03 febbraio 2008
RIFIUTI: UE, SERVONO SFORZI PER RIDURRE QUANTITA'
04/02/08 14:36
(ANSA) - ROMA, 2 FEB - L'Europa non puo' adagiarsi di fronte alla continua crescita del quantitativo di immondizia prodotta, perche' questo potrebbe compromettere nel lungo termine i progressi compiuti nel settore della gestione dei rifiuti. Queste le conclusioni dell'ultimo documento dell'agenzia europea dell'Ambiente, dal titolo 'Una migliore gestione dei rifiuti urbani ridurra' le emissioni di gas a effetto serra''. Nel 2020 infatti si prevede un aumento dei rifiuti urbani del 25% rispetto al 2005. Una quantita' pari a circa 340 milioni di tonnellate di immondizia, che potrebbe coprire un'area equivalente alla superficie del Lussemburgo con uno spessore di 30 cm oppure di Malta con uno spessore di 2,5 metri. Secondo l'agenzia europea dell'Ambiente, ''gli sforzi tesi a prevenire la produzione di rifiuti dovrebbero essere notevolmente intensificati'', a vantaggio della salute dei cittadini e del Pianeta. Con meno immondizia andrebbero a ridursi anche le emissioni di gas serra come il metano, uno dei sei gas soggetti al protocollo di Kyoto, legato sia all'agricoltura (specialmente al bestiame) sia alle operazioni di smaltimento dei rifiuti. Un ruolo chiave nella strategia europea per i rifiuti urbani e' quella di ricorrere meno alla discarica, con una maggiore riciclo e ricorso all'incenerimento. Di qui la riduzione delle emissioni di gas serra prodotte dalla gestione dei rifiuti al 2020. Ecco una quadro del rapporto Ue: - PRODUZIONE RIFIUTI UE: Nel 1995 ogni cittadino europeo ha prodotto in media 460 kg di rifiuti urbani. Questa quantita' e' aumentata fino a 520 kg pro capite nel 2004 ed entro il 2020 si prevede un ulteriore accrescimento fino a 680 kg pro capite. In totale, questo corrisponde a un aumento di quasi il 50% in 25 anni. Nel 2004 e' stato messo in discarica il 47% di tutti i rifiuti urbani della Ue. Una percentuale, spiega l'Agenzia europea per l'ambiente, destinata a calare ulteriormente entro il 2020 a circa il 35%. Grazie alle nuove politiche di riciclaggio, recupero energetico e sempre minore ricorso alla discarica, si prevede che il riciclaggio e altre operazioni di riciclo dei materiali aumenteranno entro il 2020, dall'attuale 36 % a circa il 42 %. Infine, l'incenerimento e' stato utilizzato nel 2004 per il 17 % dei rifiuti urbani ed entro il 2020 subira' un probabile aumento raggiungendo il 25 % circa; - - EMISSIONI GAS SERRA: Secondo l'Agenzia europea per l'ambiente, nel 2005 le emissioni di gas ad effetto serra derivanti dalla gestione dei rifiuti costituivano il 2% delle emissioni totali dell'Unione europea. Secondo le proiezioni, le emissioni nette di gas serra derivanti dalla gestione dei rifiuti urbani dovrebbero scendere dal livello massimo di circa 55 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti l'anno, della fine degli anni Ottanta, a 10 milioni di tonnellate di Co2 equivalenti entro il 2020. Tutto questo grazie ad una sempre migliore gestione del ciclo dei rifiuti. Nel bilancio generale del ciclo di gestione dei rifiuti, le emissioni prodotte dalla discarica nel 2020 costituiranno il 60% del totale, mentre il riciclaggio e l'incenerimento circa il 20% ciascuno. Dall'altro lato, il riciclaggio e l'incenerimento aumenteranno, rappresentando un risparmio (o emissioni di gas serra evitate) che andranno a controbilanciare le emissioni dirette. Entro il 2020 il 75% delle emissioni evitate totali sara' dovuto al riciclaggio e quasi il 25 % all'incenerimento. (ANSA). Y62-MRB
02/02/2008 18:00
02/02/2008 18:00
Partecipazione e programmi ambientali, Italia condannata dall´Ue
04/02/08 14:34
La sentenza della Corte di giustizia europea fa riferimento al ritardo con cui l´Italia si è messa a norma rispetto ai termini stabiliti originariamente
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
Con sentenza di oggi la Corte di Giustizia europea condanna l’Italia per mancata attuazione della direttiva sulla partecipazione del pubblico nell’elaborazione di piani e programmi in materia ambientale. L’Italia, che comunque ora è in regola, non avendo messo in vigore nei tempi stabiliti le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva Ue, è venuta meno agli obblighi comunitari.
