24 febbraio 2008

Le Olimpiadi di Pechino assediate dallo smog e dalla sete

FONTE:www.greenreport.it
In vista delle Olimpiadi, da Pechino arrivano tranquillizzanti buone notizie ufficiali: nella capitale cinese i maggiori inquinanti sono diminuiti e la qualità dell’aria migliorata per il nono anno consecutivo. Gli ambientalisti e le organizzazioni ed i movimenti che chiedono il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino ribattono che i dati forniti dal governo sono truccati e manipolati per farli risultare migliori, che le centraline di rilevamento degli inquinanti vengono spostate in luoghi più “puliti” e che l’aria della capitale cinese resta irrespirabile almeno quanto la situazione dei diritti umani.

Anche per rispondere a queste accuse sempre più insistenti, Du Shaozhong, il direttore aggiunto dell’Ufficio della protezione dell’ambiente di Pechino, ha indetto una conferenza stampa per fornire gli ultimi dati sull’inquinamento della metropoli. «Tra il 1998 e il 2007 – ha detto Du ai giornalisti - la quantità di diossido di zolfo nell’aria della capitale è sceso del 60,8%, mentre il monossido di carbonio è in ribasso del 39,4%. Il diossido di azoto è stato ridotto del 10,8%, ed i particolati sono arretrati del 17,8%. Il numero di giorni rispondenti al nome di “cielo blu” è passato da 100 a 246 giorni durante lo stesso periodo. Salvo che per il particolato, gli altri indici rispondono alle norme nazionali. Il particolato e le polveri dei cantieri edili, che coprono una superficie di circa 100 milioni di metri quadrati a Pechino, sono una delle fonti principali di inquinamento – ha specificato Du – Ultimamente abbiamo agito a tappe forzate, ma dobbiamo ancora indurire le nostre esigenze di fronte ai siti che emettono polveri. Occorre ugualmente che le imprese si autocontrollino e rispettino le regole ambientali, e che il pubblico aiuti a supervisionarle».

Ma i progressi non sembrano convincere molti atleti, come il famosissimo maratoneta etiope Haile Gebrselassie che minacciano di non andare a Pechino a causa dello smog soffocante, e per diminuire l’inquinamento atmosferico ad un livello accettabile la capitale cinese in occasione dei giochi olimpici il municipio ha introdotto altre misure urgenti: divieto di circolazione per 2.300 auto, 1.500 bus e 200 taxi che non soddisfano le norme sulle emissioni, mentre l’Ufficio della protezione dell’ambiente continuerà a controllare le emissioni delle industrie chimiche, metallurgiche e del cemento, e chiederà agli abitanti di contribuire alla riduzione delle emissioni utilizzando l’elettricità invece del carbone (che poi l’energia elettrica cinese sia in gran parte prodotta col carbone sembra un dettaglio non interessante). In preparazione delle Olimpiadi, Pechino ha esteso la rete dei trasporti pubblici , testato le targhe alterne e spostato alcune fabbriche inquinanti. «I nuovi obiettivi prevedono anche la riduzione di altre 50.000 tonnellate di inquinanti» ha detto Du.

Ma le Olimpiadi, nonostante la deviazione di interi fiumi verso Pechino con la realizzazione di 309 chilometri di canali e acquedotti, sono anche a rischio rifornimento idrico: la siccità sta colpendo duramente la provincia dell’Hebei, che fornisce la maggior parte dell’acqua potabile agli abitanti di Pechino, mettendo così a rischio le forniture per mezzo milione di persone. Nell’Hebei le piogge sono state il 60% in meno della media e i livelli delle 4 dighe che dissetano Pechino e di altri bacini idrici sono di 1 o 2 metri inferiori al 2007. Una situazione inestricabile, visto che con le Olimpiadi Pechino avrà bisogno del 30% di acqua in più (300 milioni di metri cubi al giorno), invece ne ha attualmente quasi il 4% in meno, e che in estate la situazione quasi sicuramente peggiorerà.

