16 settembre 2007
CLIMA: AULA CAMERA APPROVA RISOLUZIONE UNIONE
19/09/07 15:37
(ANSA) - ROMA - Si' dell'Aula della Camera alla risoluzione di maggioranza sulla relazione della commissione Ambiente della Camera in materia di cambiamenti climatici. Sono, invece, state bocciate le risoluzioni dell'opposizione.
Il testo approvato dall'Assemblea di Montecitorio (con l'astensione del centrodestra) impegna il governo ''ad assumere gli orientamenti e le proposte contenuti nella relazione ai fini della definizione delle politiche a livello nazionale e internazionale in tema di cambiamenti climatici e delle future iniziative, anche normative, a partire dalla prossima legge Finanziaria''.
L'Assemblea di Montecitorio ha bocciato le mozioni della Cdl che impegnavano, tra l'altro, il governo a riprendere la strada del nucleare. Ai voti la Cdl è sempre stata divisa, con un gioco di astensioni che ha interessato soprattutto An e la Lega.
Il testo approvato dall'Assemblea di Montecitorio (con l'astensione del centrodestra) impegna il governo ''ad assumere gli orientamenti e le proposte contenuti nella relazione ai fini della definizione delle politiche a livello nazionale e internazionale in tema di cambiamenti climatici e delle future iniziative, anche normative, a partire dalla prossima legge Finanziaria''.
L'Assemblea di Montecitorio ha bocciato le mozioni della Cdl che impegnavano, tra l'altro, il governo a riprendere la strada del nucleare. Ai voti la Cdl è sempre stata divisa, con un gioco di astensioni che ha interessato soprattutto An e la Lega.
LIMA: ROMA 2007; 13 AZIONI ADATTAMENTO SOSTENIBILE
19/09/07 15:35
(ANSA) - ROMA - Sono 13 le azioni concrete per l'adattamento sostenibile ai cambiamenti climatici e prioritarie per l'Italia secondo le conclusioni della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici di Roma (12 e 13 settembre 2007):
RICERCA: Avviare una vasta opera di ricerca delle maggiori criticita' connesse agli effetti del cambiamento climatico e produrre un rapporto annuale di monitoraggio
INCENTIVI: espandere incentivi sul risparmio energetico nel settore residenziale e per la bioedilizia
CONSUMI: incentivare nuove forme di consumo compatibile con le esigenze dell'adattamento climatico a cominciare dall'etichettatura idrica di beni e prodotti
ACQUA: adeguare la gestione delle risorse idriche ai cambiamenti climatici, attraverso il risparmio di acqua per l'agricoltura ed evitando lo sfruttamento delle falde in prossimita' delle zone di grande valore naturalistico
AGRICOLTURA: difendere i prodotti tipici italiani sostenendo l'agricoltura di qualita' e biologica e incentivando colture resistenti alla minore disponibilita' d'acqua
COSTE: mettere in sicurezza le coste italiane; adeguare le regole urbanistiche sulla linea di costa, ripensando le infrastrutture e ripristinando le dune costiere e le zone umide
FRANE E ALLUVIONI: rispondere all'atteso aumento della frequenza e gravita' degli eventi estremi sistemando e rimettendo in sicurezza le aree a maggior rischio idrogeologico
MARE: provvedere ad un'azione di gestione sostenibile delle risorse marine; avviare meccanismi per lo sviluppo della pesca sostenibile; mettere a punto un piano di recupero dei fiumi
MONTAGNA: incoraggiare un turismo meno legato alle esigenze sciistiche
SANITA': inserire nelle strategie sanitarie la variabile dei nuovi rischi collegati al clima, sia per quanto riguarda la localizzazione che il funzionamento delle strutture sanitarie
METEO: mettere a punto un sistema efficiente di 'early warning' (preallarme) metoclimatico nelle aree a maggior rischio alluvioni e frane
PARTECIPAZIONE: aumentare il livello di partecipazione dei cittadini lanciando iniziative di sensibilizzazione, come la realizzazione di un 'Climate day' nel giorno della ratifica del Protocollo di Kyoto
LAVORO: realizzare forme di incentivi ambientali per il lavoro e le imprese anche in relazione alle nuove forme della contabilita' ambientale. (ANSA)
RICERCA: Avviare una vasta opera di ricerca delle maggiori criticita' connesse agli effetti del cambiamento climatico e produrre un rapporto annuale di monitoraggio
INCENTIVI: espandere incentivi sul risparmio energetico nel settore residenziale e per la bioedilizia
CONSUMI: incentivare nuove forme di consumo compatibile con le esigenze dell'adattamento climatico a cominciare dall'etichettatura idrica di beni e prodotti
ACQUA: adeguare la gestione delle risorse idriche ai cambiamenti climatici, attraverso il risparmio di acqua per l'agricoltura ed evitando lo sfruttamento delle falde in prossimita' delle zone di grande valore naturalistico
AGRICOLTURA: difendere i prodotti tipici italiani sostenendo l'agricoltura di qualita' e biologica e incentivando colture resistenti alla minore disponibilita' d'acqua
COSTE: mettere in sicurezza le coste italiane; adeguare le regole urbanistiche sulla linea di costa, ripensando le infrastrutture e ripristinando le dune costiere e le zone umide
FRANE E ALLUVIONI: rispondere all'atteso aumento della frequenza e gravita' degli eventi estremi sistemando e rimettendo in sicurezza le aree a maggior rischio idrogeologico
MARE: provvedere ad un'azione di gestione sostenibile delle risorse marine; avviare meccanismi per lo sviluppo della pesca sostenibile; mettere a punto un piano di recupero dei fiumi
MONTAGNA: incoraggiare un turismo meno legato alle esigenze sciistiche
SANITA': inserire nelle strategie sanitarie la variabile dei nuovi rischi collegati al clima, sia per quanto riguarda la localizzazione che il funzionamento delle strutture sanitarie
METEO: mettere a punto un sistema efficiente di 'early warning' (preallarme) metoclimatico nelle aree a maggior rischio alluvioni e frane
PARTECIPAZIONE: aumentare il livello di partecipazione dei cittadini lanciando iniziative di sensibilizzazione, come la realizzazione di un 'Climate day' nel giorno della ratifica del Protocollo di Kyoto
LAVORO: realizzare forme di incentivi ambientali per il lavoro e le imprese anche in relazione alle nuove forme della contabilita' ambientale. (ANSA)
RIFIUTI: LOMBARDIA IN TESTA PER RACCOLTA E RICICLO CARTA
19/09/07 15:35
(ANSA) - MILANO - Oltre mezzo milione di tonnellate di imballaggi di cellulosa raccolti nella sola Lombardia, che detiene il primato, e un incremento di oltre il 7% in un anno di raccolta di carta e cartone: sono questi i dati che emergono dal 12esimo Rapporto sulla raccolta differenziata di carta e cartone, elaborato dal Comieco, il consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica.
La Lombardia si guadagna la palma di regione che ricicla piu' carta e cartone d'Italia. I comuni lombardi, nel 2006, hanno incassato in totale 13 milioni di euro, come corrispettivi erogati dal sistema Comieco per il sostegno alla raccolta differenziata. La regione, infatti, ha avviato al riciclo piu' di mezzo milione di tonnellate di imballaggi sui 2,5 milioni totali raccolti in Italia (con un incremento del 7,4% rispetto al 2005). Ogni italiano, in particolare, nel 2006, ha raccolto 44 chilogrammi di carta e cartoncino. Milano, inoltre, coi suoi 71,4 chilogrammi, risulta tra le prime citta' italiane e, tra le metropoli europee, e' seconda solo a Vienna, ma davanti a Parigi e Londra. Inoltre, nel capoluogo lombardo diminuiscono del 7% i rifiuti raccolti in modo indifferenziato.
''I comuni della Lombardia - ha spiegato Carlo Montalbetti, direttore generale del consorzio - stanno portando avanti una politica che coniuga rispetto dell'ambiente e sviluppo economico''. Per incentivare ulteriormente enti locali e cittadini alla raccolta differenziata Comieco propone, inoltre, di ''trattenere localmente in tutto o in parte il gettito Iva generato dalla gestione locale dei rifiuti''. (ANSA).
