07 novembre 2010
Ambiente, la scure del governo ha tagliato un miliardo di euro
13/11/10 14:36
Rapporto Wwf: i fondi ridotti del 60 per cento in tre anni. La legge di stabilità sancisce l'agonia del ministero: la penalizzazione più pesante mentre aumenta il degrado del territorio
di GIOVANNI VALENTINI
ROMA - L'hanno chiamata, eufemisticamente, "Legge di stabilità". Ma, almeno per quanto riguarda l'ambiente, bisognerebbe ribattezzarla legge di instabilità. O meglio, di destabilizzazione del suolo, del territorio, delle aree protette, insomma di quell'immenso patrimonio naturale su cui pure si fonda la maggiore industria nazionale: quella del turismo. Sono tali e tanti i tagli in questo campo da prefigurare addirittura lo smantellamento o la liquidazione del ministero che è o dovrebbe essere istituzionalmente preposto - appunto - all'Ambiente e alla Tutela del territorio e del mare.
Le cifre contenute nella cosiddetta "Legge di stabilità" (ex Finanziaria), predisposta dal governo Berlusconi, parlano chiaro. Nel 2011, come denuncia un Rapporto del Wwf Italia, il bilancio complessivo del ministero affidato a Stefania Prestigiacomo sarà ridotto a un terzo di quello del 2008, anno d'insediamento del governo Berlusconi: da un miliardo e 649 milioni di euro ad appena 513 milioni. Una decurtazione secca di un miliardo. E nel triennio successivo, lo stanziamento verrà ridotto ulteriormente per scendere a 504 milioni nel 2012 e poi a 498 milioni nel 2013.
Il taglio risulta ancora più netto e allarmante se confrontato con quelli molto meno drastici a carico di ministeri affini come i Beni culturali o le Politiche agricole. Nel primo caso, la dotazione del 2011 sarà di circa 1.320 milioni di euro contro i 1.930 del 2008. Nell'altro, si scenderà dai 1.747 milioni di tre anni fa a 1.320. Per entrambi, dunque, la riduzione sarà di circa il 20% contro il 60% del ministero dell'Ambiente, condannato virtualmente all'agonia. La scure del ministro Tremonti, come si vede, non è diretta a colpire in ugual misura i vari ministeri, in forza della crisi economica.
Un'ulteriore conferma viene dal raffronto con i fondi stanziati per le Infrastrutture e i Traporti e per le spese della Difesa. Qui l'atteggiamento propagandistico del governo risulta tanto più evidente, perché gli investimenti per le opere pubbliche non risultano sufficienti per tutti i progetti annunciati, ma neppure rispetto ai costi reali di quelli già cantierati o dichiarati cantierabili. A fronte comunque di un bilancio pari a 6.991 milioni di euro nel 2010, l'anno prossimo si prevede una leggera flessione a 6.821 milioni, per arrivare a 6.654 milioni nel 2012 e a 6.640 nel 2013.
In pratica, l'unico ministero che non subisce tagli consistenti è quello della Difesa: dal 2007 in avanti, il suo bilancio registra una riduzione massima intorno al 4%, peraltro recuperata interamente con il bilancio previsionale 2011-2013 dell'attuale manovra finanziaria. Se infatti nel 2008 i fondi del ministero ammontavano complessivamente a 21.132 milioni di euro, quest'anno sono stati di 20.364, con una prospettiva di crescita fino a 21.366 milioni nel 2013. Pur considerando che i due terzi di questi bilanci riguardano il costo del personale, e quindi costituiscono una spesa obbligatoria, il Wwf sottolinea che la quota prevista in conto capitale è assolutamente ingente.
C'è senz'altro un'ispirazione "sviluppista" alla base di una scelta che, da una parte, punta a promuovere nel segno della cementificazione le infrastrutture con un forte impatto ambientale e, dall'altra, a deprimere la tutela del suolo, del territorio e quindi del paesaggio. Sui 13,5 miliardi di euro indicati come valore complessivo della manovra triennale, 4.836 miliardi (pari al 36%) vengono assegnati a opere come l'Alta velocità e le autostrade; mentre solo 400 milioni sono attribuiti agli interventi di tutela e di prevenzione (meno del 3%). E si tratta di un'impostazione che, come dimostra anche l'ultima emergenza provocata dal maltempo, è destinata purtroppo a incidere ulteriormente sull'assetto idro-geologico del Malpaese.
L'Italia, insomma, continua ad armarsi per guerre straniere, lontane e remote. Ma resta disarmata per combattere le calamità naturali, le alluvioni, le frane e tutti i disastri che minacciano direttamente il territorio nazionale. Risulta inconcepibile perciò che i fondi concessi al ministero dell'Ambiente per il prossimo triennio equivalgano, secondo i calcoli del Wwf, al costo di quattro cacciabombardieri F35 o di una Fregata Multimissione.