Imprese e protezione ambientale: investimenti sì, ma sul fine ciclo

Pubblicati i dati Istat sulle “Spese delle imprese italiane per la protezione dell’ambiente 1997-2006"
di Alessandro Farulli
FONTE:www.greenreport.it
Gli investimenti realizzati dalle imprese italiane nel periodo 1997-2206 sono «prevalentemente verso attrezzature e dispositivi cosiddetti di fine ciclo (o end-of-pipe), ossia atti a rimuovere l’inquinamento una volta che esso è stato generato, piuttosto che verso impianti e attrezzature atte a prevenire o a ridurre ab origine la produzione dell’inquinamento (tecnologie integrate)». Lo sostiene l’Istat nella prima serie storica dei dati sulle “Spese delle imprese italiane per la protezione dell’ambiente” appena pubblicata dall’Istituto di ricerca nazionale. Aggiungendo che «ad esclusione del 2002, anno in cui il totale degli investimenti appare quasi equamente ripartito tra le due tipologie (53% per investimenti di fine cicli e 47% per investimenti in ‘tecnologie integrate’), nell’arco temporale di riferimento (1997-2006, ndr) si osservano mediamente quote pari al 72% per gli investimenti destinati ad attrezzature end-of-pipe e al 28% per gli investimenti in ‘tecnologie integrate’».

Va detto che il campo di osservazione dell’Istat è circoscritto agli interventi finalizzati a salvaguardare l’ambiente sotto il profilo qualitativo, cioè in relazione a fenomeni di inquinamento e di degrado (emissioni atmosferiche, scarichi idrici, rifiuti, inquinamento del suolo, perdita di biodiversità, erosione del suolo, salinizzazione ecc.). Sono invece esclusi gli interventi che mirano a salvaguardare l’ambiente sotto il profilo quantitativo, ossia fenomeni di depauperamento dello stock delle risorse naturali (risparmio energetico, idrico, di materie prime, ecc.). E questa ci pare una lacuna non da poco – anche se magari questi dati verranno forniti più avanti - perché incrociare i due tipi “campi di osservazione” e i relativi numeri avrebbero prodotto un quadro ben più articolato e reale della situazione.

Il dato però che emerge – come detto in apertura – è che le imprese italiane hanno investito in modo crescente (quelle che lo hanno fatto) intervenendo per mitigare gli impatti e non per prevenirli. Insomma, poca innovazione di processo finalizzata alla prevenzione come criterio direttore anche se quei dati che mancano di cui davamo notizia in precedenza potrebbero in teoria anche smentire in parte questa affermazione. Ne dubitiamo, ma è possibile.

Passiamo dunque ai numeri: gli investimenti delle imprese – sostiene l’Istat – registrano una forte crescita nel periodo 1997-2001, passando da 1.061 milioni di euro nel 1997 a 4.163 milioni nel 2001. Nel triennio successivo segue una sensibile diminuzione, con gli investimenti che, nel 2004, raggiungono un valore (1.157 milioni di euro) prossimo a quello del 1997. Nel biennio 2006-2006 si osserva una ripresa, che riporta gli investimenti quasi al livello del 2002.

Interessante la motivazione che dà l’Istat su questo andamento: questa dinamica appare sensibilmente influenzata dalle misure pubbliche di incentivazione agli investimenti ambientali, le quali appaiono particolarmente incisive per numero e per l’ammontare delle risorse economiche messe a disposizione in corrispondenza di alcuni periodi. In particolare i Fondi strutturali comunitari 2000-2006, finalizzati esclusivamente o parzialmente agli investimenti in campo ambientale, o delle risorse destinate ad accordi quali il Protocollo di Montreal o quello di Kyoto.

Gli aumenti di investimenti tra il 1997 e il 2001 per l’Istat mostrano una significativa tendenza delle imprese ad internalizzare la produzione dei servizi ambientali: aumenti particolarmente significativi si registrano nel settore della gestione dei rifiuti dove gli investimenti passano dai 112 milioni di euro del 1997 ai 786 milioni del 2001; seguono il settore della gestione delle acque reflue che, nello stesso periodo, quadruplica i propri investimenti passando da 204 a 816 milioni di euro e il settore della protezione dell’aria e del clima dove gli investimenti passano da 578 a 1.352 milioni di euro; ma è per l’insieme dei settori ambientali compresi nella categoria “altro” - protezione e risanamento del suolo, delle acque del sottosuolo e delle acque di superficie; abbattimento del rumore e delle vibrazioni; protezione della biodiversità e del paesaggio; protezione dalle radiazioni ricerca e sviluppo; altre attività di protezione dell’ambiente - che si osserva la dinamica più forte, con gli investimenti che passano da 167 milioni di euro nel 1997 a 1.210 milioni nel 2001.

