliardi di persone: molti fattori di stress, (dall'inquinamento alle specie invasive) sottolineano i ricercatori, mettono in pericolo la sicurezza delle acque e il 65% degli habitat dei fiumi del mondo, minacciando anche la sopravvivenza di migliaia di specie acquatiche e animali. Nelle mappe realizzate dai ricercatori si puo' osservare che i fiumi piu' in crisi si trovano sia nei Paesi sviluppati e sia in quelli in via di sviluppo, principalmente negli Stati Uniti e in Europa (dove e' soprattutto a rischio la biodiversita' dei fiumi), e poi in una larga porzione dell'Asia Centrale, Medio Oriente, India e Cina orientale. I fiumi piu' puliti e meno 'stressati' sono quelli che attraversano i luoghi piu' remoti, inaccessibili e poco urbanizzati, per esempio delle regioni artiche e tropicali. Le cause della degradazione sono simili per quasi tutti i fiumi: dallo sfruttamento agricolo per l'irrigazione, all'inquinamento dovuto agli scarichi delle industrie o alla produzione di energia, alla costruzione di dighe, all'introduzione di nuove specie per ripopolare la fauna acquatica.
La scoperta e' il frutto della prima iniziativa su scala globale che, grazie a simulazioni al computer, quantifica l'impatto di 23 differenti fattori di stress su biodiversita' dei fiumi e sicurezza delle acque.
''Non possiamo piu' guardare alla sicurezza delle acque per scopi umani e alla biodiversita' in maniera scollegata'' ha osservato il coordinatore dello studio, Vorsmarty. '''Lo studio che abbiamo messo a punto - ha aggiunto - non solo analizza insieme queste due problematiche ma offre anche strumenti ai governi per rispondere alla crisi globale dei fiumi''. Secondo Vorsmarty per correre ai ripari prima che la situazione diventi irreversibile occorrono investimenti urgenti e strategie che tengano conto dei bisogni di uomo e natura sia per assicurare alla popolazione globale l'uso di acque sicure sia per preservare la biodiversita'.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati
Parchi Europei, si fa strada turismo intelligente
30/09/10 16:46
Con circa 60 milioni di visitatori stimati ogni anno, il turismo amico della natura "certificato" dalla Carta europea per il turismo sostenibile nelle aree protette si sta facendo largo nell'Europa dei 27. A fare il punto sul fenomeno sarà la conferenza di Europarc, la federazione che rappresenta 460 soci in 36 paesi, al via mercoledì prossimo a Pescasseroli, nel Parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. "Ad oggi - spiega Federico Minozzi, responsabile Europarc a Bruxelles - sono 73 le aree protette certificate in 8 paesi d'Europa secondo i criteri della Carta europea per il turismo sostenibile e circa 250 le imprese partner. Altri cinque nuovi parchi saranno certificati nel corso della conferenza". E l'Italia? "Sono sette i parchi certificati (Parco nazionale dei Monti Sibillini, Parco regionale delle Alpi Marittime, Parco naturale Adamello Brenta, Parco naturale dell'alto Garda bresciano, Riserve dell'oltrepò mantovano, Riserva naturale del Lago di Piano e Parco regionale dell'Adamello) - aggiunge l'esperto - e quattro quelli candidati (Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, Parco nazionale della Sila, Riserva di Monte Rufeno, Parco regionale delle Madonie). Di particolare interesse è l'esperienza della Regione Lombardia, che ha sostenuto, anche finanziariamente, l'applicazione della Carta nei propri parchi regionali". L'elemento centrale di queste aree protette con il "bollino" ufficiale del turismo amico dell'ambiente, è l'idea di di stringere un patto tra pubblico e privato nella costruzione di uno sviluppo turistico sostenibile, amico della biodiversità e degli elementi che costituiscono l'identità dei parchi. Un modello italiano è quello dell'Adamello Brenta, dove una serie di riunioni in diverse comunità locali ha consentito di mettere a fuoco gli obiettivi del piano di azione. Un altro principio della carta è quella di conservare il patrimonio naturale insieme a quello culturale. Ecco allora l'esempio del fiume Reno, dove vengono organizzati tour guidati in Francia e Germania con l'aiuto di guide naturalistiche, che spiegano le specificità di questo ecosistema transfrontaliero, offre la possibilità di fare birdwatching notturno e di conoscere i prodotti locali. Poi c'é la formazione: qui a dare lezioni è la Spagna, con l'area protetta Donana , in Andalusia, dove per dieci anni è stato formato sia il personale del parco sia la guida dell'azienda locale. Il Parco nazionale Harz in Germania invece ha certificato le strutture di accoglienza, rispondendo non solo al benessere del visitatore, ma anche al risparmio delle risorse energetiche, per una mobilità sostenibile e a favore dei prodotti locali.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati
Energia: 11 parchi eolici bloccati da tribunali
30/09/10 16:38
di Teresa Carbone
ROMA - Infrazioni di leggi comunitarie e nazionali, normative sul paesaggio, sulla tutela degli uccelli protetti, mancanza di valutazioni sull'impatto ambientale, crollo del valore degli immobili e pericolo di frane. Sono alcuni dei motivi per i quali 11 progetti di impianti eolici in Italia sono stati fermati, in attesa di sentenze dei Tribunali Amministrativi Regionali e, in alcuni casi, del Consiglio di Stato.