La vicenda ha avuto inizio nel 2005 con la lettera di diffida e con il successivo parere motivato della Commissione: l’Ue invitava lo Stato a conformarsi ai disposti Ue entro due mesi. L’Italia rispondeva solo nel 2006 a seguito dell’approvazione del Dlgs 152/2006 (contenente la direttiva di riferimento), ma la Commissione, ritenendo la risposta insoddisfacente e al di fuori del tempo massimo previsto, si rivolgeva alla Corte di Giustizia.
Oggi quindi, pur essendo in regola con la direttiva europea sulla partecipazione, l´Italia subisce una sentenza di condanna – dopo quella dell’8 novembre 2007 relativa alla mancata attuazione della Vas da parte dell’Italia – perché la Corte non fa altro che ricordare che la regolarità di un adempimento va valutata rifacendosi alla situazione dello Stato al momento della scadenza del termine fissato dal parere motivato. Dunque l’iter legislativo nazionale posteriore alla scadenza di tale termine, non è oggetto dell’esame che viene effettuato dalla Corte.
E del resto secondo una giurisprudenza consolidata, lo Stato membro non può invocare norme, prassi o situazioni del suo ordinamento giuridico interno per giustificare l’inosservanza degli obblighi e dei termini derivanti da una direttiva.
di Eleonora Santucci
fonte:www.greenreport.it
Con sentenza di oggi la Corte di Giustizia europea condanna l’Italia per mancata attuazione della direttiva sulla partecipazione del pubblico nell’elaborazione di piani e programmi in materia ambientale. L’Italia, che comunque ora è in regola, non avendo messo in vigore nei tempi stabiliti le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva Ue, è venuta meno agli obblighi comunitari.
La vicenda ha avuto inizio nel 2005 con la lettera di diffida e con il successivo parere motivato della Commissione: l’Ue invitava lo Stato a conformarsi ai disposti Ue entro due mesi. L’Italia rispondeva solo nel 2006 a seguito dell’approvazione del Dlgs 152/2006 (contenente la direttiva di riferimento), ma la Commissione, ritenendo la risposta insoddisfacente e al di fuori del tempo massimo previsto, si rivolgeva alla Corte di Giustizia.
Oggi quindi, pur essendo in regola con la direttiva europea sulla partecipazione, l´Italia subisce una sentenza di condanna – dopo quella dell’8 novembre 2007 relativa alla mancata attuazione della Vas da parte dell’Italia – perché la Corte non fa altro che ricordare che la regolarità di un adempimento va valutata rifacendosi alla situazione dello Stato al momento della scadenza del termine fissato dal parere motivato. Dunque l’iter legislativo nazionale posteriore alla scadenza di tale termine, non è oggetto dell’esame che viene effettuato dalla Corte.
E del resto secondo una giurisprudenza consolidata, lo Stato membro non può invocare norme, prassi o situazioni del suo ordinamento giuridico interno per giustificare l’inosservanza degli obblighi e dei termini derivanti da una direttiva.
Conferenza sul clima alle Hawaii, gli Usa respingono le accuse
04/02/08 14:32
fonte:www.greenreport.it
Intervistato nel corso di una conferenza stampa a latere della seconda conferenza internazionale sul clima che si sta tenendo ad Honolulu, alle Hawaii, sotto il patrocinio del governo Usa, Boyden Gray, l’ambasciatore americano presso l’Unione Europea, ha difeso la politica del suo Paese sulla questione del riscaldamento globale, giudicando «ingiusta» l’accusa che in molti fanno agli Stati Uniti per la loro resistenza verso gli obblighi e gli impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra.
«Non è giusto etichettare gli Stati uniti come un Paese che si rifiuta di onorare i suoi impegni obbligatori – ha detto Gray commentando i contributi dell’Ue per la riduzione dei gas serra, rilevando anche che il governo americano opera «in maniera più aggressiva sul piano della protezione ambientale» a cominciare dal «progetto di legge energetica firmato dal presidente George W. Bush il mese scorso». Un progetto che, se è vero per la prima volta dopo 30 anni prevede norme sull’efficienza dei carburanti dei veicoli a motore, è anche vero che è stato pesantemente contestato da molti Stati Usa, ad iniziare dalla California del governatore repubblicano Arnold Schwarzenneger, perché Bush e l’Environmental protection agency avrebbero ceduto alle pressioni delle grandi case automobilistiche mondiali e contrastato le leggi locali che proponevano limiti molto più stringenti.