Il calo che caratterizza il successivo triennio 2002-2004 deriva da dinamiche differenti nei vari settori ambientali: nel settore della protezione dell’aria e del clima gli investimenti continuano ad aumentare nel 2002 ma calano drasticamente nel 2003 per riprendere ad aumentare lievemente nel 2004; nei settori della gestione delle acque reflue e della gestione dei rifiuti, gli investimenti, dopo il forte calo del 2002, segnano un lieve incremento nel 2003 per poi diminuire nuovamente nel 2004; nei settori ambientali rientranti nella categoria “altro” la diminuzione degli investimenti caratterizza l’intero periodo 2002-2004.

Nel 2005 – conclude l’Istat - la ripresa degli investimenti interessa tutti i settori ambientali; nel 2006 continuano ad aumentare gli investimenti per la protezione dell’aria e del clima, mentre per gli altri settori ambientali si registra una lieve diminuzione.

L´Italia verso Kyoto, il governo si corregge in extremis


di Lucia Venturi
FONTE:www.greenreport.it
Il Consiglio dei ministri che si è tenuto ieri ha approvato tra gli altri un provvedimento per la modifica del decreto legislativo n. 216 del 2006, che recepisce le direttive 2003/87 e 2004/101 in materia di scambio di quote di emissioni dei gas ad effetto serra, previsti dal protocollo di Kyoto. La necessità di correzioni, spiega la relazione illustrativa al provvedimento, nasce da tre ordini di ragioni: «L’esigenza di risolvere i numerosi problemi emersi in oltre un anno di applicazione della norma» con un particolare riferimento al Comitato che si occupa dell’assegnazione della quota di emissioni. Una struttura giudicata “inadeguata” per la scarsa chiarezza in merito alle competenze attribuite, che ha «causato lentezza nei lavori e gravi difficoltà alle imprese».

Altra ragione che ha reso necessarie le modifiche ad appena un anno dalla sua entrata in vigore, è l’esigenza di assicurare all’Italia il pieno recepimento delle direttive europee (che il decreto non faceva) e la possibilità di fare ricorso anche nel nostro paese ai crediti derivanti dai meccanismi di Kyoto nell’ambito del sistema di scambi comunitario (e dati i ritardi nel raggiungimento degli obiettivi non è cosa da poco).

In particolare si vuol dare un’accelerazione ai meccanismi flessibili (Clean development mechanism) e di Joint implementation.
In base ai primi i paesi industrializzati e ad economie in transizione possono realizzare, nei paesi in via di sviluppo, progetti che conseguano un beneficio ambientale in termini di emissioni di gas serra e trasferire tali benefici (crediti) sull´obbligo relativo al proprio paese; i meccanismi di Joint implementation permettono ad una società di un paese di realizzare un progetto che determini una riduzione delle emissioni di gas serra in un altro paese e spartire, in base a un accordo, i crediti delle emissioni evitate.

Con le modifiche apportate dal decreto legislativo approvato ieri, infine, viene garantita la partecipazione dell’Italia al primo quinquennio di scambi assicurando maggiore coordinamento nelle azioni a livello nazionale e internazionale.

Per assicurare che tutto ciò avvenga nel migliore dei modi, al Comitato nazionale per la gestione delle quote di emissioni, vengono attribuiti nuovi compiti per migliorarne il funzionamento e per garantire un miglior coordinamento delle politiche nazionali sul cambiamento climatico, anche in previsione dell´attuazione delle recenti proposte europee sugli obbiettivi al 2020 in materia di riduzione delle emissioni climalteranti, di risparmio energetico e di diffusione delle fonti rinnovabili.

Tra le funzioni attribuite al Comitato, rientrano il regolamento per l´eventuale assegnazione di quote a titolo oneroso, la definizione dei criteri per la gestione del Registro nazionale delle emissioni (che verrà conservato dall’Apat) e delle quote di emissione, la partecipazione con propri rappresentanti, ai lavori del Climate change committee o ad altre riunioni a livello europeo o internazionale.

Il Comitato (diviso in un consiglio direttivo e una segreteria tecnica), che continuerà ad avere sede al ministero dell’ambiente, sarà composto da otto membri, di cui tre nominati dal ministro dell´Ambiente, tre dal ministro dello Sviluppo economico e due, con funzioni consultive, rispettivamente dal ministro delle Politiche europee e dalla Conferenza dei presidenti delle regioni integrati dalla partecipazione di due rappresentanti del ministero degli Esteri, per tutte le decisioni inerenti l´attuazione dei meccanismi flessibili Cdm e Ji.