Le organizzazioni Italia Nostra e Comitato Nazionale del Paesaggio (Cnp) hanno raccolto le storie di questi undici casi italiani e li hanno presentati alla Commissione Ambiente della Camera, che sta realizzando audizioni per rivedere l'intero sistema, definito dalle associazioni ''poco remunerativo se non per i forti incentivi che riceve dallo Stato''.
In Sicilia, oltre cento torri eoliche che sfiorano i cento metri di altezza, previste da due progetti distinti della Api Holding, dovrebbero essere costruite all'interno del Parco dei Nebrodi e si piazzerebbero proprio sulla rotta di migrazione di molti uccelli, alcuni dei quali protetti come le cicogne. Le torri comprometterebbero anche l'esistenza di volatili residenti nell'area come le aquile reali e i grifoni. Gli uccelli, in volo cieco, sfruttando le correnti ascensionali per risparmiare energia, si schianterebbero inevitabilmente contro le pale.
In Sardegna, il prossimo 25 ottobre ci sara' la prima udienza di un processo in cui sono state rinviate a giudizio sei persone, tra cui tecnici regionali che avrebbero dato l'autorizzazione a costruire il parco eolico di Nulvi-Tergu, senza i necessari permessi. In Puglia, nell'ambito del progetto del parco eolico di Nardo', in provincia di Lecce e' prevista la costruzione di 31 torri eoliche da parte della Italgest Wind (acquisita da Enel Green Power) a 250 metri di distanza da case abitate e a meno di 600 metri da strade provinciali e statali.
In questo caso, secondo Italia Nostra e CNP, la perdita del valore immobiliare sarebbe repentina, senza contare le condizioni di vita a cui sarebbero sottoposti gli abitanti, per il rumore delle pale. Un'esperienza simile e' stata raccontata da una coppia tedesca che viveva a Murci, in Toscana, a poche centinaia di metri da alcune torri eoliche. Dopo un anno di annotazioni in un diario, in cui si alternavano descrizioni di stati di ansia, mancanza di sonno e spossatezza, i due hanno deciso di abbandonare la casa.
Piero Romanelli, invece, non e' ancora andato via ma sta conducendo una strenua battaglia per la sua salute e la sua casa che sorge nel mezzo del parco eolico Casoni di Romagna. Romanelli e' finito anche in ospedale per i sintomi provocati dal rumore delle pale eoliche. Sempre a Nardo', una relazione geologica ipotizza che i carichi trasmessi dalle fondamenta dell'impianto eolico al terreno sottostante si possano propagare, innescando cedimenti e crolli. L'ultima parola sul progetto dovra' arrivare dal Tar della Puglia a cui sono ricorsi il Cnp e il Comune.
Piu' a Sud, gli aerogeneratori della CRE Project minacciano il paesaggio delle Piccole Dolomiti della Basilicata e il Parco nazionale dell'Alta Murgia. In quest'ultimo caso, la procura di Bari sta facendo accertamenti sui documenti del progetto e su eventuali infiltrazioni criminali nelle societa' proponenti. In Molise, ad essere minacciato e' il patrimonio archeologico. Sedici torri da 126 metri della Essebiesse Power dovrebbero essere costruite in prossimita' del sito archeologico di Altilia Sepinum, citta' fondata dai romani sul tratturo della transumanza.
L'8 ottobre ci sara' un pronunciamento del Consiglio di Stato. Nel vicino Abruzzo, il paese di Casteguidone rischia il suo paesaggio che potrebbe essere costellato da 11 torri eoliche di 130 metri, mentre nella provincia di Benevento, sulla montagna di Morcone nonostante il parere negativo della soprintendenza dei Beni Culturali, rischiano di comparire 32 torri di 130 metri, della societa' Dotto. La decisione finale spetta alla Regione Campania che ha lasciato in sospeso la questione dal 2007.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati
ROMA - Infrazioni di leggi comunitarie e nazionali, normative sul paesaggio, sulla tutela degli uccelli protetti, mancanza di valutazioni sull'impatto ambientale, crollo del valore degli immobili e pericolo di frane. Sono alcuni dei motivi per i quali 11 progetti di impianti eolici in Italia sono stati fermati, in attesa di sentenze dei Tribunali Amministrativi Regionali e, in alcuni casi, del Consiglio di Stato.
Le organizzazioni Italia Nostra e Comitato Nazionale del Paesaggio (Cnp) hanno raccolto le storie di questi undici casi italiani e li hanno presentati alla Commissione Ambiente della Camera, che sta realizzando audizioni per rivedere l'intero sistema, definito dalle associazioni ''poco remunerativo se non per i forti incentivi che riceve dallo Stato''.