Gray ha detto ai giornalisti che «l’amministrazione Bush non si vergogna di non raggiungere gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto», ed ha detto di sperare che la dichiarazione finale della conferenza di Honolulu «sarà il documento leader sul quale si baserà il vertice dei G8 a luglio». Per l’Onu ha parlato Ivo de Boer, il segretario esecutivo dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfcc), che dal palco della conferenza ha risposto indirettamente all’ambasciatore Usa: «Il mondo nono può perdere altro tempo. Ora, tutti gli sforzi debbono essere concentrati su come affrontare sul terreno i negoziati sul cambiamento climatico, per essere pronti entro il 2009», quando a Copenaghen si terrà la conferenza internazionali sul clima per mettere in campo le misure per il post-Kyoto.
Alla International Climate Conference di Honolulu partecipano 150 delegati di 16 Paesi, l’Unione Europea e l’Onu, per discutere di sicurezza energetica e cambiamento climatico e la governatrice delle Havaii, Linda Lingle (nella foto), si è rivolta alle delegazioni chiedendo loro di condividere il motto delle isole: Ua mau ke ea o ka ´aina I ka pono (La vita della terra si perpetua nella giustizia).
«La nostra attuale situazione non è differente da quella del resto del mondo – ha detto la Lingle – ci troviamo di fronte alle spinte diverse di economia, sviluppo, crescita della popolazione, tecnologia. Non sono orgogliosa di dire che le Hawaii sono lo Stato più dipendente dal petrolio in America. Abbiamo anche le più alte tasse per i servizi degli Usa e i più alti costi per la benzina e per il trasporto dei combustibili. Ci sono anche molte piccole isole, il che vuol dire che attualmente abbiamo un ridotto potere politico di interconnessione».
Intervistato nel corso di una conferenza stampa a latere della seconda conferenza internazionale sul clima che si sta tenendo ad Honolulu, alle Hawaii, sotto il patrocinio del governo Usa, Boyden Gray, l’ambasciatore americano presso l’Unione Europea, ha difeso la politica del suo Paese sulla questione del riscaldamento globale, giudicando «ingiusta» l’accusa che in molti fanno agli Stati Uniti per la loro resistenza verso gli obblighi e gli impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra.
«Non è giusto etichettare gli Stati uniti come un Paese che si rifiuta di onorare i suoi impegni obbligatori – ha detto Gray commentando i contributi dell’Ue per la riduzione dei gas serra, rilevando anche che il governo americano opera «in maniera più aggressiva sul piano della protezione ambientale» a cominciare dal «progetto di legge energetica firmato dal presidente George W. Bush il mese scorso». Un progetto che, se è vero per la prima volta dopo 30 anni prevede norme sull’efficienza dei carburanti dei veicoli a motore, è anche vero che è stato pesantemente contestato da molti Stati Usa, ad iniziare dalla California del governatore repubblicano Arnold Schwarzenneger, perché Bush e l’Environmental protection agency avrebbero ceduto alle pressioni delle grandi case automobilistiche mondiali e contrastato le leggi locali che proponevano limiti molto più stringenti.
Gray ha detto ai giornalisti che «l’amministrazione Bush non si vergogna di non raggiungere gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto», ed ha detto di sperare che la dichiarazione finale della conferenza di Honolulu «sarà il documento leader sul quale si baserà il vertice dei G8 a luglio». Per l’Onu ha parlato Ivo de Boer, il segretario esecutivo dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfcc), che dal palco della conferenza ha risposto indirettamente all’ambasciatore Usa: «Il mondo nono può perdere altro tempo. Ora, tutti gli sforzi debbono essere concentrati su come affrontare sul terreno i negoziati sul cambiamento climatico, per essere pronti entro il 2009», quando a Copenaghen si terrà la conferenza internazionali sul clima per mettere in campo le misure per il post-Kyoto.
Alla International Climate Conference di Honolulu partecipano 150 delegati di 16 Paesi, l’Unione Europea e l’Onu, per discutere di sicurezza energetica e cambiamento climatico e la governatrice delle Havaii, Linda Lingle (nella foto), si è rivolta alle delegazioni chiedendo loro di condividere il motto delle isole: Ua mau ke ea o ka ´aina I ka pono (La vita della terra si perpetua nella giustizia).
«La nostra attuale situazione non è differente da quella del resto del mondo – ha detto la Lingle – ci troviamo di fronte alle spinte diverse di economia, sviluppo, crescita della popolazione, tecnologia. Non sono orgogliosa di dire che le Hawaii sono lo Stato più dipendente dal petrolio in America. Abbiamo anche le più alte tasse per i servizi degli Usa e i più alti costi per la benzina e per il trasporto dei combustibili. Ci sono anche molte piccole isole, il che vuol dire che attualmente abbiamo un ridotto potere politico di interconnessione».