La Lombardia si guadagna la palma di regione che ricicla piu' carta e cartone d'Italia. I comuni lombardi, nel 2006, hanno incassato in totale 13 milioni di euro, come corrispettivi erogati dal sistema Comieco per il sostegno alla raccolta differenziata. La regione, infatti, ha avviato al riciclo piu' di mezzo milione di tonnellate di imballaggi sui 2,5 milioni totali raccolti in Italia (con un incremento del 7,4% rispetto al 2005). Ogni italiano, in particolare, nel 2006, ha raccolto 44 chilogrammi di carta e cartoncino. Milano, inoltre, coi suoi 71,4 chilogrammi, risulta tra le prime citta' italiane e, tra le metropoli europee, e' seconda solo a Vienna, ma davanti a Parigi e Londra. Inoltre, nel capoluogo lombardo diminuiscono del 7% i rifiuti raccolti in modo indifferenziato.
''I comuni della Lombardia - ha spiegato Carlo Montalbetti, direttore generale del consorzio - stanno portando avanti una politica che coniuga rispetto dell'ambiente e sviluppo economico''. Per incentivare ulteriormente enti locali e cittadini alla raccolta differenziata Comieco propone, inoltre, di ''trattenere localmente in tutto o in parte il gettito Iva generato dalla gestione locale dei rifiuti''. (ANSA).
RECORD DI INCENDI IN AMAZZONIA PER SICCITA'
19/09/07 15:35
(ANSA) - SAN PAOLO - Appena un mese dopo che il governo brasiliano ha annunciato la riduzione del 60% del disboscamento in Amazzonia, la regione fa registrare un numero record di incendi, dovuti a oltre quattro mesi di siccita' anomala. In agosto si sono registrati 16.592 focolai d'incendio tra Amazzonia e Mato Grosso, un numero che se si prolunghera' nei mesi che mancano alla stagione delle piogge (che comincia in dicembre), potrebbe far segnare il peggior anno mai registrato.
Nei parchi e nelle riserve, per esempio, tra gennaio e agosto di quest'anno gli incendi segnalati (spontanei o dolosi) sono aumentati del 43% rispetto allo stesso periodo del 2006. La maggior parte dei focolai e' dolosa, secondo le autorita' locali, ma la gravissima siccita' che colpisce tutto il Brasile ha ulteriormente facilitato il compito dei piromani. Nelle ultime settimane, dieci stati brasiliani hanno registrato livelli di umidita' ai minimi storici, tanto da obbligare il governo a decretarvi lo stato di emergenza. (ANSA) XCN
Nei parchi e nelle riserve, per esempio, tra gennaio e agosto di quest'anno gli incendi segnalati (spontanei o dolosi) sono aumentati del 43% rispetto allo stesso periodo del 2006. La maggior parte dei focolai e' dolosa, secondo le autorita' locali, ma la gravissima siccita' che colpisce tutto il Brasile ha ulteriormente facilitato il compito dei piromani. Nelle ultime settimane, dieci stati brasiliani hanno registrato livelli di umidita' ai minimi storici, tanto da obbligare il governo a decretarvi lo stato di emergenza. (ANSA) XCN
CLIMA: UE STANZIA 50 MLN EURO PER AIUTARE I PAESI POVERI
19/09/07 15:35
(ANSA) - BRUXELLES, 18 SET - Aiutare i Paesi poveri in via di sviluppo a fronteggiare efficacemente le catastrofi naturali causate dai cambiamenti climatici. Questo l'obiettivo della proposta adottata oggi dalla Commissione europea per la creazione di un'alleanza mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici. L'eurogoverno ha deciso di stanziare 50 milioni di euro per il lancio del programma a cui si aggiungono i 300 milioni di euro gia' messi a disposizione per lo stesso periodo per fronteggiare gli effetti dei cambiamenti climatici. Le misure previste da questo nuovo piano strategico spaziano dalla lotta alla desertificazione e alle emissioni di gas serra alla piu' generale prevenzione delle catastrofi naturali. Principali beneficiari saranno i Paesi meno avanzati e i piccoli Stati insulari in via di sviluppo, maggiormente colpiti nel corso degli ultimi anni da catastrofi naturali. ''Con la proposta di dare vita a un'alleanza mondiale si crea una strategia globale, fino a ora assente, per aiutare i Paesi piu' colpiti dalle catastrofi e per sollecitare gli Stati membri a partecipare piu' attivamente agli aiuti'', ha detto nel corso di una conferenza stampa il commissario Ue per lo sviluppo e gli aiuti umanitari, Louis Michel. Da luglio a oggi, la Commissione Ue - attraverso l'ufficio per gli aiuti umanitari (Echo) - ha gia' stanziato 24,5 milioni di euro in favore delle vittime di catastrofi naturali in Colombia, Caraibi, Peru', Kenya, India, Nepal, Bangladesh, Corea del Nord e Sudan. (ANSA). I60-PUC
L’Europa scende dall’auto. L’Italia no
19/09/07 15:25
di Alessandro Farulli
fonte:www.greenreport.it
Nonostante benzina alle stelle, polveri sottili e nanopolveri, aria inquinata, C02, traffico e morti per le strade, la voglia di motori in Italia non diminuisce, e anzi crescerà sempre di più nei prossimi anni in controtendenza rispetto al resto d´Europa. Così è secondo i dati dell’ultima ricerca del Bipe (Repubblica di oggi): il nostro Paese continuerà ad incrementare l’uso delle auto al ritmo dell’1.5 per cento fino al 2015 per quelle a benzina e dello 0.5 per quelle a diesel. Il resto dell’Europa, invece, nello stesso periodo lo diminuirà tra lo 0.5 e il 2 per cento. Previsioni a lungo termine, certo, ma piuttosto verosimili visto il ritmo di vendite delle quattro ruote in Italia. E visto anche il battage pubblicitario senza soluzione di continuità su ogni e qualunque mezzo di informazione.
Proprio oggi l’Istat ci informa tra l’altro che l’indice degli ordinativi ha registrato gli incrementi più consistenti nella produzione di mezzi di trasporto: più 23 per cento (giugno-luglio 2007 rispetto allo stesso periodo del 2006). Vendere auto d’altronde fa crescere il Pil, dà lavoro agli operai (e se protestano perché il contratto è da fame chi se ne frega) e dunque ora che i mezzi in produzione sono molto più ecologici e sempre più lo saranno in futuro «andiamo avanti tranquillamente», come disse il capitano al mozzo di bordo del Titanic.
Una battuta per dire che le cose non sono purtroppo mai semplici e neppure immediate. Se di per sé, infatti, è oltremodo positivo che l’industria dell’auto si ponga il problema dei consumi e delle emissioni, lo sforzo viene vanificato quando l’aumento delle vendite continua a crescere. Perché se non fosse chiaro, un aumento costante dell’1.5% annuo dell’uso delle macchine, significa che c’è un punto e mezzo in più percentuale che va ad aggiungersi alle costanti vendite che sono già – aggiungiamo noi - ambientalmente insostenibili. Quindi, semplificando, se un modello di auto ha la metà delle emissioni delle altre, ma se ne vende un numero pari al doppio non cambia niente e se pari al triplo è peggio di prima. Con buona pace degli euro 4, o euro 5 o futuri 6 e 7.
Perché gli italiani non si frenano nell’acquisto e nell’uso dell´auto? Le spiegazioni del Bipe sono tutte convogliate in una sostanziale mancanza di alternative. E probabilmente anche questo è vero, perché se gli autobus non ci sono o funzionano male, i treni affollati, sporchi e non funzionali alle tratte dei pendolari, se il car sharing è ancora a livello di sperimentazioni (positive) qua e là, se ogni volta che si progetta un’infrastruttura di diversa mobilità rispetto all’auto la si avversa, è chiaro che non ci sia effettivamente molta scelta.