È vero che spesso l'ambientalismo fa di tutto per apparire come un freno allo sviluppo, un fattore di conservazione o addirittura di regressione. Qui rischiamo, però, di passare da un estremo all'altro: da un eccesso di tutela a un eccesso di incuria. Ma il progresso di un Paese come il nostro, con il suo patrimonio di risorse naturali, artistiche e culturali, non può passare attraverso un assalto autorizzato al territorio, una manovra governativa di abbandono e di degrado.
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ACQUA: FORUM, SUBITO MORATORIA SU PRIVATIZZAZIONE
13/11/10 14:36
ROMA, 12 NOV - Una moratoria immediata sulle scadenze della Legge Ronchi per fermare i processi di privatizzazione dell'acqua pubblica e la soppressione degli Ambiti territoriali integrati (Ato),in attesa dei referendum sull'acqua previsti per la prossima primavera. E' la richiesta del Comitato Promotore dei referendum per l'abrogazione delle norme che hanno introdotto i processi di privatizzazione dell'acqua in molti comuni italiani.
L'istanza, resa nota oggi in una conferenza stampa a Roma, sara' al centro di una giornata di mobilitazione prevista per il prossimo 4 dicembre, quando nelle citta' italiane saranno organizzate centinaia di iniziative di sensibilizzazione sull'acqua pubblica. ''Mentre siamo in attesa di sapere quando si votera' per i 3 referendum - ha detto Simona Savini del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua - assistiamo ad una accelerazione dei processi di privatizzazione.
Una moratoria che invece congeli le scadenze della Legge Ronchi sarebbe un atto di civilta' e di rispetto nei confronti del milione e 400mila cittadini che hanno sottoscritto i quesiti referendari. Indipendentemente da come i partiti la pensino sui referendum, chiediamo il sostegno per un atto in difesa della democrazia''.
Un esempio di iniziativa locale e' stato offerto nel corso dell'incontro da Alessio Ciacci, assessore all'Ambiente del comune di Capannori, che ha presentato la delibera predisposta dal coordinamento degli Enti Locali per l'Acqua Pubblica. Il documento puo' essere adottato da comuni, province e comunita' montane per aderire alla campagna di moratoria, che puo' essere sottoscritta sul sito www.acquabenecomune.org. Intanto, sulla questione Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, ha detto:''Siamo convinti che i provvedimenti Ronchi e Calderoli producano effetti pericolosi sulla possibilita' che il servizio idrico sia svolto in modo efficiente, efficace ed economico ed e' quindi pienamente condivisibile la richiesta di moratoria degli effetti dei due provvedimenti avanzata oggi dai promotori del referendum Acqua Pubblica''. (ANSA). Y03
RISCHIO ESTINZIONE
13/11/10 14:35
di LUIGI BIGNAMI
Il manifesto del meeting Onu sulla biodiversità
UN QUINTO delle specie animali e vegetali del nostro pianeta è direttamente minacciato dall'estinzione. E' questo il risultato dell'ultimo rapporto sullo stato di salute dell'ambiente terrestre mostrato durante il summit delle Nazioni Unite sulla biodiversità che si sta tenendo in Giappone. Il dato è ancor più preoccupante perché la situazione risulta in peggioramento rispetto agli anni scorsi.
Il rapporto mostra come gli animali a maggior rischio siano gli anfibi, dei quali risulta minacciato il 41% delle specie, mentre gli uccelli sono tra i meno in pericolo con solo il 13% delle specie. Le aree dove la sopravvivenza degli animali è più a rischio si trovano nel sudest asiatico: qui la perdita di habitat, soprattutto dovuto al taglio delle foreste per far spazio all'agricoltura, soprattutto per i biocarburanti, raggiunge i massimi livelli.
Anche il mondo vegetale sta soffrendo: Stephen Hopper, Direttore del Royal Botanic Gardens Kew, ha attirato l'attenzione su un recente studio sulle piante, coordinato dal Kew e dall'Iucn (Union for the Conservation of Nature), secondo il quale oltre un quinto di tutte le specie vegetali sono minacciate. La maggioranza delle piante in pericolo si trovano nelle regioni tropicali. Anche in questo caso il pericolo peggiore è la perdita di habitat causata dall'uomo. "Circa il 29% delle conifere, che sono presenti in tutto il mondo, in quasi tutti tipi di foreste, sono di fronte all'estinzione. E altre specie in pericolo sono considerate fondamentali per un ambiente, al punto che senza di esse l'intero ecosistema potrebbe crollare su se stesso, causando l'estinzione di altre specie", ha spiegato il ricercatore.