Rapporto sull’avifauna europea: in forte calo le specie legate alle aree agricole
04/02/08 14:31
fonte:www.greenreport.it
E’ uscito a fine gennaio il rapporto “State of Europe’s Common birds 2007”, curato da BirdLife International European Bird Censis Council e la Royal Society for the Protection of Birds, che analizza l’andamento delle 124 specie più diffuse in Europa, quelle non concentrate su territori delimitati ma sparse sul territorio.
Secondo il rapporto, nei 20 Paesi europei presi in esame si evidenzia «un calo per 54 specie, un aumento per 28 specie e una stabilità per altre 27 specie. Delle 54 specie in calo, ben 33 sono tipiche degli ambienti agricoli, praticamente dimezzati in 25 anni. Il loro calo, in media, è stato del 44 per cento. A preoccupare è il declino marcato di specie una volta familiari in questo ambiente, come la Starna (nella foto), la Pavoncella e la Tortora.
Nella “top ten” delle specie più in crisi, quelle agricole hanno conquistato ben sei posti su dieci: la Cappellaccia è in calo del 95%, la Starna del 79%, il Torcicollo (-74%) la Tortora del 62%, la Pavoncella del 51% e il Verzellino (-41%). Tra le specie della “top ten” del declino, ma non tipiche dell’ambiente agricolo, troviamo il Picchio rosso minore (-81%), il Culbianco (-70%), l’Usignolo (-63%), la Cincia bigia alpestre (-58%)».
Altre specie sono invece in ripresa: Frosone (+658%), Balia dal collare (+182%), Corvo imperiale (+118%), Capinera (+82%), Poiana (+80%), Picchio nero (+77%), Colombaccio (+71%), Tortora dal collare orientale (+59%), Lui piccolo (+56%) e Picchio verde (+43%). Il rapporto fa parte del Pan European Common Bird Monitoring Schemes elaborato dall’European Bird Census Council, da BirdLife International, dalla britannica Royal Society for the Protection of Birds e da da Statistic Netherlands ed è costituito da un insieme di indicatori di biodiversità tra i più completi in Europa.
La Lipu spiega che «anche per l’Italia, come già evidenziato l’anno scorso dai dati finali del progetto MITO2000 curato da FaunaViva e Centro Italiano Studi Ornitologici, che ricalca sul versante nazionale l’impostazione del Pan European Common Bird Monitoring Schemes, la diminuzione delle specie agricole è molto marcata. Le specie più colpite in Italia sono la Rondine, il Balestruccio, il Beccamoschino, il Saltimpalo, l’Allodola, l’Averla piccola, la Ballerina bianca, i passeri (Passera d’Italia e Passera mattugia), sui quali la Lipu ha lanciato di recente il progetto “SOS passeri”, e lo Storno».
E’ uscito a fine gennaio il rapporto “State of Europe’s Common birds 2007”, curato da BirdLife International European Bird Censis Council e la Royal Society for the Protection of Birds, che analizza l’andamento delle 124 specie più diffuse in Europa, quelle non concentrate su territori delimitati ma sparse sul territorio.
Secondo il rapporto, nei 20 Paesi europei presi in esame si evidenzia «un calo per 54 specie, un aumento per 28 specie e una stabilità per altre 27 specie. Delle 54 specie in calo, ben 33 sono tipiche degli ambienti agricoli, praticamente dimezzati in 25 anni. Il loro calo, in media, è stato del 44 per cento. A preoccupare è il declino marcato di specie una volta familiari in questo ambiente, come la Starna (nella foto), la Pavoncella e la Tortora.
Nella “top ten” delle specie più in crisi, quelle agricole hanno conquistato ben sei posti su dieci: la Cappellaccia è in calo del 95%, la Starna del 79%, il Torcicollo (-74%) la Tortora del 62%, la Pavoncella del 51% e il Verzellino (-41%). Tra le specie della “top ten” del declino, ma non tipiche dell’ambiente agricolo, troviamo il Picchio rosso minore (-81%), il Culbianco (-70%), l’Usignolo (-63%), la Cincia bigia alpestre (-58%)».