E’ poi prevista la costituzione di un apposito gruppo di lavoro presso il Gestore dei servizi elettrici (Gse), di cui il comitato potrà avvalersi in termini di collaborazione, in considerazione del fatto che il Gse ha allestito uno sportello specifico proprio sui meccanismi flessibili Cdm e Ji, a sostegno di un ruolo internazionale anche del sistema produttivo italiano.
Infine, nel provvedimento vengono inserite le disposizioni sul “Sistema nazionale per la realizzazione dell´inventario nazionale dei gas serra” (National system), che verrà gestito dall’Apat, e che viene definito «fondamentale» affinché «un Paese sia eleggibile alla partecipazione ai meccanismi flessibili» e al contempo, «in linea con le indicazioni di migliorare il coordinamento delle disposizioni di questo decreto con gli adempimenti collegati all´attuazione del protocollo di Kyoto».

ANIMALI:STRAGE PER CATTURE ACCIDENTALI, 300MILA CETACEI ANNO

(ANSA) - ROMA - Oltre 300.000 fra balene, delfini e cetacei in generale muoiono ogni anno perche' finiscono impigliati nelle reti da pesca. E' il fenomeno del cosiddetto ''bycatch'', cioe' cattura accessoria e accidentale da parte dei pescatori, che nel caso dei cetacei e' la principale causa di mortalita', che spinge molte specie verso l'estinzione. A seconda del metodo di pesca utilizzato si parla di cattura accessoria o cattura accidentale: nel primo caso animali diversi da quelli desiderati vengono sempre all'amo; nel secondo caso la cattura di animali diversi dalle specie target non avviene in modo sistematico, ma puo' capitare. E non sono solo i cetacei le uniche vittime: dalle tartarughe marine alle foche, dagli squali agli uccelli marini, fino a piccoli pesci di poco valore commerciale, fino ai coralli, sono tanti gli animali uccisi in mare da attrezzi da pesca che raccolgono anche specie diverse da quelle mirate. Nel complesso, secondo le stime dell'ultimo rapporto del Wwf che fa il punto sul fenomeno del bycatch, si parla di miliardi di animali rimasti uccisi ogni anno nel mondo. Per questo il fenomeno e' una delle priorita' in tema di conservazione del Wwf. Ecco un quadro dei dati del rapporto: - IL PROBLEMA: fin dallo sviluppo, circa 50 anni fa, di attrezzi da pesca e imbarcazioni sempre piu' grandi e veloci, migliaia di km di reti e lenze vengono piazzati negli oceani del mondo tutti i giorni. Griglie moderne di pesca, spesso poco visibili ma solide, risultano molto efficienti nel catturare le specie mirate, ma anche qualsiasi altra cosa finisca sul loro cammino. Diversi milioni di tonnellate di vita marina finiscono per essere prese non intenzionalmente, per essere poi gettate o in alcuni casi utilizzate; - SPECIE A RISCHIO: oltre 300.000 cetacei, per cui il bycatch e'la principale causa di mortalita'; oltre 250.000 ogni anno fra tartarughe marine minacciate come le caretta caretta e a rischio estinzione come le tartarughe liuto cadono nel palangrese derivante, cioe' una lunghissima lenza con tanti ami in fila impiegata per tonni, pesce spada e altri pesci; 26 specie di uccelli marini, incluse 17 specie di albatro, sono minacciate di estinzione a causa di queste lunghe lenze, che uccidono oltre 300.000 uccelli marini ogni anno; l'89% degli squali martello e l'80% degli squali volpe e squali bianchi, sono scomparsi dall'Oceano Atlantico Nord orientale negli ultimi 18 anni, principalmente a causa della cattura accidentale e accessoria; - CONCLUSIONI: nonostante alcuni pescatori responsabili abbiano cominciato ad occuparsi del problema, mancano ancora iniziative a tappeto. La cattura non mirata potrebbe quindi costituire il tassello finale per diverse specie marine minacciate e contribuire al problema della pesca eccessiva di giovanili, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di alcuni Paesi poveri; - PROPOSTE: il problema sta cominciando ad essere considerato dall'industria della pesca. Alcune soluzioni esistono e altre sono in via di sperimentazione, grazie a pescatori, governi e organizzazioni non governative impegnati su questo fronte. Tra questi il Wwf, che sta sperimentando alcuni sistemi di pesca alternativi, da una griglia di pesca selettiva al Ted (Turtle excluder devices), un meccanismo che consente alla maggior parte delle tartarughe marine di uscire da un settore della rete, fino agli ami circolari, al posizionamento degli ami del palangrese derivante ad una profondita' maggiore per catturare solo pesci pelagici, reti da posta piu' sicure per i cetacei e reti selettive per prendere pesci adulti e far uscire quelli piccoli. (ANSA).