"Si sta erodendo quella che è la spina dorsale della biodiversità", ha detto Edward Wilson della Harvard University, tra i più importanti ecologisti al mondo, che ha continuato: "Un piccolo passo in su della Lista Rossa (la Lista Rossa è l'elenco delle specie in pericolo di estinzione), è un grande passo verso l'estinzione totale. E quel che conosciamo è, in realtà, solo una piccola finestra sulle perdite globali del pianeta".
Qualche speranza tuttavia, che non tutto sta precipitando verso il baratro esiste. I ricercatori, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista Science, affermano infatti che esistono le prove che i progetti che sono stati realizzati per la conservazione dell'ambiente hanno per la maggior parte avuto un impatto positivo a livello mondiale. "Quando gli sforzi sono realmente concentrati per risolvere un problema i risultati non tardano ad arrivare. In molte isole ad esempio, gli uccelli sono in ripresa, proprio perché sono stati oggetto di conservazione", ha detto Simon Stuart, Presidente della Species Survival Commission per la Iucn. Altre specie sono state protette in cattività prima di ridare loro la libertà. Esempi sono il condor della California, il furetto dai piedi neri degli Stati Uniti e il cavallo di Przewalski in Mongolia. Anche il divieto di caccia ha avuto effetti molto benefici. E' il caso delle balene la cui popolazione è crescuita così rapidamente che oggi le megattere sono state escluse dalla Lista Rossa.
Per la presidente di Nature Serve, Mary Klein, questi dati provano che quando si conducono lavori con finalità precise e con finanziamenti sufficient, la conservazione delle specie minacciate e dei loro habitat può essere efficace. Noi sappiamo che si può ancora salvaguardare la biodiversità, è sufficiente raddoppiare gli sforzi".
Wwf e Lipu hanno chiesto che l'Italia si faccia promotrice di un accordo internazionale per la conservazione della natura e della biodiversità a livello mondiale. Quanto non si è riusciti a realizzare entro il 2010 si dovrebbe ottenere entro il 2020: far sì cioè che ciascun Paese preservi il 20% del proprio territorio con aree protette.
www.repubblica.it
Il manifesto del meeting Onu sulla biodiversità
UN QUINTO delle specie animali e vegetali del nostro pianeta è direttamente minacciato dall'estinzione. E' questo il risultato dell'ultimo rapporto sullo stato di salute dell'ambiente terrestre mostrato durante il summit delle Nazioni Unite sulla biodiversità che si sta tenendo in Giappone. Il dato è ancor più preoccupante perché la situazione risulta in peggioramento rispetto agli anni scorsi.
Il rapporto mostra come gli animali a maggior rischio siano gli anfibi, dei quali risulta minacciato il 41% delle specie, mentre gli uccelli sono tra i meno in pericolo con solo il 13% delle specie. Le aree dove la sopravvivenza degli animali è più a rischio si trovano nel sudest asiatico: qui la perdita di habitat, soprattutto dovuto al taglio delle foreste per far spazio all'agricoltura, soprattutto per i biocarburanti, raggiunge i massimi livelli.
Anche il mondo vegetale sta soffrendo: Stephen Hopper, Direttore del Royal Botanic Gardens Kew, ha attirato l'attenzione su un recente studio sulle piante, coordinato dal Kew e dall'Iucn (Union for the Conservation of Nature), secondo il quale oltre un quinto di tutte le specie vegetali sono minacciate. La maggioranza delle piante in pericolo si trovano nelle regioni tropicali. Anche in questo caso il pericolo peggiore è la perdita di habitat causata dall'uomo. "Circa il 29% delle conifere, che sono presenti in tutto il mondo, in quasi tutti tipi di foreste, sono di fronte all'estinzione. E altre specie in pericolo sono considerate fondamentali per un ambiente, al punto che senza di esse l'intero ecosistema potrebbe crollare su se stesso, causando l'estinzione di altre specie", ha spiegato il ricercatore.
"Si sta erodendo quella che è la spina dorsale della biodiversità", ha detto Edward Wilson della Harvard University, tra i più importanti ecologisti al mondo, che ha continuato: "Un piccolo passo in su della Lista Rossa (la Lista Rossa è l'elenco delle specie in pericolo di estinzione), è un grande passo verso l'estinzione totale. E quel che conosciamo è, in realtà, solo una piccola finestra sulle perdite globali del pianeta".