Altre specie sono invece in ripresa: Frosone (+658%), Balia dal collare (+182%), Corvo imperiale (+118%), Capinera (+82%), Poiana (+80%), Picchio nero (+77%), Colombaccio (+71%), Tortora dal collare orientale (+59%), Lui piccolo (+56%) e Picchio verde (+43%). Il rapporto fa parte del Pan European Common Bird Monitoring Schemes elaborato dall’European Bird Census Council, da BirdLife International, dalla britannica Royal Society for the Protection of Birds e da da Statistic Netherlands ed è costituito da un insieme di indicatori di biodiversità tra i più completi in Europa.
La Lipu spiega che «anche per l’Italia, come già evidenziato l’anno scorso dai dati finali del progetto MITO2000 curato da FaunaViva e Centro Italiano Studi Ornitologici, che ricalca sul versante nazionale l’impostazione del Pan European Common Bird Monitoring Schemes, la diminuzione delle specie agricole è molto marcata. Le specie più colpite in Italia sono la Rondine, il Balestruccio, il Beccamoschino, il Saltimpalo, l’Allodola, l’Averla piccola, la Ballerina bianca, i passeri (Passera d’Italia e Passera mattugia), sui quali la Lipu ha lanciato di recente il progetto “SOS passeri”, e lo Storno».
Acqua, accordo Cina-Russia Putin: «Innalzare la protezione dell’ambiente al rango dei doveri fondamentali»
04/02/08 14:30
fonte:www.greenreport.it
Sono lontani gli anni degli scontri di confine sull’Amur (Nella foto) tra l’Armata rossa e l’Esercito popolare... Il ministro cinese degli affari esteri Yang Jiechi ed il ministro russo delle risorse naturali Yuri Trutnev hanno firmato un accordo per l’utilizzo e la protezione delle vie d’acqua transfrontaliere. Secondo la dichiarazione emessa a Pechino dalle delegazioni dei due Paesi, «l’accordo precisa il quadro, i contenuti ed i metodi della cooperazione bilaterale e fornisce le basi legali della cooperazione futura. L’accordo indica che i due Paesi sono entrati in una nuova fase di cooperazione nell’utilizzo e nella protezione dell’acqua, e permetterà di promuovere un partenariato strategico di cooperazione tra la Cina e la Russia».
Cina e Russia condividono circa 3.500 chilometri di corsi e specchi d’acqua transfrontalieri, tra i quali fiumi Amur (che i cinesi chiamano Heilongjiang), l’Ussuri (Wusuli), l’Ergun e il lago Khanka (Xingkai). Intanto a Mosca, nel corso di una riunione del consiglio di sicurezza della Russia, il vice primo ministro Dmitri Medvedev dice che «la qualità dell´ambiente deve figurare tra gli standards sociali russi consacrati giuridicamente. Malgrado l´esistenza di una legislazione speciale, questo non stimola il passaggio verso tecnologie ecologicamente efficaci rispettose della natura. La legislazione deve ormai assicurare una qualità ambientale soddisfacente, in quanto standard sociale».
Medvedev ha annunciato che emendamenti destinati alla protezione della natura ed a intensificare l’efficienza energetica dell’economia saranno introdotti nella legislazione russa prima della fine del 2008. L’impegno è condiviso dal presidente Putin che si appresta a diventare capo del governo non appena lascerà la sua poltrona attuale. «I compiti maggiori dell’attuale momento – ha detto Putin nella riunione - consistono, in primo luogo, nell’applicare integralmente e progressivamente le decisioni già adottate e, secondariamente, nel creare un sistema efficace di sicurezza ecologica nel Paese. Questo sistema deve poter neutralizzare in maniera efficace i fattori tecnici e antropogenici dell’inquinamento e permettere di far fronte ai nuovi problemi ed alle sfide che sorgeranno in questo campo. L´importanza di problemi ecologici – ha concluso il presidente russo – deve essere messa in evidenza e dobbiamo dar loro una soluzione costruttiva. Occorre innalzare la protezione dell’ambiente al rango dei doveri fondamentali e quotidiani degli amministratori a tutti i livelli».
Sono lontani gli anni degli scontri di confine sull’Amur (Nella foto) tra l’Armata rossa e l’Esercito popolare... Il ministro cinese degli affari esteri Yang Jiechi ed il ministro russo delle risorse naturali Yuri Trutnev hanno firmato un accordo per l’utilizzo e la protezione delle vie d’acqua transfrontaliere. Secondo la dichiarazione emessa a Pechino dalle delegazioni dei due Paesi, «l’accordo precisa il quadro, i contenuti ed i metodi della cooperazione bilaterale e fornisce le basi legali della cooperazione futura. L’accordo indica che i due Paesi sono entrati in una nuova fase di cooperazione nell’utilizzo e nella protezione dell’acqua, e permetterà di promuovere un partenariato strategico di cooperazione tra la Cina e la Russia».