Certo, si possono aumentare i costi dei parcheggi, chiudere i centri storici, far pagare maggiormente o introdurre i ticket per entrare nelle città, ma alla fine queste operazioni devono essere accompagnate da un miglioramento concreto dell’altra mobilità tutta perché altrimenti si darà adito solo ad un maggior conflitto sociale e a ben pochi benefici ambientali. Ed è qui che la riconversione ecologica dell’economia, ovvero secondo il criterio direttore della sostenibilità, prevedrebbe un diverso approccio alla questione. Dove sostanzialmente i dati dell’andamento delle vendite auto dovrebbero essere un indicatore da tenere sotto controllo, incrociandolo con i dati delle malattie cardio-respiratorie, quelli degli incidenti stradali, i rispettivi costi sociali e delle cure e i bilanci delle società che gestiscono il trasporto pubblico. Una contabilità di bilancio, questa, che se portata avanti in modo virtuoso avrebbe come conseguenza quella di migliorare il servizio di trasporto pubblico, una diminuzione degli incidenti e degli ammalati, una diminuzione anche delle vendite di auto (ecologiche o non). Stiamo dunque percorrendo questa strada, che anche l’ultima indagine del Worldwatch institute sulla diminuita capacità delle acque delle mare di assorbire anidride carbonica, in qualche modo ci chiede di fare? Se la risposta è no, è tempo di rimboccarsi le maniche.
fonte:www.greenreport.it
Nonostante benzina alle stelle, polveri sottili e nanopolveri, aria inquinata, C02, traffico e morti per le strade, la voglia di motori in Italia non diminuisce, e anzi crescerà sempre di più nei prossimi anni in controtendenza rispetto al resto d´Europa. Così è secondo i dati dell’ultima ricerca del Bipe (Repubblica di oggi): il nostro Paese continuerà ad incrementare l’uso delle auto al ritmo dell’1.5 per cento fino al 2015 per quelle a benzina e dello 0.5 per quelle a diesel. Il resto dell’Europa, invece, nello stesso periodo lo diminuirà tra lo 0.5 e il 2 per cento. Previsioni a lungo termine, certo, ma piuttosto verosimili visto il ritmo di vendite delle quattro ruote in Italia. E visto anche il battage pubblicitario senza soluzione di continuità su ogni e qualunque mezzo di informazione.
Proprio oggi l’Istat ci informa tra l’altro che l’indice degli ordinativi ha registrato gli incrementi più consistenti nella produzione di mezzi di trasporto: più 23 per cento (giugno-luglio 2007 rispetto allo stesso periodo del 2006). Vendere auto d’altronde fa crescere il Pil, dà lavoro agli operai (e se protestano perché il contratto è da fame chi se ne frega) e dunque ora che i mezzi in produzione sono molto più ecologici e sempre più lo saranno in futuro «andiamo avanti tranquillamente», come disse il capitano al mozzo di bordo del Titanic.
Una battuta per dire che le cose non sono purtroppo mai semplici e neppure immediate. Se di per sé, infatti, è oltremodo positivo che l’industria dell’auto si ponga il problema dei consumi e delle emissioni, lo sforzo viene vanificato quando l’aumento delle vendite continua a crescere. Perché se non fosse chiaro, un aumento costante dell’1.5% annuo dell’uso delle macchine, significa che c’è un punto e mezzo in più percentuale che va ad aggiungersi alle costanti vendite che sono già – aggiungiamo noi - ambientalmente insostenibili. Quindi, semplificando, se un modello di auto ha la metà delle emissioni delle altre, ma se ne vende un numero pari al doppio non cambia niente e se pari al triplo è peggio di prima. Con buona pace degli euro 4, o euro 5 o futuri 6 e 7.
Perché gli italiani non si frenano nell’acquisto e nell’uso dell´auto? Le spiegazioni del Bipe sono tutte convogliate in una sostanziale mancanza di alternative. E probabilmente anche questo è vero, perché se gli autobus non ci sono o funzionano male, i treni affollati, sporchi e non funzionali alle tratte dei pendolari, se il car sharing è ancora a livello di sperimentazioni (positive) qua e là, se ogni volta che si progetta un’infrastruttura di diversa mobilità rispetto all’auto la si avversa, è chiaro che non ci sia effettivamente molta scelta.
Certo, si possono aumentare i costi dei parcheggi, chiudere i centri storici, far pagare maggiormente o introdurre i ticket per entrare nelle città, ma alla fine queste operazioni devono essere accompagnate da un miglioramento concreto dell’altra mobilità tutta perché altrimenti si darà adito solo ad un maggior conflitto sociale e a ben pochi benefici ambientali. Ed è qui che la riconversione ecologica dell’economia, ovvero secondo il criterio direttore della sostenibilità, prevedrebbe un diverso approccio alla questione. Dove sostanzialmente i dati dell’andamento delle vendite auto dovrebbero essere un indicatore da tenere sotto controllo, incrociandolo con i dati delle malattie cardio-respiratorie, quelli degli incidenti stradali, i rispettivi costi sociali e delle cure e i bilanci delle società che gestiscono il trasporto pubblico. Una contabilità di bilancio, questa, che se portata avanti in modo virtuoso avrebbe come conseguenza quella di migliorare il servizio di trasporto pubblico, una diminuzione degli incidenti e degli ammalati, una diminuzione anche delle vendite di auto (ecologiche o non). Stiamo dunque percorrendo questa strada, che anche l’ultima indagine del Worldwatch institute sulla diminuita capacità delle acque delle mare di assorbire anidride carbonica, in qualche modo ci chiede di fare? Se la risposta è no, è tempo di rimboccarsi le maniche.
Gestione rifiuti portuali, l´Ue bacchetta l´Italia
19/09/07 15:25
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
La Commissione europea accusa il governo italiano per l’omessa elaborazione e adozione dei piani di raccolta e di gestione dei rifiuti portuali. Con il ricorso del 2 agosto 2007 alla Corte di giustizia europea, la Commissione denuncia la mancata attuazione della direttiva europea 2000/59 (recepita in Italia con il Dlgs 182/2003) relativa agli impianti portuali di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi e i residui del carico.
Un segmento importante dell’azione comunitaria nel settore dei trasporti marittimi riguarda la riduzione dell’inquinamento dei mari. Questo obiettivo può essere raggiunto – a detta della Comunità - attraverso il rispetto delle convenzioni, dei codici e delle risoluzioni internazionali, mantenendo al contempo la libertà di navigazione (prevista dalla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) e di fornitura dei servizi (prevista dal diritto comunitario).
Una protezione dell’ambiente marino che è possibile conseguire attraverso la riduzione degli scarichi in mare dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico. E tale protezione può essere anche raggiunta migliorando la disponibilità e l’utilizzo di impianti di raccolta e attraverso il regime coercitivo: ovvero adeguati impianti portuali di raccolta dovrebbero essere in grado di soddisfare le esigenze degli utenti, dalle navi mercantili di maggiori dimensioni alle più piccole imbarcazioni da diporto.
Ma trattandosi di una direttiva, l’Unione europea lascia agli Stati membri la facoltà di stabilire gli strumenti di attuazione che meglio si adattano al proprio sistema interno.
L’azione intrapresa a livello comunitario è sicuramente lo strumento più efficiente per garantire norme ambientali comuni applicabili a tutte le navi (a prescindere dalla loro bandiera) e ai porti di tutta la comunità proprio perché l’inquinamento marino ha implicazioni transfrontaliere. L’attuazione richiede però un intervento ulteriore da parte dei singoli Stati. Tanto è vero che il legislatore comunitario lascia agli Stati membri un’ampia libertà quanto all’organizzazione migliore per la raccolta dei rifiuti. Inoltre consente agli Stati di prevedere impianti fissi di raccolta oppure di designare prestatori di servizi incaricati di fornire ai porti unità mobili per la raccolta dei rifiuti quando necessario. E ciò comporta anche l’obbligo di fornire tutti i servizi e/o di adottare le altre disposizioni necessarie per l’uso corretto e/o adeguato degli impianti in questione.
L’Italia quindi sarebbe colpevole di non aver messo in pratica quanto recepito con il decreto 182/2003 che stabilisce precisi obblighi per comandanti di navi, autorità portuali e gestori dell’impianti di raccolta dei rifiuti, al fine di ridurre gli scarichi in mare dei rifiuti prodotti dalle navi. Le regole evidentemente non rispettate riguarderebbero tutti i natanti (tranne le navi militari, quelle possedute e gestite dallo Stato ai fini non commerciali, quelle esercenti servizi di linea) che operano nei porti dello Stato italiano, indipendentemente dalla bandiera di appartenenza.
In teoria il piano di raccolta e di gestione dei rifiuti dovrebbe essere elaborati dalle Autorità portuali per poi essere comunicati alla Regione competente che provvede a valutarlo, approvarlo e a controllarne lo stato d’attuazione.
In pratica i piani dovevano essere elaborati entro un anno dall’entrata in vigore della normativa ossia entro il 7 agosto 2004, ma così non è stato in gran parte dei porti italiani.
fonte:www.greenreport.it
La Commissione europea accusa il governo italiano per l’omessa elaborazione e adozione dei piani di raccolta e di gestione dei rifiuti portuali. Con il ricorso del 2 agosto 2007 alla Corte di giustizia europea, la Commissione denuncia la mancata attuazione della direttiva europea 2000/59 (recepita in Italia con il Dlgs 182/2003) relativa agli impianti portuali di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi e i residui del carico.