Qualche speranza tuttavia, che non tutto sta precipitando verso il baratro esiste. I ricercatori, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista Science, affermano infatti che esistono le prove che i progetti che sono stati realizzati per la conservazione dell'ambiente hanno per la maggior parte avuto un impatto positivo a livello mondiale. "Quando gli sforzi sono realmente concentrati per risolvere un problema i risultati non tardano ad arrivare. In molte isole ad esempio, gli uccelli sono in ripresa, proprio perché sono stati oggetto di conservazione", ha detto Simon Stuart, Presidente della Species Survival Commission per la Iucn. Altre specie sono state protette in cattività prima di ridare loro la libertà. Esempi sono il condor della California, il furetto dai piedi neri degli Stati Uniti e il cavallo di Przewalski in Mongolia. Anche il divieto di caccia ha avuto effetti molto benefici. E' il caso delle balene la cui popolazione è crescuita così rapidamente che oggi le megattere sono state escluse dalla Lista Rossa.
Per la presidente di Nature Serve, Mary Klein, questi dati provano che quando si conducono lavori con finalità precise e con finanziamenti sufficient, la conservazione delle specie minacciate e dei loro habitat può essere efficace. Noi sappiamo che si può ancora salvaguardare la biodiversità, è sufficiente raddoppiare gli sforzi".
Wwf e Lipu hanno chiesto che l'Italia si faccia promotrice di un accordo internazionale per la conservazione della natura e della biodiversità a livello mondiale. Quanto non si è riusciti a realizzare entro il 2010 si dovrebbe ottenere entro il 2020: far sì cioè che ciascun Paese preservi il 20% del proprio territorio con aree protette.
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INTERVISTA A STEWART BRAND
13/11/10 14:34
È una delle icone del movimento ecologista americano. A giorni in Italia per presentare il suo ultimo libro Una cura per la terra. Che, come sempre, fa discutere
di MARCO BENEDETTELLI
ENERGIA nucleare, città densamente popolate, colture Ogm. Il futuro della civiltà secondo Stewart Brand si gioca sullo sviluppo di stili di vita e tecnologie che, studi alla mano, potrebbero contenere i danni innescati dai cambiamenti climatici già in corso. Brand, classe 1938, è una delle icone del movimento ecologista americano: fondatore e editore della rivista The Whole Earth Catalog, diffusissima negli Stati Uniti per tutti gli anni '60 e '70, divulgatore scientifico e attivista, vive a bordo di un rimorchiatore ormeggiato nella baia di San Francisco. La sua fama in America è tornata a volare lo stesso giorno in cui Steve Jobs, nel 2005, chiuse il suo memorabile discorso agli studenti dell'università di Stanford ricordando gli insegnamenti appresi leggendo, da ragazzo, proprio la rivista di Stewart Brand, col suo approccio "affamato e inquieto" alla realtà. Brand sarà in Italia a novembre - il 5 a Milano, il 6 e il 7 a Genova, 9 e 10 a Roma, l'11 a Napoli - per presentare il suo nuovo libro: Una cura per la terra. Manifesto di un eco pragmatista (Codice Edizione, pag 340, euro 23) dove espone il suo nuovo credo ecologista, che parte da posizioni radicalmente diverse rispetto a molti punti fermi del pensiero ambientalista, responsabili negli anni, secondo lui, di aver commesso errori sulla base di scelte "più idealistiche che pragmatiche":
Negli anni '70, ai tempi della rivista The Whole Earth Catalog lei era contro l'uso del nucleare. Come ha cambiato idea?
"Ho cominciato a rivedere le mie idee negli anni '90, quando il cambiamento climatico è iniziato a diventare una questione pressante. Così, durante lo scorso decennio mi sono messo finalmente a studiare l'energia nucleare, e mi sono reso conto che tutti i miei timori erano veramente esagerati, e che il carbone, al contrario,è una fonte di energia molto più dannosa di quanto pensassi. Nella maggior parte degli Stati, la scelta per ottenere energia affidabile "baseload" è tra il carbone e il nucleare. Il carbone riempie l'atmosfera di gas serra, il nucleare non ne produce quasi nessuno".
In Italia, e in tutta Europa, è ancora vivo il ricordo della tragedia di Chernobyl. Il nucleare fa ancora molta paura...
"A riguardo consiglio sempre di visitare il sito greenfacts.org 1 (che è anche in spagnolo e in francese, ma purtroppo non in italiano). Nel 2006 il Chernobyl Forum, a cui hanno lavorato sette agenzie delle Nazioni Unite, ha studiato approfonditamente l'area di Chernobyl. Dalle rilevazioni è emerso che il numero di persone realmente danneggiate dalle radiazioni è di gran lunga minore rispetto a quanto ci si attendesse. I danni effettivi sono stati invece causati dalla paura del contagio radioattivo, e non dalle radiazioni. Nel frattempo in quell'area, rimasta disabitata per tanti anni, la fauna è tornata a moltiplicarsi abbondantemente. Scommetto che in Ucraina verrà fondato un parco nazionale a Chernobyl, e saremmo davvero felici di andarlo a visitare".