ANIMALI:STORNI CANTANO MEGLIO PER INQUINANTI, MA SONO MALATI


(ANSA) - ROMA, - Fra gli effetti degli inquinanti sugli animali ce n'e' uno sorprendente: secondo uno studio dell' universita' di Cardiff, gli storni che mangiano vermi contaminati dagli estrogeni cantano meglio e attirano piu' femmine di quelli non contaminati. C'e' pero' un rovescio della medaglia, perche' questi inquinanti riducono anche il sistema immunitario degli uccelli. I ricercatori hanno sottoposto 12 storni ai livelli medi di estrogeni, ormoni femminili che vengono riversati nell'ambiente tramite scarichi industriali e domestici, trovati normalmente nei vermi che costituiscono la loro preda preferita. Gli uccelli 'estrogenati' hanno iniziato a cantare piu' a lungo e piu' spesso del gruppo di controllo non sottoposto agli inquinanti. Cosa ancora piu' importante, gli storni si sono mostrati in grado di produrre canzoni piu' complesse, che hanno attirato molte piu' femmine rispetto agli altri.

''Abbiamo studiato anche il meccanismo con cui questo avviene - scrivono gli autori nello studio pubblicato dalla rivista Plos One - l'area del cervello che controlla la complessita' del suono e' molto piu' ampia (circa il 13% in piu') negli storni contaminati, e mostra anche una maggiore quantita' di recettori per gli estrogeni, che amplifica l'effetto di questi inquinanti''. Un canto migliore non significa pero' un altrettanto buono stato di salute. Lo studio ha rivelato che la risposta immunitaria degli storni contaminati e' inferiore del 50% a quella degli uccelli di controllo: ''Se le femmine 'investono' sugli storni contaminati, che sono meno in salute, per la riproduzione - e' la conclusione dell'articolo - diminuisce la loro capacita' di generare pulcini sani, con gravi conseguenze sulla popolazione totale''. (ANSA).

INFEZIONE UCCIDE 2 DELFINI PARCO OLTREMARE, ATTESA AUTOPSIA


(ANSA) - RICCIONE (RIMINI), 27 FEB - Da qualche mese erano diventati inappetenti, spesso in disparte e lontani dalle attivita' di gruppo. Poi, a un mese di distanza fra loro, sono morti entrambi, uccisi da un'infezione ancora sconosciuta. Sulla sorte di Bonnie e Bravo, i delfini ospiti del parco Oltremare di Riccione scomparsi rispettivamente il 18 gennaio e il 15 febbraio, potrebbe fare chiarezza l'esito dell'autopsia affidata all'Universita' di Padova. La coppia - Bonnie, 32 anni arrivata in Italia da Cuba, e Bravo, texano e 'italiano' di adozione dal 1982 - era all' Oltremare fin dall'apertura, nel 2004. A meta' dicembre i primi sintomi della malattia. A parte il cambiamento di abitudini e 'umorale' (insolito per i delfini, che sono molto socievoli), gli animali hanno manifestato diarrea e disturbi dell'apparato gastrointestinale. Ma l'infezione e' andata avanti nonostante la cura con antiobiotici, estendendosi anche a polmoni e reni. Dopo il decesso, e' stata disposta l'autopsia che e' ancora in corso nell'ateneo padovano. In particolare sono gli esami virologici quelli piu' lunghi per cui, secondo il presidente del parco Leandro Stanzani, si dovra' aspettare ancora un mese. Si teme comunque un virus simile a quello dell'influenza per gli uomini anche se, in assenza dell'agente patogeno, e' impossibile fare alcuna profilassi. Intanto, ha aggiunto Stanzani, nel parco riccionese ''la soglia di attenzione e' alta, l'ambiente e' tenuto ancor piu' sotto controllo e gli animali guardati a vista''. Attualmente Oltremare ospita altri nove delfini, compreso Achille, il cucciolo nato otto anni fa proprio dalla coppia scomparsa. Finora pare che ne' il piccolo ne' gli altri mammiferi abbiano avuto reazioni particolari. (ANSA). RED-GIO