Un segmento importante dell’azione comunitaria nel settore dei trasporti marittimi riguarda la riduzione dell’inquinamento dei mari. Questo obiettivo può essere raggiunto – a detta della Comunità - attraverso il rispetto delle convenzioni, dei codici e delle risoluzioni internazionali, mantenendo al contempo la libertà di navigazione (prevista dalla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) e di fornitura dei servizi (prevista dal diritto comunitario).
Una protezione dell’ambiente marino che è possibile conseguire attraverso la riduzione degli scarichi in mare dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico. E tale protezione può essere anche raggiunta migliorando la disponibilità e l’utilizzo di impianti di raccolta e attraverso il regime coercitivo: ovvero adeguati impianti portuali di raccolta dovrebbero essere in grado di soddisfare le esigenze degli utenti, dalle navi mercantili di maggiori dimensioni alle più piccole imbarcazioni da diporto.
Ma trattandosi di una direttiva, l’Unione europea lascia agli Stati membri la facoltà di stabilire gli strumenti di attuazione che meglio si adattano al proprio sistema interno.
L’azione intrapresa a livello comunitario è sicuramente lo strumento più efficiente per garantire norme ambientali comuni applicabili a tutte le navi (a prescindere dalla loro bandiera) e ai porti di tutta la comunità proprio perché l’inquinamento marino ha implicazioni transfrontaliere. L’attuazione richiede però un intervento ulteriore da parte dei singoli Stati. Tanto è vero che il legislatore comunitario lascia agli Stati membri un’ampia libertà quanto all’organizzazione migliore per la raccolta dei rifiuti. Inoltre consente agli Stati di prevedere impianti fissi di raccolta oppure di designare prestatori di servizi incaricati di fornire ai porti unità mobili per la raccolta dei rifiuti quando necessario. E ciò comporta anche l’obbligo di fornire tutti i servizi e/o di adottare le altre disposizioni necessarie per l’uso corretto e/o adeguato degli impianti in questione.
L’Italia quindi sarebbe colpevole di non aver messo in pratica quanto recepito con il decreto 182/2003 che stabilisce precisi obblighi per comandanti di navi, autorità portuali e gestori dell’impianti di raccolta dei rifiuti, al fine di ridurre gli scarichi in mare dei rifiuti prodotti dalle navi. Le regole evidentemente non rispettate riguarderebbero tutti i natanti (tranne le navi militari, quelle possedute e gestite dallo Stato ai fini non commerciali, quelle esercenti servizi di linea) che operano nei porti dello Stato italiano, indipendentemente dalla bandiera di appartenenza.
In teoria il piano di raccolta e di gestione dei rifiuti dovrebbe essere elaborati dalle Autorità portuali per poi essere comunicati alla Regione competente che provvede a valutarlo, approvarlo e a controllarne lo stato d’attuazione.
In pratica i piani dovevano essere elaborati entro un anno dall’entrata in vigore della normativa ossia entro il 7 agosto 2004, ma così non è stato in gran parte dei porti italiani.
Inquino troppo? Vado dal commercialista per contabilizzare le emissioni
19/09/07 15:25
fonte:www.greenreport.it
“Diritti di emissione dei gas serra: aspetti contabili e di bilancio” è il documento approvato dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti (Cndc) in tema di contabilizzazione delle emission trading. Il documento è stato elaborato dalla Commissione nazionale di studio economia e contabilità ambientale al fine di costruire uno strumento di approfondimento e di supporto operativo agli addetti ai lavori: fornisce un quadro sistematico e esaustivo del tema dei diritti di emissione delle imprese e illustra le soluzioni di contabilizzazione più praticabili in conformità con i principi contabili internazionali e nazionali.
Una dimostrazione ulteriore quindi, di quanto siano intimamente intrecciate le questioni economiche a quelle ambientali.
La Comunità europea – tramite la direttiva 2003/87/Ce recepita in Italia con decreto legge 273/2004 poi convertito con la legge 316/04 -ha costituito un sistema comunitario per lo scambio di emissione di gas serra (le così dette emission trading) al fine di ridurre le emissione di Co2 “secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica”. Tale sistema consente dunque, di rispondere agli obblighi del protocollo di Kyoto attraverso l’acquisto dei diritti di emissione.
Prevede infatti, la fissazione di un limite massimo alle emissioni realizzate dalle imprese: ogni impresa ha a disposizione un certo numero di quote che attribuiscono il diritto a immettere in atmosfera una tonnellata di biossido di carbonio nel corso dell’anno di riferimento della stessa quota. La quota viene assegnata alle imprese dei settori industriali con impatto più rilevante attraverso i Piani nazionali soggetti ad approvazione da parte della Commissione europea.
L’adozione della direttiva ha comportato inevitabilmente un impatto economico sulle imprese italiane: i gestori degli impianti sono tenuti a restituire un numero di quote corrispondenti alle emissioni realmente prodotte. Dunque, l’eventuale surplus può essere accantonato o venduto e l’eventuale deficit può essere colmato con l’acquisto di ulteriori quote, pena la sanzione.
Ma i riflessi della normativa non si fermano qui: gli effetti delle disposizioni coinvolgono anche il profilo della realizzazione contabile e del bilancio dell’impresa.
Il sistema europeo del resto ha sollevato non poche problematiche legate alla corretta qualificazione civilistica, contabile e fiscale delle quote di emissione.
A livello europeo tale incertezza si è concretizzata nel ritiro, da parte dell’International accounting standards board (Iasb), dell’Ifric 3. Con tale documento l’organismo aveva fornito la propria interpretazione circa la natura delle dinamiche interessate dal mercato dei diritti permissivi e delle quote nell’ambito dell’emissioni secondo i principi contabili internazionali. L’ European financial reporting advisory group (Efrag) invece, aveva raccomandato di non adottare l’interpretazione in quanto non coerente con una rappresentazione fedele della realtà economica del contesto di riferimento.
A oggi dunque, i principi applicabili nel settore delle emissioni rimangono quelli generali sulla contabilità internazionale adottati anche in Italia.
Il dlgs 38/2005 ha previsto per le società con titoli quotati la possibilità - relativamente all’esercizio 2005 - e l’obbligo - relativamente all’esercizio 2006 - di redigere il bilancio individuale nel rispetto dei principi contabili internazionali (Ias/Ifrs). Tali principi garantiscono il trasferimento di informazione di importante livello qualitativo a carattere sia contabile sia finanziario, attraverso la redazione di bilanci comprensibili a tutti.
Ecco dunque che il Cndc individua due distinte metodologie alternative per il rilevamento e la contabilizzazione dei fenomeni di assegnazione, utilizzo ed acquisto dei diritti di emissione: il metodo lordo e il metodo netto.
Il primo considera l’assegnazione dei diritti di emissione come un contributo pubblico e i diritti come attività immateriale; mentre il secondo prevede l’iscrizione dell’eventuale eccedenza di emissione come costo sulla base del prezzo di mercato rilevando all’attivo solo i diritti acquisiti a titolo oneroso.
L’intervento del Cndc sulla base dei principi contabili internazionali è significativo: ha dimostrato che ormai la “globalizzazione contabile è una realtà” e che i principi contabili nazionali sono destinati a essere progressivamente sostituiti da una serie di principi e norme riconosciute a livello internazionale. Non solo, ha dimostrato come documenti interpretativi della legge siano destinati ad assumere il carattere di forza di legge. Attraverso tale meccanismo la sostenibilità ambientale entra nelle maglie dell’economia: il calcolo dei costi ambientali (naturalmente di quelli quantificabili economicamente e che hanno un loro mercato come le quote di emissione) nel documento di bilancio diventa strumento di connubio fra economia e ambiente.
Il bilancio è lo strumento interpretativo non sostituibile nel processo decisionale di tipo economico dunque, può essere un mezzo appropriato per orientare l’economia verso la sostenibilità.
“Diritti di emissione dei gas serra: aspetti contabili e di bilancio” è il documento approvato dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti (Cndc) in tema di contabilizzazione delle emission trading. Il documento è stato elaborato dalla Commissione nazionale di studio economia e contabilità ambientale al fine di costruire uno strumento di approfondimento e di supporto operativo agli addetti ai lavori: fornisce un quadro sistematico e esaustivo del tema dei diritti di emissione delle imprese e illustra le soluzioni di contabilizzazione più praticabili in conformità con i principi contabili internazionali e nazionali.