E lo smaltimento delle scorie radioattive? Nel suo libro lei sostiene che le paure causate dal nucleare sono tutte di natura irrazionale ...
"Con mia grande sorpresa, trattare il combustibile esausto che deriva dalle fissioni nucleari non è un problema serio. Intanto c'è la soluzione attuale, praticata ormai da quasi 50 anni: vetrificare i rifiuti, chiuderli in contenitori d'acciaio e seppellirli di fianco ai reattore nucleari. Possiamo continuare a utilizzarla, mentre decidiamo se ci converrebbe di più ritrattare, riciclare il combustibile esausto, come avviene in Francia; o riutilizzare le scorie nei reattori integrali veloci, di prossima generazione. Oppure tirare dritti con i depositi geologici. Finlandia, Svezia e Francia stanno sviluppando siti simili, e l'America da 11 anni, con successo, stocca le scorie nucleari all'interno di una vecchia miniera di sale in New Mexico. Quella salina esiste da 250 milioni di anni ed è ben solida. L'acqua non vi entra né fuoriesce".
Non solo l'energia nucleare. Nel suo libro lei sostiene che anche le città densamente popolate, l'agricoltura transgenica e la geoingegneria sono necessarie per salvare il pianeta. Il mondo è pronto all'uso di tutto ciò?
"Un numero crescente di popolazioni rurali si sta spostando nelle città. Le megalopoli sono gradi produttrici di ricchezza. La gente ci sta molto bene e sono ecologiche perché nelle grandi città si consuma relativamente poca energia e materiali. Sono più di 14 anni che le colture transgeniche si stanno dimostrando sicure, e ce n'è un gran bisogno nelle zone del pianeta in via di sviluppo, soprattutto in Africa. Questo è il secolo della biotecnologia e nessuno Stato dovrebbe restarne arretrato. Spero che la geoingegneria - l'ingegneria di intervento sul clima - non verrà mai impiegata, ma se i cambiamenti climatici diventeranno così violenti da costringerci a utilizzarla, abbiamo l'importante compito di capire come poterla applicare in futuro. Ciò significa che da subito bisogna sviluppare la ricerca".
Come hanno reagito gli ambientalisti americani alle sue teorie?
"Molti ambientalisti americanI sono stati entusiasti del mio nuovo libro Una cura per la terra: Peter Kareiva, scienziato e direttore dell'associazione The Nature Conservancy; Tim Flannery scrittore e biologo australiano; il britannico Mark Lynas, autore di libri sul clima e Paul Hawken, uno dei coautori del libro Natural Capitalism. In America la gran pare delle controversie riguardano capitolo sul nucleare. Negli Stati Uniti invece non c'è troppo disaccordo sulle culture transgeniche, dato che noi ci cibiamo di Ogm già da molto tempo. Alcuni Verdi stanno evitando il mio libro, altri ne contestano qualche idee, ma quasi nessuno mi sta criticando sul piano personale. Questo lo prendo già come un buon segno".
(04 novembre 2010)
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Boom delle rinnovabili
13/11/10 14:18
in Italia segnano un +19%
Secondo il rapporto del Gestore servizi energetici nel 2009 aumentano sia la potenza "verde" che la produzione. La parte del leone la fa la idroelettrica
di VALERIO GUALERZI
ROMA - Balzo in avanti delle rinnovabili in Italia nel 2009. A certificare la crescita sono le statistiche diffuse oggi dal Gestore dei servizi energetici. Lo scorso anno la potenza "verde" installata ha superato quota 26.500 MW (+11% sul 2008), ma ancora maggiore è stato l'aumento della produzione che ha toccato 69.300 GWh (+19% sul 2008). Il grosso di questo salto è stato merito della accresciuta produzione idroelettrica (49 100 GWh complessivi) che al Settentrione ha beneficiato di una stagione prodiga di precipitazioni.
L'incremento nei confronti del 2008 è stato del 18%, ma passetto dopo passetto anche le rinnovabili di nuova generazione come biomasse ed eolico iniziano a far sentire la loro spinta. A quest'ultimo si deve il contributo maggiore alla crescita (+11%) della potenza installata. Solo nell'ultimo anno, rivela il Gse, attraverso nuove pale a vento, sono stati aggiunti infatti circa 1.360 MW. Esponenziale, ma molto più modesta in termini assoluti, la corsa del fotovoltaico che nel giro di un anno ha raddoppiato il numero di impianti (da 31 mila a 71 mila), contribuendo però per "appena" 1,14 MW alla potenza installata. L'incremento nella produzione di elettricità verde abbinata a un calo del 6% nei consumi complessivi (dovuto in buona parte alla crisi, ma anche all'entrata a regime di molti interventi a sostegno dell'efficienza) ha spinto la quota di energia rinnovabile nazionale al 19% della quantità lorda utilizzata.