In Sicilia, oltre cento torri eoliche che sfiorano i cento metri di altezza, previste da due progetti distinti della Api Holding, dovrebbero essere costruite all'interno del Parco dei Nebrodi e si piazzerebbero proprio sulla rotta di migrazione di molti uccelli, alcuni dei quali protetti come le cicogne. Le torri comprometterebbero anche l'esistenza di volatili residenti nell'area come le aquile reali e i grifoni. Gli uccelli, in volo cieco, sfruttando le correnti ascensionali per risparmiare energia, si schianterebbero inevitabilmente contro le pale.
In Sardegna, il prossimo 25 ottobre ci sara' la prima udienza di un processo in cui sono state rinviate a giudizio sei persone, tra cui tecnici regionali che avrebbero dato l'autorizzazione a costruire il parco eolico di Nulvi-Tergu, senza i necessari permessi. In Puglia, nell'ambito del progetto del parco eolico di Nardo', in provincia di Lecce e' prevista la costruzione di 31 torri eoliche da parte della Italgest Wind (acquisita da Enel Green Power) a 250 metri di distanza da case abitate e a meno di 600 metri da strade provinciali e statali.
In questo caso, secondo Italia Nostra e CNP, la perdita del valore immobiliare sarebbe repentina, senza contare le condizioni di vita a cui sarebbero sottoposti gli abitanti, per il rumore delle pale. Un'esperienza simile e' stata raccontata da una coppia tedesca che viveva a Murci, in Toscana, a poche centinaia di metri da alcune torri eoliche. Dopo un anno di annotazioni in un diario, in cui si alternavano descrizioni di stati di ansia, mancanza di sonno e spossatezza, i due hanno deciso di abbandonare la casa.
Piero Romanelli, invece, non e' ancora andato via ma sta conducendo una strenua battaglia per la sua salute e la sua casa che sorge nel mezzo del parco eolico Casoni di Romagna. Romanelli e' finito anche in ospedale per i sintomi provocati dal rumore delle pale eoliche. Sempre a Nardo', una relazione geologica ipotizza che i carichi trasmessi dalle fondamenta dell'impianto eolico al terreno sottostante si possano propagare, innescando cedimenti e crolli. L'ultima parola sul progetto dovra' arrivare dal Tar della Puglia a cui sono ricorsi il Cnp e il Comune.
Piu' a Sud, gli aerogeneratori della CRE Project minacciano il paesaggio delle Piccole Dolomiti della Basilicata e il Parco nazionale dell'Alta Murgia. In quest'ultimo caso, la procura di Bari sta facendo accertamenti sui documenti del progetto e su eventuali infiltrazioni criminali nelle societa' proponenti. In Molise, ad essere minacciato e' il patrimonio archeologico. Sedici torri da 126 metri della Essebiesse Power dovrebbero essere costruite in prossimita' del sito archeologico di Altilia Sepinum, citta' fondata dai romani sul tratturo della transumanza.
L'8 ottobre ci sara' un pronunciamento del Consiglio di Stato. Nel vicino Abruzzo, il paese di Casteguidone rischia il suo paesaggio che potrebbe essere costellato da 11 torri eoliche di 130 metri, mentre nella provincia di Benevento, sulla montagna di Morcone nonostante il parere negativo della soprintendenza dei Beni Culturali, rischiano di comparire 32 torri di 130 metri, della societa' Dotto. La decisione finale spetta alla Regione Campania che ha lasciato in sospeso la questione dal 2007.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati
ACQUA: MILANA (S&D), PER BRUXELLES PATRIMONIO DA TUTELARE
30/09/10 16:38
(ANSA) - BRUXELLES, 16 SET - Il commissario europeo all'ambiente Janez Potocnik, ha risposto all'interrogazione sulla natura dell'acqua presentata ''dai membri italiani del gruppo dei Socialisti e Democratici europei all'Europarlamento - tra cui Guido Milana, Vittorio Prodi e Debora Serracchiani - rassicurandoli sul fatto che l'acqua non e' un prodotto commerciale al pari degli altri, bensi' un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale...''. Lo rende noto oggi a Bruxelles l'eurodeputato Milana in una nota in cui sottolinea che ''quella interpretazione da' forza ai referendari confermando le posizioni di coloro che in Italia hanno assunto un atteggiamento contrario alla volonta' del governo''. In Italia, a luglio, erano stati raccolti un milione e 400mila firme per un'iniziativa referendaria in favore dell'acqua come bene comune. Potocnik inoltre, precisa Milana, ''si e' trovato d'accordo con l'affermazione contenuta nell'interrogazione, sulla legittimita' di competenza - che deve spettare ad ogni Stato membro - nel decidere se tale bene sia di proprieta' demaniale e pubblica, o privata, o ancora mista''. LEN