Una dimostrazione ulteriore quindi, di quanto siano intimamente intrecciate le questioni economiche a quelle ambientali.
La Comunità europea – tramite la direttiva 2003/87/Ce recepita in Italia con decreto legge 273/2004 poi convertito con la legge 316/04 -ha costituito un sistema comunitario per lo scambio di emissione di gas serra (le così dette emission trading) al fine di ridurre le emissione di Co2 “secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica”. Tale sistema consente dunque, di rispondere agli obblighi del protocollo di Kyoto attraverso l’acquisto dei diritti di emissione.
Prevede infatti, la fissazione di un limite massimo alle emissioni realizzate dalle imprese: ogni impresa ha a disposizione un certo numero di quote che attribuiscono il diritto a immettere in atmosfera una tonnellata di biossido di carbonio nel corso dell’anno di riferimento della stessa quota. La quota viene assegnata alle imprese dei settori industriali con impatto più rilevante attraverso i Piani nazionali soggetti ad approvazione da parte della Commissione europea.
L’adozione della direttiva ha comportato inevitabilmente un impatto economico sulle imprese italiane: i gestori degli impianti sono tenuti a restituire un numero di quote corrispondenti alle emissioni realmente prodotte. Dunque, l’eventuale surplus può essere accantonato o venduto e l’eventuale deficit può essere colmato con l’acquisto di ulteriori quote, pena la sanzione.
Ma i riflessi della normativa non si fermano qui: gli effetti delle disposizioni coinvolgono anche il profilo della realizzazione contabile e del bilancio dell’impresa.
Il sistema europeo del resto ha sollevato non poche problematiche legate alla corretta qualificazione civilistica, contabile e fiscale delle quote di emissione.
A livello europeo tale incertezza si è concretizzata nel ritiro, da parte dell’International accounting standards board (Iasb), dell’Ifric 3. Con tale documento l’organismo aveva fornito la propria interpretazione circa la natura delle dinamiche interessate dal mercato dei diritti permissivi e delle quote nell’ambito dell’emissioni secondo i principi contabili internazionali. L’ European financial reporting advisory group (Efrag) invece, aveva raccomandato di non adottare l’interpretazione in quanto non coerente con una rappresentazione fedele della realtà economica del contesto di riferimento.
A oggi dunque, i principi applicabili nel settore delle emissioni rimangono quelli generali sulla contabilità internazionale adottati anche in Italia.
Il dlgs 38/2005 ha previsto per le società con titoli quotati la possibilità - relativamente all’esercizio 2005 - e l’obbligo - relativamente all’esercizio 2006 - di redigere il bilancio individuale nel rispetto dei principi contabili internazionali (Ias/Ifrs). Tali principi garantiscono il trasferimento di informazione di importante livello qualitativo a carattere sia contabile sia finanziario, attraverso la redazione di bilanci comprensibili a tutti.
Ecco dunque che il Cndc individua due distinte metodologie alternative per il rilevamento e la contabilizzazione dei fenomeni di assegnazione, utilizzo ed acquisto dei diritti di emissione: il metodo lordo e il metodo netto.
Il primo considera l’assegnazione dei diritti di emissione come un contributo pubblico e i diritti come attività immateriale; mentre il secondo prevede l’iscrizione dell’eventuale eccedenza di emissione come costo sulla base del prezzo di mercato rilevando all’attivo solo i diritti acquisiti a titolo oneroso.
L’intervento del Cndc sulla base dei principi contabili internazionali è significativo: ha dimostrato che ormai la “globalizzazione contabile è una realtà” e che i principi contabili nazionali sono destinati a essere progressivamente sostituiti da una serie di principi e norme riconosciute a livello internazionale. Non solo, ha dimostrato come documenti interpretativi della legge siano destinati ad assumere il carattere di forza di legge. Attraverso tale meccanismo la sostenibilità ambientale entra nelle maglie dell’economia: il calcolo dei costi ambientali (naturalmente di quelli quantificabili economicamente e che hanno un loro mercato come le quote di emissione) nel documento di bilancio diventa strumento di connubio fra economia e ambiente.
Il bilancio è lo strumento interpretativo non sostituibile nel processo decisionale di tipo economico dunque, può essere un mezzo appropriato per orientare l’economia verso la sostenibilità.
Pannelli solari, per la detrazione serve la certificazione
19/09/07 15:25
fonte:www.geenreport.it
L’Agenzia delle Entrate risponde con una risoluzione dell’11 settembre 2007 ad alcuni quesiti in tema di detrazione del 55% per gli interventi di risparmio energetico, come l’installazione di pannelli solari destinati alla produzione di acqua calda e la tempistica per la presentazione della domanda.
Secondo l’Agenzia non è detraibile l’istallazione di pannelli solari con certificazione di qualità non conforme alle norme Uni 12975, e i certificati devono essere rilasciati da un laboratorio accreditato e i panelli devono essere coperti da una garanzia di almeno cinque anni.
Per i pannelli solari realizzati in autocostruzione in alternativa alla certificazione secondo le norme Uni12975, potrà essere prodotta la certificazione di qualità del vetro solare e delle strisce assorbenti secondo le norme Uni vigenti. Il documento però, dovrà essere rilasciato comunque da un laboratorio certificato, e dovrà essere riprodotto l’attestato di partecipazione ad uno specifico corso di formazione da parte del soggetto beneficiario al momento della domanda per la detrazione
Il terzo quesito posto all’Agenzia riguarda la tempistica per l’invio della documentazione all’Enea. Occorre trasmettere la copia dell’attestato di certificazione energetica (ovvero, in alternativa, di qualificazione energetica prodotto da un tecnico abilitato) e la scheda informativa relativa agli interventi realizzati, entro 60 giorni dalla fine dei lavori. Il giorno a partire dal quale decorrono i 60 giorni è il c.d. “collaudo” dei lavori, a prescindere dal momento (o momenti) di effettuazione dei pagamenti.
Che la legge sulla certificazione energetica degli edifici sia in vigore dal 2 febbraio scorso ormai è cosa risaputa, ma che ancora vi sia tanta confusione, poca chiarezza e mancanza di linee guida nazionali unitarie per l’applicazione forse lo è un poco meno.
Sicuramente è chiaro a chi ha cercato di seguire i parametri della normativa per il risparmio energetico ovvero per il singolo cittadino che ha voluto installare un impianto di generatori di calore a norma o pannelli solari per la produzione di acqua calda.
La normativa di riferimento- fra l’altro di derivazione comunitaria -è il Dlgs 192/2005 (così come modificato dal Dlgs 311/06). Ha la finalità di individuare i criteri, le condizioni e le modalità per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici, contribuire al conseguimento degli obiettivi posti dal protocollo di Kyoto e promuovere lo sviluppo di tecnologie ecocompatibili.
Fra le varie disposizioni il decreto prevede l’adozione di criteri generali, di metodologie di calcolo e requisiti della prestazione energetica degli edificiattraverso l’emanazione di appositi decreti del Presidente della Repubblica e di specifiche linee guida per il conseguimento della certificazione energetica. Le linee guida nazionali definiscono, secondo il legislatore, le prestazioni oggetto di certificazione, stabiliscono il sistema di classificazione, le metodologie di calcolo, il sistema di accreditamento e le procedure di rilascio del certificato.
E l’attestato di certificazione energetica dell’edificio è necessario per accedere agli incentivi ed alle agevolazioni di qualsiasi natura (sgravi fiscali o contributi pubblici) finalizzati al miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici o degli impianti ed è obbligatorio nel momento in cui vengono immessi nel mercato immobiliare.
Ma in mancanza di un intervento nazionale alcune regioni – vedi la Lombardia che con delibera della giunta regionale ha regolato la materia – hanno cercato di ovviare alla lacuna legislativa varando propri regolamenti o proprie disposizioni. Il risultato però non è sempre quello auspicato: disposizioni regionali e nazionali contraddittorie e non coincidenti nei tempi di attuazione hanno complicato le cose più che facilitarle.
Alla stratificazione normativa si aggiunge poi la altrettanta caotica interpretazione degli enti di controllo e gli enti certificatori. E di fronte a tutto ciò il cittadino ben intenzionato, non solo viene ostacolato, ma forse anche disincentivato e demoralizzato.
E allora che fare?
Intanto rivolgersi agli enti competenti e chiedere delucidazioni su come comportarsi e magari anche facendo domande puntuali alla Agenzia delle entrate.