In questa edizione del suo rapporto il Gse ha inserito anche il nuovo parametro di "quota rinnovabile regionale". Il Gestore dà conto ovvero, Regione per Regione, della quota dei propri consumi elettrici soddisfatti nel 2009 con la produzione elettrica da fonte rinnovabile realizzata nella stessa Regione. Un parametro importante che serve a dare una prima indicazione in vista della ripartizione degli obiettivi regionali (il cosiddetto "burden-sharing") per il raggiungimento della "quota rinnovabile nazionale" del settore elettrico imposta dall'Unione Europea per il 2020. Obiettivo che l'Italia, rispondendo a quanto richiesto da Bruxelles, ha fissato in un valore pari a circa il 26% del consumo lordo di energia elettrica (quello dell'energia in generale è del 17%). Se l'Italia riesce a stabilizzare i consumi (ma in realtà l'ambizione è quella di ridurli ulteriormente) e se le piogge ci assistono, per centrare il traguardo è dunque necessario incrementare l'utilizzo di elettricità rinnovabile di un altro 7% nel giro di un decennio.
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UE:ACQUE BALNEARI A RISCHIO IN 8 STATI,C'E'ANCHE ITALIA/ANSA
13/11/10 14:18
(di Patrizia Lenzarini) (ANSA) - BRUXELLES, 10 GIU - Bandiere blu svettano sulle spiagge europee, dal Mar Baltico al Mediterraneo, in un'Europa dove le acque continuano ad essere di alta qualita': il 96% dei siti di balneazione sulle coste, e il 90% in riva a fiumi e laghi - in tutto oltre 20.000 siti - rispettano infatti i requisiti minimi di qualita' posti dall'Europa. Dalla mappa sulla qualita' delle acque balneari per il 2009 in Europa, presentata oggi a Bruxelles, emerge pero' che in otto paesi europei bisogna ancora darsi da fare. Tra questi c'e' l'Italia, dove ''56 siti balneari (51 costieri e 5 interni) non erano conformi ai requisiti minimi della direttiva Ue sulla qualita' delle acque''. Le cause sono da ricercare - precisano gli esperti di Bruxelles - o da carenti impianti di depurazione delle acque reflue in quelle aree, o perche' situate sugli estuari dei fiumi, o in zone industriali. Dei 56 siti, registrati nel 2009, otto erano in Liguria (3 in provincia di Imperia e 5 di Genova); uno in provincia di Bolzano: altri 23 in Veneto (3 siti in provincia di Verona, 10 a Chioggia (Venezia), 5 a Porto Tolle e 5 a Rosolina (Rovigo). In Toscana, l'Ue registra un sito a Piombino (Livorno); altri quattro nelle Marche (uno in provincia di Macerata e 3 di Ascoli Piceno) e un altro in provincia dell'Aquila (Abruzzo). Dei restanti 14 siti, 5 sono in Campania (4 in provincia di Napoli e uno di Salerno); sei in Calabria (tutti in provincia di Reggio Calabria) e 3 in provincia di Messina. Si tratta di bandiere rosse che, va riconosciuto, rappresentano per l'Italia appena l'1% dell'insieme dei siti balneari nazionali il cui numero e' il piu' elevato d'Europa, oltre 5.600. Non solo. L'immagine delle qualita' delle acque in Italia, che emerge dalla mappa europea e' distorta - ammette l'Agenzia europea per l'ambiente che l'ha redatta, ''per il fatto che in Italia la direttiva Ue e' applicata in modo piu' rigido''. In altri termini, in Italia viene monitorata tutta la costa (comprese le aree industriali e portuarie) mentre negli altri Stati membri il monitoraggio interessa solo le spiagge per bagnanti. Inoltre, i divieti italiani di bagnarsi non e' solo legato alla salubrita' (sotto il profilo batteriologico) delle acque, ma anche ai rischi che un bagnante puo' incontrare (dalle correnti forti alla presenza in acqua di vegetazione o alberi). E' anche pr questa ragione che nel 2009 l'Italia ha registrato il numero piu' elevato di siti balneari chiusi: ossia 583 (310 erano sulla costa e 273 sulle acque interne). Nell'Ue, gli altri Stati in cui i criteri minimi sulla qualita' delle acque non sono stati rispettati nel 2009 sono la Francia con 129 siti balneari non in regola (il 3,9% del totale); la Polonia (13,7% di tutti i siti), il Belgio (8,7%), l'Olanda (7,1%), il Regno Unito (2,3%) e la Spagna (0,7%). Insomma, a poche settimane dal grande esodo estivo il messaggio lanciato dal commissario Ue all'ambiente Janez Potocnik e' chiaro: la grande maggioranza delle coste europee offre acque limpide e salubri, bisogna pero' impegnarci a mantenere i risultati ottenuti e a migliorare ancora''. (ANSA). LEN
Bonus eco-ristrutturazioni fuori dalla Finanziaria, come mortificare l'economia ecologica
13/11/10 14:18
Alessandro Farulli
LIVORNO. Quando dall'astrattezza della teoria dell'economia (ecologica) si passa alla pratica anche in Italia gli esempi non mancano. Scrive oggi il Sole24Ore rispetto al mancato ripristino dello sgravio del 55% per il risparmio energetico negli edifici che: «Il Cresme ha stimato che nel periodo 2010-2020, con i soli interventi richiesti nel 2007-2010, le uscite per lo Stato saranno di 7,26 miliardi, di cui l'81% per mancato gettito Irpef e il 19% per minore imposte dovute al risparmio energetico, mentre si registreranno maggiori entrate per 5,52 miliardi legate ai maggiori interventi stimolati. Il saldo sarebbe negativo per 1,74 miliardi, 174 milioni l'anno».