Cina e Russia condividono circa 3.500 chilometri di corsi e specchi d’acqua transfrontalieri, tra i quali fiumi Amur (che i cinesi chiamano Heilongjiang), l’Ussuri (Wusuli), l’Ergun e il lago Khanka (Xingkai). Intanto a Mosca, nel corso di una riunione del consiglio di sicurezza della Russia, il vice primo ministro Dmitri Medvedev dice che «la qualità dell´ambiente deve figurare tra gli standards sociali russi consacrati giuridicamente. Malgrado l´esistenza di una legislazione speciale, questo non stimola il passaggio verso tecnologie ecologicamente efficaci rispettose della natura. La legislazione deve ormai assicurare una qualità ambientale soddisfacente, in quanto standard sociale».
Medvedev ha annunciato che emendamenti destinati alla protezione della natura ed a intensificare l’efficienza energetica dell’economia saranno introdotti nella legislazione russa prima della fine del 2008. L’impegno è condiviso dal presidente Putin che si appresta a diventare capo del governo non appena lascerà la sua poltrona attuale. «I compiti maggiori dell’attuale momento – ha detto Putin nella riunione - consistono, in primo luogo, nell’applicare integralmente e progressivamente le decisioni già adottate e, secondariamente, nel creare un sistema efficace di sicurezza ecologica nel Paese. Questo sistema deve poter neutralizzare in maniera efficace i fattori tecnici e antropogenici dell’inquinamento e permettere di far fronte ai nuovi problemi ed alle sfide che sorgeranno in questo campo. L´importanza di problemi ecologici – ha concluso il presidente russo – deve essere messa in evidenza e dobbiamo dar loro una soluzione costruttiva. Occorre innalzare la protezione dell’ambiente al rango dei doveri fondamentali e quotidiani degli amministratori a tutti i livelli».
Greenpeace e scienziati Usa e canadesi: «Attenti all’acquacoltura e al ciclo dell’azoto»
04/02/08 14:29
fonte:www.greenreport.it
Greenpeace ha presentato al Seafood Summit 2008, la fiera mondiale dell’acquacoltura che si è appena conclusa a Barcellona, un rapporto, elaborato dai suoi esperti dell’università di Exeter, che evidenzia i rischi degli attuali metodi di allevamento di pesci e crostacei. Il Rapporto indica non solo i problemi ma anche possibili soluzioni perché «l’acquacoltura la smetta di fare disastri e si caratterizzi come un sistema di produzione a misura d’uomo».
«Oggi – spiega il rapporto - l’acquacoltura è il comparto della produzione alimentare (di origine animale) con la crescita maggiore e fornisce il 43% del pesce per uso alimentare. La crescita è stata notevole sia per numero di specie allevate (il 97% delle specie allevate oggi (circa 430 specie, quindi) sono state addomesticate solo negli ultimi 100 anni) che per quantità di prodotto: i dati FAO affermano che dal 2000 al 2005 la produzione mondiale di acquacoltura è passata da 35,5 a 47,8 milioni di tonnellate (Mt) con un incremento del 34,65% che è stato maggiore per le specie d’acqua dolce (da 21,2 a 28,9 Mt: +36,32%) rispetto a quelle di mare (da 15,4 a 18,9 Mt: + 32,17%)». Alessandro Giannì, responsabile della campagna mare di Greenpeace, spiega che «Oggi, l’acquacoltura non è la panacea che molti indicano per risolvere il problema dei rifornimenti di pesce, diminuiti a causa dalla pesca eccessiva. In tutto il mondo, l’acquacoltura spesso causa inquinamento, usa sostanze chimiche e farmaceutiche pericolose e viola i diritti umani, compresa la sicurezza dei lavoratori».
Uno dei problemi sarebbe la farina di pesce, dalla quale l’acquacoltura è dipendente per fornire cibo alle specie ittiche pregiate che finiscono sui mercati più ricchi: «Per ‘produrre’ un chilo di pesce d’acquacoltura sono necessari mediamente tra 2,5 e 5 kg di pesce trasformato in farina o olio – spiega il rapporto - Per alcune specie, il consumo è molto maggiore: per ingrassare di un chilogrammo un tonno in uno dei troppi impianti del Mediterraneo, si impiegano mediamente 20 kg di pesce scongelato. In altre parole, spesso l’acquacoltura inasprisce il problema della pesca eccessiva che, in teoria, dovrebbe risolvere».
Gli allevamenti più impattanti sarebbero quello dei gamberi tropicali, del salmone, del tonno rosso del Mediterraneo e della tilapia un pesce tropicale di acqua dolce.