L’Agenzia delle Entrate risponde con una risoluzione dell’11 settembre 2007 ad alcuni quesiti in tema di detrazione del 55% per gli interventi di risparmio energetico, come l’installazione di pannelli solari destinati alla produzione di acqua calda e la tempistica per la presentazione della domanda.
Secondo l’Agenzia non è detraibile l’istallazione di pannelli solari con certificazione di qualità non conforme alle norme Uni 12975, e i certificati devono essere rilasciati da un laboratorio accreditato e i panelli devono essere coperti da una garanzia di almeno cinque anni.
Per i pannelli solari realizzati in autocostruzione in alternativa alla certificazione secondo le norme Uni12975, potrà essere prodotta la certificazione di qualità del vetro solare e delle strisce assorbenti secondo le norme Uni vigenti. Il documento però, dovrà essere rilasciato comunque da un laboratorio certificato, e dovrà essere riprodotto l’attestato di partecipazione ad uno specifico corso di formazione da parte del soggetto beneficiario al momento della domanda per la detrazione
Il terzo quesito posto all’Agenzia riguarda la tempistica per l’invio della documentazione all’Enea. Occorre trasmettere la copia dell’attestato di certificazione energetica (ovvero, in alternativa, di qualificazione energetica prodotto da un tecnico abilitato) e la scheda informativa relativa agli interventi realizzati, entro 60 giorni dalla fine dei lavori. Il giorno a partire dal quale decorrono i 60 giorni è il c.d. “collaudo” dei lavori, a prescindere dal momento (o momenti) di effettuazione dei pagamenti.
Che la legge sulla certificazione energetica degli edifici sia in vigore dal 2 febbraio scorso ormai è cosa risaputa, ma che ancora vi sia tanta confusione, poca chiarezza e mancanza di linee guida nazionali unitarie per l’applicazione forse lo è un poco meno.
Sicuramente è chiaro a chi ha cercato di seguire i parametri della normativa per il risparmio energetico ovvero per il singolo cittadino che ha voluto installare un impianto di generatori di calore a norma o pannelli solari per la produzione di acqua calda.
La normativa di riferimento- fra l’altro di derivazione comunitaria -è il Dlgs 192/2005 (così come modificato dal Dlgs 311/06). Ha la finalità di individuare i criteri, le condizioni e le modalità per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici, contribuire al conseguimento degli obiettivi posti dal protocollo di Kyoto e promuovere lo sviluppo di tecnologie ecocompatibili.
Fra le varie disposizioni il decreto prevede l’adozione di criteri generali, di metodologie di calcolo e requisiti della prestazione energetica degli edificiattraverso l’emanazione di appositi decreti del Presidente della Repubblica e di specifiche linee guida per il conseguimento della certificazione energetica. Le linee guida nazionali definiscono, secondo il legislatore, le prestazioni oggetto di certificazione, stabiliscono il sistema di classificazione, le metodologie di calcolo, il sistema di accreditamento e le procedure di rilascio del certificato.
E l’attestato di certificazione energetica dell’edificio è necessario per accedere agli incentivi ed alle agevolazioni di qualsiasi natura (sgravi fiscali o contributi pubblici) finalizzati al miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici o degli impianti ed è obbligatorio nel momento in cui vengono immessi nel mercato immobiliare.
Ma in mancanza di un intervento nazionale alcune regioni – vedi la Lombardia che con delibera della giunta regionale ha regolato la materia – hanno cercato di ovviare alla lacuna legislativa varando propri regolamenti o proprie disposizioni. Il risultato però non è sempre quello auspicato: disposizioni regionali e nazionali contraddittorie e non coincidenti nei tempi di attuazione hanno complicato le cose più che facilitarle.
Alla stratificazione normativa si aggiunge poi la altrettanta caotica interpretazione degli enti di controllo e gli enti certificatori. E di fronte a tutto ciò il cittadino ben intenzionato, non solo viene ostacolato, ma forse anche disincentivato e demoralizzato.
E allora che fare?
Intanto rivolgersi agli enti competenti e chiedere delucidazioni su come comportarsi e magari anche facendo domande puntuali alla Agenzia delle entrate.
Luci e ombre della Conferenza sul clima
19/09/07 15:25
di Pietro Greco
fonte:www.greenreport.it
La Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici 2007, organizzata a Roma dal Ministero dell’Ambiente nei giorni 12 e 13 settembre scorsi, costituisce un significativo passo avanti dell’Italia nella lotta all’inasprimento dell’effetto serra e all’aumento della temperatura media del pianeta.
Con questa Conferenza, e con il piano di azione in 13 punti che essa ha proposto, il nostro paese sia avvia sia a dare concreta attuazione alla «strategia di mitigazione» sia ad inaugurare una «strategia di adattamento» ai cambiamenti climatici.
La «strategia di mitigazione» consiste, in buona sostanza, nel diminuire le emissioni antropiche di gas serra ed è chiaramente definita dai vincoli internazionali (il Protocollo di Kyoto e la decisione unilaterale dell’Unione europea di tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 rispetto ai livelli di riferimento del 1990). La Conferenza del 12 e 13 settembre consente all’Italia di accelerare il passaggio dall’adesione formale al rispetto sostanziale dei vincoli internazionali cui è tenuta. Non è cosa da poco.
La «strategia di adattamento» nasce da un fatto: la temperatura media del pianeta continuerà ad aumentare nei prossimi anni. Se anche oggi azzerassimo le emissioni antropiche globali di carbonio, la temperatura salirebbe almeno di 1 o 1,5 gradi. Se l’umanità riuscirà, con un’efficace politica di mitigazione, a contenere l’aumento dei gas serra in atmosfera entro il doppio rispetto all’epoca pre-industriale, avremo un aumento di almeno altri 2 gradi della temperatura. Un cambiamento significativo, che avrà effetti sulla salute dell’uomo, sulle dinamiche degli ecosistemi, sulla società e sull’economia. Conviene pertanto adattarsi a questo mutamento. E finalmente l’Italia, dopo molti (troppi) anni di spensieratezza, inizia a costruire il suo futuro in un clima più caldo. Il paese cessa di essere una cicala e diventa una formica ambientale. Ancora una volta, non è cosa da poco.
La Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici 2007, tuttavia, non deve renderci del tutto soddisfatti. Molti sono i problemi ancora da risolvere. Ne vogliamo segnalare uno in particolare: la compattezza (metodologica) della comunità scientifica. Le critiche polemiche che alcuni scienziati – tra cui Franco Prodi, il fratello del Presidente del Consiglio – hanno rivolto alla Conferenza, dimostrano che questa compattezza in Italia ancora non c’è e che la Conferenza non ha aiutato a realizzarla.
Non entriamo nel merito delle critiche. Ma nel discorso sul metodo sì. La scienza è essenziale nella politica del clima. Tutti i paesi che hanno deciso di adottare una «strategia dell’adattamento» hanno collocato al primo posto dei loro piani d’azione la ricerca scientifica. Dobbiamo saperne di più, per meglio indirizzare i nostri sforzi. E proprio perchè l’impegno è enorme, occorre che tutta la comunità scientifica sia e si senta coinvolta. Nel pieno rispetto della sua autonomia.
Il che significa dialogare con l’intera comunità scientifica e darle la possibilità concreta di fare ricerca a 360 gradi. Accettando che vengano battute anche piste scomode. E accettando, ovviamente, anche risultati scomodi. Un esempio per tutti: il nucleare di IV generazione. Occorre che l’Italia, come ha deciso il Governo, partecipi agli sforzi di ricerca di un “nuovo nucleare” intrinsecamente sicuro e che non produce scorie. E attendere, laicamente, i risultati della ricerca (che arriveranno fra non meno di una ventina di anni). Se poi la ricerca dimostrerà che i benefici saranno superiori ai costi, utilizzeremo anche le tecnologie nucleari. Se invece la ricerca dimostrerà che i costi continuano a essere superiori ai benefici, continueremo a non utilizzarle.
fonte:www.greenreport.it
La Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici 2007, organizzata a Roma dal Ministero dell’Ambiente nei giorni 12 e 13 settembre scorsi, costituisce un significativo passo avanti dell’Italia nella lotta all’inasprimento dell’effetto serra e all’aumento della temperatura media del pianeta.
Con questa Conferenza, e con il piano di azione in 13 punti che essa ha proposto, il nostro paese sia avvia sia a dare concreta attuazione alla «strategia di mitigazione» sia ad inaugurare una «strategia di adattamento» ai cambiamenti climatici.