«Tuttavia - spiegano sempre al Cresme - l'ipotesi di proroga che avevamo suggerito nel Rapporto Saienergia di ottobre, differenziare cioè le aliquote tra le varie tipologie di interventi, premiando quelli con più risparmio energetico, e con controlli più rigorosi sui tetti di spesa per unità di misura, avrebbe comportato un saldo zero per le casse dello Stato».
Secondo il governo questo provvedimento sarà inserito tuttavia nel Milleproroghe, ma a parte che ancora non è certo, anche se lo fosse, è l'attesa che deprime l'economia (ecologica).
Questa detrazione, infatti, ha messo d'accordo tutti, dalle piccole alle grande aziende fino ai privati cittadini. E' stata una delle poche cose che hanno dato ossigeno all'economia e ora che magari le aziende stanno programmando gli investimenti da fare, gli si tarpano le ali lasciandole a "galleggiare" in una fase in cui tutti si sgolano sull'importanza di dare messaggi di fiducia nell'ottica della crescita.
Crescita che peraltro sarebbe anche sostenibile, visto che si parla di riduzione dei consumi energetici. Lavoro per le aziende e lavoro per le persone e invece no. Si predica fiducia e si razzola incertezza. Non solo, come scrivevamo ieri, tutto ciò che riguarda la sostenibilità vale comunque la pena far scendere sistematicamente nell'elenco delle priorità.
Persino Napolitano lo ha ricordato - facendo riferimento esplicito al dissesto idrogeologico - e criticando una manovra definita "al buio" ovvero senza prospettive. Un conto, infatti, è stare attenti al bilancio, un conto fare solo l'elenco dei tagli e non far minimante capire (perché nei fatti non si sa) che idea di sviluppo del Paese si ha in testa. Per questo e non solo per questo, l'attuale maggioranza deve andare a casa.
fonte:www.greenreport.it
Acidificazione degli oceani: un pericolo sempre più vicino
13/11/10 14:18
Nei giorni scorsi nel Principato di Monaco è stato presentato lo studio "Ocean Acidification: Questions Answered" redatto dall'Ocean acidification reference user group con la partecipazione di una trentina di noti oceanografi di tutto il mondo. Si tratta di una vera e propria guida globale all'acidificazione degli oceani che è stata presentata dal principe Alberto II di Monaco durante un meeting organizzato dall'Iucn, che spiega: «L'acidificazione degli oceani causata dall'uomo avrà dei profondi effetti sulla vita marina, anche se le emissioni di CO2 cessassero di aumentare. Le osservazioni più recenti dimostrano che la chimica marina cambia e solo una riduzione importante e rapida dell'utilizzo dei combustibili fossili e della deforestazione potrebbe aiutare a rimettere in sesto gli oceani»
Secondo il rapporto «L'acidificazione degli oceani avanza 10 volte più velocemente di quello a cui ha proceduto l'estinzione di un gran numero di specie marine 55 milioni di anni fa. Se si prosegue al ritmo attuale, ecosistemi fragili, come le barriere coralline, che ospitano una grande ricchezza biologica, saranno gravemente colpiti entro il 2050».