Il rapporto si chiude con alcune raccomandazioni di Greenpeace che «non considera sostenibile l’allevamento di specie con mangimi contenenti farina o olio di pesce che deriva da una pesca non sostenibile. In ogni caso, l’uso di questi mangimi non è sostenibile se il rapporto di conversione (tra mangime usato e pesce prodotto) è inferiore ad uno e c’è quindi una perdita di proteine animali. Dovrebbero essere utilizzati mangimi provenienti da produzioni agricole sostenibili e i grassi omega 3 dovrebbero derivare da prodotti vegetali». Greenpeace non considera sostenibile l’acquacoltura che produce, con scarichi e reflui,
impatti negativi sull’ambiente circostante. Occorre incentivare l’uso di sistemi chiusi. Pollice verso anche per l’acquacoltura che causa effetti negativi alla flora e fauna locale o rappresenta un rischio per le popolazioni selvatiche, per quella che dipende dalla raccolta di esemplari giovanili per l’allevamento. Gli ambientalisti chiedono che sia vietato l’allevamento di pesci transgenici e che la densità degli allevamenti sia tale da minimizzare il rischio e la trasmissione di malattie, minimizzando necessità di trattamenti farmacologici. Greenpeace non considera sostenibile l’acquacoltura che distrugge o erode le risorse locali, come l’acqua potabile o le foreste a mangrovie, minaccia la salute umana, non assicura il benessere economico e sociale delle comunità locali.
Al rapporto di Greenpeace viene oggi un altro sostegno scientifico: in un articolo pubblicato su “Nature Geoscience”, Roxane Maranger e Nina Caraco dell’università di Montreal spiegano che gli impianti di acquacoltura alterano il ciclo dell’azoto e sono tra i responsabili del declino della qualità delle acque costiere. Lo studio, curato da ricercatori Usa e canadesi, ha esaminato per la prima volta 58 regioni costiere del pianeta ed evidenzia come la mancanza di una gestione sostenibile possa avere estese conseguenze sugli ecosistemi.
I ricercatori spiegano che «Il pesce accumula azoto come biomassa, e quando gli esseri umani lo pescano per consumarlo, riportano parte di questo azoto terrestre alla terraferma. Sebbene l’azoto sia essenziale per animali e piante che vivono negli oceani, il trasferimento di azoto operato dall’uomo dalla terraferma verso gli oceani ha determinato un innalzamento brusco dei livelli di questo elemento nelle acque costiere nell’ultimo decennio. I fertilizzanti ricchi di azoto finiscono poi nei mari, attraverso i fiumi. I resti di fertilizzanti rappresentano una significativa fonte di inquinamento da azoto per molte regioni costiere in tutto il mondo».
Secondo il rapporto, 40 anni fa «gli allevamenti di pesce rimuovevano circa il 60% dell’azoto presente negli oceani costieri che proveniva da fertilizzanti. Oggi questa percentuale è scesa al 20%». E Maranger spiega che «dal punto di vista storico non è una buona notizia. L’aumento dei livelli di azoto negli ecosistemi costieri in tutto il mondo ha come effetto l’eccessiva crescita vegetale la mancanza di ossigeno, nonché la drastica riduzione della qualità dell’acqua e delle popolazioni di pesci e di altri animali».
Greenpeace ha presentato al Seafood Summit 2008, la fiera mondiale dell’acquacoltura che si è appena conclusa a Barcellona, un rapporto, elaborato dai suoi esperti dell’università di Exeter, che evidenzia i rischi degli attuali metodi di allevamento di pesci e crostacei. Il Rapporto indica non solo i problemi ma anche possibili soluzioni perché «l’acquacoltura la smetta di fare disastri e si caratterizzi come un sistema di produzione a misura d’uomo».
«Oggi – spiega il rapporto - l’acquacoltura è il comparto della produzione alimentare (di origine animale) con la crescita maggiore e fornisce il 43% del pesce per uso alimentare. La crescita è stata notevole sia per numero di specie allevate (il 97% delle specie allevate oggi (circa 430 specie, quindi) sono state addomesticate solo negli ultimi 100 anni) che per quantità di prodotto: i dati FAO affermano che dal 2000 al 2005 la produzione mondiale di acquacoltura è passata da 35,5 a 47,8 milioni di tonnellate (Mt) con un incremento del 34,65% che è stato maggiore per le specie d’acqua dolce (da 21,2 a 28,9 Mt: +36,32%) rispetto a quelle di mare (da 15,4 a 18,9 Mt: + 32,17%)». Alessandro Giannì, responsabile della campagna mare di Greenpeace, spiega che «Oggi, l’acquacoltura non è la panacea che molti indicano per risolvere il problema dei rifornimenti di pesce, diminuiti a causa dalla pesca eccessiva. In tutto il mondo, l’acquacoltura spesso causa inquinamento, usa sostanze chimiche e farmaceutiche pericolose e viola i diritti umani, compresa la sicurezza dei lavoratori».