La «strategia di mitigazione» consiste, in buona sostanza, nel diminuire le emissioni antropiche di gas serra ed è chiaramente definita dai vincoli internazionali (il Protocollo di Kyoto e la decisione unilaterale dell’Unione europea di tagliare le proprie emissioni del 20% entro il 2020 rispetto ai livelli di riferimento del 1990). La Conferenza del 12 e 13 settembre consente all’Italia di accelerare il passaggio dall’adesione formale al rispetto sostanziale dei vincoli internazionali cui è tenuta. Non è cosa da poco.
La «strategia di adattamento» nasce da un fatto: la temperatura media del pianeta continuerà ad aumentare nei prossimi anni. Se anche oggi azzerassimo le emissioni antropiche globali di carbonio, la temperatura salirebbe almeno di 1 o 1,5 gradi. Se l’umanità riuscirà, con un’efficace politica di mitigazione, a contenere l’aumento dei gas serra in atmosfera entro il doppio rispetto all’epoca pre-industriale, avremo un aumento di almeno altri 2 gradi della temperatura. Un cambiamento significativo, che avrà effetti sulla salute dell’uomo, sulle dinamiche degli ecosistemi, sulla società e sull’economia. Conviene pertanto adattarsi a questo mutamento. E finalmente l’Italia, dopo molti (troppi) anni di spensieratezza, inizia a costruire il suo futuro in un clima più caldo. Il paese cessa di essere una cicala e diventa una formica ambientale. Ancora una volta, non è cosa da poco.
La Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici 2007, tuttavia, non deve renderci del tutto soddisfatti. Molti sono i problemi ancora da risolvere. Ne vogliamo segnalare uno in particolare: la compattezza (metodologica) della comunità scientifica. Le critiche polemiche che alcuni scienziati – tra cui Franco Prodi, il fratello del Presidente del Consiglio – hanno rivolto alla Conferenza, dimostrano che questa compattezza in Italia ancora non c’è e che la Conferenza non ha aiutato a realizzarla.
Non entriamo nel merito delle critiche. Ma nel discorso sul metodo sì. La scienza è essenziale nella politica del clima. Tutti i paesi che hanno deciso di adottare una «strategia dell’adattamento» hanno collocato al primo posto dei loro piani d’azione la ricerca scientifica. Dobbiamo saperne di più, per meglio indirizzare i nostri sforzi. E proprio perchè l’impegno è enorme, occorre che tutta la comunità scientifica sia e si senta coinvolta. Nel pieno rispetto della sua autonomia.
Il che significa dialogare con l’intera comunità scientifica e darle la possibilità concreta di fare ricerca a 360 gradi. Accettando che vengano battute anche piste scomode. E accettando, ovviamente, anche risultati scomodi. Un esempio per tutti: il nucleare di IV generazione. Occorre che l’Italia, come ha deciso il Governo, partecipi agli sforzi di ricerca di un “nuovo nucleare” intrinsecamente sicuro e che non produce scorie. E attendere, laicamente, i risultati della ricerca (che arriveranno fra non meno di una ventina di anni). Se poi la ricerca dimostrerà che i benefici saranno superiori ai costi, utilizzeremo anche le tecnologie nucleari. Se invece la ricerca dimostrerà che i costi continuano a essere superiori ai benefici, continueremo a non utilizzarle.
In rete l´elenco di chi può vendere energia nel mercato libero
19/09/07 15:25
fonte:www.greenreport.it
In attesa della concreta liberalizzazione del mercato domestico dell’energia elettrica, l’authority competente ha varato il nuovo strumento informativo per promuovere la concorrenza e tutelare i consumatori. Da pochi giorni infatti è on line l’elenco aggiornato dei venditori qualificati di energia elettrica, che attualmente contiene 38 imprese.
Per ciascun venditore iscritto, l’elenco riporta oltre i dati anagrafici dell’impresa e i riferimenti utili per contattarle, anche l’indicazione delle aree territoriali in cui il venditore svolge o intende svolgere la propria attività; l’indicazione delle tre tipologie di clienti serviti, distinguendo fra clienti domestici, altri clienti in bassa tensione e ogni altra clientela finale; la data di costituzione della società, quella in cui ha avuto inizio l’attività di vendita e quella in cui il venditore è stato iscritto all’elenco.
L’adesione se pur volontaria e richiedibile in qualsiasi momento, è condizionata dal possesso di determinati requisiti di affidabilità e la loro perdita comporta la cancellazione. Per poter essere iscritti i venditori devono infatti, essere costituiti in forma di società di capitali, società consortili, società cooperative, consorzi con attività esterna; aver sottoposto a controllo contabile gli ultimi due bilanci approvati e in attesa della pubblicazione da parte della Banca d’Italia dell’elenco delle agenzie esterne di valutazione del merito di credito (Ecai) riconosciute, presentare: un giudizio di rating – ossia il risultato della valutazione riguardo la “salute finanziaria” delle imprese - rilasciato da primari organismi internazionali, oppure una dichiarazione di affidamento da parte di una società controllante, a sua volta in possesso di un giudizio di rating o una dichiarazione di affidabilità da parte un primario istituto di credito.
Con la disponibilità dell’elenco Aeeg cerca di contribuire alla riduzione del rischio di attività promozionali non conformi ai criteri di qualità e di corretto comportamento commerciale e cerca di fornire uno strumento informativo adeguato ai consumatori garantendo la conoscenza delle aziende che operano nel mercato libero come venditori.
Come ormai è noto dal 1 luglio 2007 gli italiani possono (per ora però solo in teoria) scegliere il proprio venditore di energia elettrica come già avviene fin dal 2003 per il gas e come già possono fare oltre 7 milioni di consumatori con partita Iva.
I consumatori domestici di energia elettrica saranno realmente liberi di scegliere il proprio fornitore e scegliere il migliore offerente nei prossimi mesi: in un mercato libero dell’energia, senza più monopolio, i cittadini potranno infatti scegliere fra i prezzi migliori, ma potranno anche orientarsi verso fornitori che propongono energia elettrica da fonti rinnovabili.
L’offerta di energia rinnovabile già proposta sul mercato per i consumatori non domestici, è opportunamente garantita da un apposito sistema di certificazione dell’origine di tale energia grazie al quale i consumatori potranno testare la provenienza.
E grazie all’elenco dell’Aeeg adesso potranno conoscere le aziende e avere maggiori informazioni sulle loro attività.
Una fra le 38 dell’elenco è per esempio la La 220 certificata Recs (sistema di certificazione europea delle fonti rinnovabili) nata con lo scopo di fornire elettricità da fonti rinnovabili alla piccola e media impresa e all’utenza domestica. La sua caratteristica fondamentale è quella di approfondire gli aspetti economici ed ecologici dell’offerta energetica, attraverso precisi standard di rispetto del consumatore e dell’ambiente. Per questo scopo La 220 ha scelto di lasciarsi vigilare da un’associazione ambientalista come Legambiente e da un’associazione di difesa del consumatore come Adoc (Associazione nazionale per la difesa e l’orientamento dei consumatori).
In attesa della concreta liberalizzazione del mercato domestico dell’energia elettrica, l’authority competente ha varato il nuovo strumento informativo per promuovere la concorrenza e tutelare i consumatori. Da pochi giorni infatti è on line l’elenco aggiornato dei venditori qualificati di energia elettrica, che attualmente contiene 38 imprese.
Per ciascun venditore iscritto, l’elenco riporta oltre i dati anagrafici dell’impresa e i riferimenti utili per contattarle, anche l’indicazione delle aree territoriali in cui il venditore svolge o intende svolgere la propria attività; l’indicazione delle tre tipologie di clienti serviti, distinguendo fra clienti domestici, altri clienti in bassa tensione e ogni altra clientela finale; la data di costituzione della società, quella in cui ha avuto inizio l’attività di vendita e quella in cui il venditore è stato iscritto all’elenco.
L’adesione se pur volontaria e richiedibile in qualsiasi momento, è condizionata dal possesso di determinati requisiti di affidabilità e la loro perdita comporta la cancellazione. Per poter essere iscritti i venditori devono infatti, essere costituiti in forma di società di capitali, società consortili, società cooperative, consorzi con attività esterna; aver sottoposto a controllo contabile gli ultimi due bilanci approvati e in attesa della pubblicazione da parte della Banca d’Italia dell’elenco delle agenzie esterne di valutazione del merito di credito (Ecai) riconosciute, presentare: un giudizio di rating – ossia il risultato della valutazione riguardo la “salute finanziaria” delle imprese - rilasciato da primari organismi internazionali, oppure una dichiarazione di affidamento da parte di una società controllante, a sua volta in possesso di un giudizio di rating o una dichiarazione di affidabilità da parte un primario istituto di credito.