La guida comprende i più recenti dati scientifici sulla velocità e la dimensione dell'impatto delle emissioni di CO2 sugli oceani e sull'umanità. Jean-Pierre Gattuso, coordinatore scientifico del Progetto europeo sull'acidificazione degli oceani, ha spiegato che «Dei nuovi dati scientifici sono pubblicati ad un ritmo sempre più sostenuto a causa del numero crescente di grandi progetti di ricerca. E' quindi essenziale diffondere queste scoperte tra gli utilizzatori finali, tra i quali i decisori politici e l'opinione pubblica. E' quel che stiamo facendo».
Dan Laffoley, vicepresidente della Commissione mondiale delle aree protette dell'Iucn, responsabile per l'ambiente marino e incaricato della redazione di "Ocean Acidification: Questions Answered" ha sottolineato che «Il cambiamento climatico è uno e dappertutto, ma ha un gemello malefico, nato dallo stesso invisibile biossido di carbonio, che ha effetti più misurabili, rapidi e che sembrano inarrestabili. Rispondendo alle principali questioni che pone l'acidificazione degli oceani, vogliamo dissipare la confusione e l'ignoranza esistenti, perché ciascuno comprenda meglio quel che succede e perché si tratti di un questione prioritaria a livello mondiale».
Infatti nessuna regione del pianeta è risparmiata dall'acidificazione degli oceani, proprio come dai cambiamenti climatici, ma alcune aree del mondo saranno colpite più rapidamente di altre: «L'acidificazione avanzerà più veloce nell'oceano Artico che diventerà ostile ad un gran numero di organismi marini, soprattutto quelli con conchiglie - spiega lo studio - La chimica della metà dell'oceano Artico sarà modificata entro il 2050, se i livelli di C02 continueranno ad aumentare al tasso attuale».
Carl Gustaf Lundin, direttore del Programma mondiale Iucn per l'ambiente marino e polare, è molto preoccupato: «La società dovrebbe svegliarsi senza più aspettare davanti all'urgenza posta dall'acidificazione degli oceani. Un oceano acidificato rappresenta una minaccia grande e molto reale per la nostra esistenza. Bisogna agire al più presto per ridurre gli impatti sui sistemi che riguardano la vita, fino a che siamo ancora in tempo».
fonte:www.greenreport.it
Secondo il rapporto «L'acidificazione degli oceani avanza 10 volte più velocemente di quello a cui ha proceduto l'estinzione di un gran numero di specie marine 55 milioni di anni fa. Se si prosegue al ritmo attuale, ecosistemi fragili, come le barriere coralline, che ospitano una grande ricchezza biologica, saranno gravemente colpiti entro il 2050».
La guida comprende i più recenti dati scientifici sulla velocità e la dimensione dell'impatto delle emissioni di CO2 sugli oceani e sull'umanità. Jean-Pierre Gattuso, coordinatore scientifico del Progetto europeo sull'acidificazione degli oceani, ha spiegato che «Dei nuovi dati scientifici sono pubblicati ad un ritmo sempre più sostenuto a causa del numero crescente di grandi progetti di ricerca. E' quindi essenziale diffondere queste scoperte tra gli utilizzatori finali, tra i quali i decisori politici e l'opinione pubblica. E' quel che stiamo facendo».
Dan Laffoley, vicepresidente della Commissione mondiale delle aree protette dell'Iucn, responsabile per l'ambiente marino e incaricato della redazione di "Ocean Acidification: Questions Answered" ha sottolineato che «Il cambiamento climatico è uno e dappertutto, ma ha un gemello malefico, nato dallo stesso invisibile biossido di carbonio, che ha effetti più misurabili, rapidi e che sembrano inarrestabili. Rispondendo alle principali questioni che pone l'acidificazione degli oceani, vogliamo dissipare la confusione e l'ignoranza esistenti, perché ciascuno comprenda meglio quel che succede e perché si tratti di un questione prioritaria a livello mondiale».
Infatti nessuna regione del pianeta è risparmiata dall'acidificazione degli oceani, proprio come dai cambiamenti climatici, ma alcune aree del mondo saranno colpite più rapidamente di altre: «L'acidificazione avanzerà più veloce nell'oceano Artico che diventerà ostile ad un gran numero di organismi marini, soprattutto quelli con conchiglie - spiega lo studio - La chimica della metà dell'oceano Artico sarà modificata entro il 2050, se i livelli di C02 continueranno ad aumentare al tasso attuale».
Carl Gustaf Lundin, direttore del Programma mondiale Iucn per l'ambiente marino e polare, è molto preoccupato: «La società dovrebbe svegliarsi senza più aspettare davanti all'urgenza posta dall'acidificazione degli oceani. Un oceano acidificato rappresenta una minaccia grande e molto reale per la nostra esistenza. Bisogna agire al più presto per ridurre gli impatti sui sistemi che riguardano la vita, fino a che siamo ancora in tempo».
fonte:www.greenreport.it