Uno dei problemi sarebbe la farina di pesce, dalla quale l’acquacoltura è dipendente per fornire cibo alle specie ittiche pregiate che finiscono sui mercati più ricchi: «Per ‘produrre’ un chilo di pesce d’acquacoltura sono necessari mediamente tra 2,5 e 5 kg di pesce trasformato in farina o olio – spiega il rapporto - Per alcune specie, il consumo è molto maggiore: per ingrassare di un chilogrammo un tonno in uno dei troppi impianti del Mediterraneo, si impiegano mediamente 20 kg di pesce scongelato. In altre parole, spesso l’acquacoltura inasprisce il problema della pesca eccessiva che, in teoria, dovrebbe risolvere».
Gli allevamenti più impattanti sarebbero quello dei gamberi tropicali, del salmone, del tonno rosso del Mediterraneo e della tilapia un pesce tropicale di acqua dolce.
Il rapporto si chiude con alcune raccomandazioni di Greenpeace che «non considera sostenibile l’allevamento di specie con mangimi contenenti farina o olio di pesce che deriva da una pesca non sostenibile. In ogni caso, l’uso di questi mangimi non è sostenibile se il rapporto di conversione (tra mangime usato e pesce prodotto) è inferiore ad uno e c’è quindi una perdita di proteine animali. Dovrebbero essere utilizzati mangimi provenienti da produzioni agricole sostenibili e i grassi omega 3 dovrebbero derivare da prodotti vegetali». Greenpeace non considera sostenibile l’acquacoltura che produce, con scarichi e reflui,
impatti negativi sull’ambiente circostante. Occorre incentivare l’uso di sistemi chiusi. Pollice verso anche per l’acquacoltura che causa effetti negativi alla flora e fauna locale o rappresenta un rischio per le popolazioni selvatiche, per quella che dipende dalla raccolta di esemplari giovanili per l’allevamento. Gli ambientalisti chiedono che sia vietato l’allevamento di pesci transgenici e che la densità degli allevamenti sia tale da minimizzare il rischio e la trasmissione di malattie, minimizzando necessità di trattamenti farmacologici. Greenpeace non considera sostenibile l’acquacoltura che distrugge o erode le risorse locali, come l’acqua potabile o le foreste a mangrovie, minaccia la salute umana, non assicura il benessere economico e sociale delle comunità locali.
Al rapporto di Greenpeace viene oggi un altro sostegno scientifico: in un articolo pubblicato su “Nature Geoscience”, Roxane Maranger e Nina Caraco dell’università di Montreal spiegano che gli impianti di acquacoltura alterano il ciclo dell’azoto e sono tra i responsabili del declino della qualità delle acque costiere. Lo studio, curato da ricercatori Usa e canadesi, ha esaminato per la prima volta 58 regioni costiere del pianeta ed evidenzia come la mancanza di una gestione sostenibile possa avere estese conseguenze sugli ecosistemi.
I ricercatori spiegano che «Il pesce accumula azoto come biomassa, e quando gli esseri umani lo pescano per consumarlo, riportano parte di questo azoto terrestre alla terraferma. Sebbene l’azoto sia essenziale per animali e piante che vivono negli oceani, il trasferimento di azoto operato dall’uomo dalla terraferma verso gli oceani ha determinato un innalzamento brusco dei livelli di questo elemento nelle acque costiere nell’ultimo decennio. I fertilizzanti ricchi di azoto finiscono poi nei mari, attraverso i fiumi. I resti di fertilizzanti rappresentano una significativa fonte di inquinamento da azoto per molte regioni costiere in tutto il mondo».
Secondo il rapporto, 40 anni fa «gli allevamenti di pesce rimuovevano circa il 60% dell’azoto presente negli oceani costieri che proveniva da fertilizzanti. Oggi questa percentuale è scesa al 20%». E Maranger spiega che «dal punto di vista storico non è una buona notizia. L’aumento dei livelli di azoto negli ecosistemi costieri in tutto il mondo ha come effetto l’eccessiva crescita vegetale la mancanza di ossigeno, nonché la drastica riduzione della qualità dell’acqua e delle popolazioni di pesci e di altri animali».