Con la disponibilità dell’elenco Aeeg cerca di contribuire alla riduzione del rischio di attività promozionali non conformi ai criteri di qualità e di corretto comportamento commerciale e cerca di fornire uno strumento informativo adeguato ai consumatori garantendo la conoscenza delle aziende che operano nel mercato libero come venditori.
Come ormai è noto dal 1 luglio 2007 gli italiani possono (per ora però solo in teoria) scegliere il proprio venditore di energia elettrica come già avviene fin dal 2003 per il gas e come già possono fare oltre 7 milioni di consumatori con partita Iva.
I consumatori domestici di energia elettrica saranno realmente liberi di scegliere il proprio fornitore e scegliere il migliore offerente nei prossimi mesi: in un mercato libero dell’energia, senza più monopolio, i cittadini potranno infatti scegliere fra i prezzi migliori, ma potranno anche orientarsi verso fornitori che propongono energia elettrica da fonti rinnovabili.
L’offerta di energia rinnovabile già proposta sul mercato per i consumatori non domestici, è opportunamente garantita da un apposito sistema di certificazione dell’origine di tale energia grazie al quale i consumatori potranno testare la provenienza.
E grazie all’elenco dell’Aeeg adesso potranno conoscere le aziende e avere maggiori informazioni sulle loro attività.
Una fra le 38 dell’elenco è per esempio la La 220 certificata Recs (sistema di certificazione europea delle fonti rinnovabili) nata con lo scopo di fornire elettricità da fonti rinnovabili alla piccola e media impresa e all’utenza domestica. La sua caratteristica fondamentale è quella di approfondire gli aspetti economici ed ecologici dell’offerta energetica, attraverso precisi standard di rispetto del consumatore e dell’ambiente. Per questo scopo La 220 ha scelto di lasciarsi vigilare da un’associazione ambientalista come Legambiente e da un’associazione di difesa del consumatore come Adoc (Associazione nazionale per la difesa e l’orientamento dei consumatori).
Nube tossica notturna a Taranto. Decine di persone ricoverate in ospedale. La situazione industriale è fuori controllo. Il raddoppio ENI a Taranto è un incremento del rischio
19/09/07 15:25
Fonte: PEACELINK http://www.peacelink.it
No, no, assolutamente no: l’ENI non può raddoppiare gli impianti a Taranto. La nube inquinante che ha portato in ospedale più di 40 cittadini non lascia spazio a incertezze.
Siamo in presenza non di una semplice “puzza” ma di qualcosa di ben più serio.
L’odore acre si è avvertito non solo nelle vicinanze dello stabilimento Agip/ENI ma anche nel quartiere Italia Montegranaro, Salinella e Taranto Due. Irritazione agli occhi, mal di testa, nausea e anche malori, questi i sintomi di una notte che non va per nulla dimenticata sebbene vi siano state nei mesi scorsi altre fuge di gas. E’ una notte invece da ricordare perché una parte della città ha capito di essere stata abbandonata senza informazioni. In piena notte infatti è stato preso d’assalto il centralino dei Vigili del Fuoco che non hanno saputo dare alcuna spiegazione certa. La situazione è fuori controllo. Ecco perché diciamo nuovamente NO al raddoppio dell’Eni a Taranto.
Prima di parlare di raddoppi occorre parlare di sicurezza e di controllo degli inquinanti. Il raddoppio dell’ENI, su cui l’Arpa Puglia ha scritto una relazione molto severa, non porta un sostanziale aumento dei posti di lavoro (gli impianti sono automatizzati). Il raddoppio degli impianti Agip/ENI porta invece forti dubbi e interrogativi ulteriori su come la nostra città possa sostenere questo ulteriore carico.
PeaceLink si è attivata in passato chiedendo alla precedente giunta regionale - con un formale raccomandata con ricevuta di ritorno - i dati delle centraline di monitoraggio perimetrale dell’ENI. Questi dati non ci sono mai stati comunicati. Eppure sono proprio le centraline perimetrali di monitoraggio dello stabilimento Agip/ENI che ci consentirebbero di individuare la provenienza e la composizione chimica delle nubi “misteriose” che si sprigionano nell’area industriale. Nei giorni scorsi, prima che si spigionasse questa nube tossica, abbiamo nuovamente chiesto all’Arpa Puglia che vengano rilevati e resi pubblici i dati delle centraline perimetrali dell’Agip/ENI e anche quelli dell’Ilva in modo da avere il quadro della situazione.
PeaceLink rinnova con maggiore convinzione questa richiesta di pubblicizzazione dei dati di monitoraggio Agip/ENI alla luce della nube tossica che ha scombussolata mezza città.
Confidiamo nell’Arpa che costituisce l’unico riferimento certo in un territorio da Far West.
Invitiamo i cittadini a collegarsi al sito www.arpa.puglia.it e a segnalare all’Arpa Puglia tutti gli elementi informativi che possano servire ad individuare le fonti inquinanti. Invitiamo i cittadini a formare comitati e gruppi di pressione spontanei perché i politici della “casta” non solo hanno dimenticato il cuore ma hanno perso anche il naso: non avvertono più neanche la puzza del gas. Se qualcosa perviene alle loro vie olfattive è semmai l’inebriante profumo dei soldi. Alessandro Marescotti - Presidente di PeaceLink
No, no, assolutamente no: l’ENI non può raddoppiare gli impianti a Taranto. La nube inquinante che ha portato in ospedale più di 40 cittadini non lascia spazio a incertezze.
Siamo in presenza non di una semplice “puzza” ma di qualcosa di ben più serio.
L’odore acre si è avvertito non solo nelle vicinanze dello stabilimento Agip/ENI ma anche nel quartiere Italia Montegranaro, Salinella e Taranto Due. Irritazione agli occhi, mal di testa, nausea e anche malori, questi i sintomi di una notte che non va per nulla dimenticata sebbene vi siano state nei mesi scorsi altre fuge di gas. E’ una notte invece da ricordare perché una parte della città ha capito di essere stata abbandonata senza informazioni. In piena notte infatti è stato preso d’assalto il centralino dei Vigili del Fuoco che non hanno saputo dare alcuna spiegazione certa. La situazione è fuori controllo. Ecco perché diciamo nuovamente NO al raddoppio dell’Eni a Taranto.
Prima di parlare di raddoppi occorre parlare di sicurezza e di controllo degli inquinanti. Il raddoppio dell’ENI, su cui l’Arpa Puglia ha scritto una relazione molto severa, non porta un sostanziale aumento dei posti di lavoro (gli impianti sono automatizzati). Il raddoppio degli impianti Agip/ENI porta invece forti dubbi e interrogativi ulteriori su come la nostra città possa sostenere questo ulteriore carico.
PeaceLink si è attivata in passato chiedendo alla precedente giunta regionale - con un formale raccomandata con ricevuta di ritorno - i dati delle centraline di monitoraggio perimetrale dell’ENI. Questi dati non ci sono mai stati comunicati. Eppure sono proprio le centraline perimetrali di monitoraggio dello stabilimento Agip/ENI che ci consentirebbero di individuare la provenienza e la composizione chimica delle nubi “misteriose” che si sprigionano nell’area industriale. Nei giorni scorsi, prima che si spigionasse questa nube tossica, abbiamo nuovamente chiesto all’Arpa Puglia che vengano rilevati e resi pubblici i dati delle centraline perimetrali dell’Agip/ENI e anche quelli dell’Ilva in modo da avere il quadro della situazione.
PeaceLink rinnova con maggiore convinzione questa richiesta di pubblicizzazione dei dati di monitoraggio Agip/ENI alla luce della nube tossica che ha scombussolata mezza città.
Confidiamo nell’Arpa che costituisce l’unico riferimento certo in un territorio da Far West.
Invitiamo i cittadini a collegarsi al sito www.arpa.puglia.it e a segnalare all’Arpa Puglia tutti gli elementi informativi che possano servire ad individuare le fonti inquinanti. Invitiamo i cittadini a formare comitati e gruppi di pressione spontanei perché i politici della “casta” non solo hanno dimenticato il cuore ma hanno perso anche il naso: non avvertono più neanche la puzza del gas. Se qualcosa perviene alle loro vie olfattive è semmai l’inebriante profumo dei soldi. Alessandro Marescotti - Presidente di PeaceLink