02 dicembre 2007

CLIMA: BALI;APPELLO 200 SCIENZIATI,NON C'E' TEMPO DA PERDERE

(ANSA) - ROMA - Passare presto all'azione per affrontare l'emergenza clima, perche' ''non c'e' tempo da perdere''. Questo l'appello lanciato oggi in occasione del vertice di Bali da oltre 200 scienziati, il gotha dei climatologi a livello mondiale, su iniziativa del Climate Change Research Centre dell'Universita' New South Wales di Sydney, in Australia. L'obiettivo e' quello di ''creare un ponte fra il mondo della conoscenza e il mondo politico'' spiega Vincenzo Artale, uno dei firmatari dell'appello, esperto dell'Enea e tra gli autori principali del dossier del Comitato intergovernativo per i mutamenti climatici (Ipcc). ''Viviamo in un mondo arcaico dal punto di vista energetico - afferma Artale - rispetto alle tecnologie esistenti''. Quali i punti chiave dell'appello? A Bali occorre partire ora con i negoziati da concludere entro il 2009, per raggiungere un nuovo accordo equo ed efficace. I target considerati minimi dal nuovo trattato sono il contenimento del riscaldamento globale entro i due gradi rispetto all'epoca pre-industriale, il che significa un taglio entro il 2050 del 50% delle emissioni di CO2 (considerando il livello del 1990), con consistenti riduzioni gia' nei prossimi dieci, quindici anni. (ANSA). Y62

CLIMA: ALLARME COSTE, 150 MILIONI SOTT'ACQUA AL 2070

(ANSA) - ROMA - Allarme inondazioni lungo le coste del Pianeta. Da qui al 2070 almeno 150 milioni di persone rischiano di finire sott'acqua per gli uragani sempre piu' potenti e per l'innalzamento del livello del mare, piu' di tre volte del numero attualmente esposto al rischio. E i costi saranno parabolici: 35 mila miliardi di dollari contro i 400 miliardi di oggi. Sotto minaccia soprattutto le grandi citta' costiere dell'Asia ma anche Miami e New York. I numeri dell'emergenza sono contenuti nel rapporto pubblicato dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) reso noto oggi in occasione della 2/a giornata della 13/a Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici in corso a Bali, in Indonesia, fino al 14 dicembre, che riunisce 190 paesi e vede la partecipazione di 10.000 persone.

E da Bali arriva la notizia che sono due le decisioni gia' prese dai delegati: la prima riguarda la creazione di un gruppo di lavoro con il compito di stabilire un calendario per i negoziati dopo Bali; la seconda ha dato mandato a uno dei due organismi permanenti della Convenzione sui cambiamenti climatici di monitorare la buona riuscita del trasferimento di tecnologie dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo. E mentre si cerca la strada per il post Kyoto e si cerca di vincolare la riduzione dei gas serra, le notizie sulle emergenze planetarie sono sempre piu' preoccupanti, come emerge dallo studio Ocse sulle inondazioni. Nove delle dieci citta' piu' a rischio, si afferma nel rapporto, sono asiatiche. Insieme a loro Miami, in Florida, al 9/o posto. In testa alla classifica Calcutta e Bombay (India), Dacca (Bangladesh) e Canton (Cina), Ho Chi Minh City (Vietnam), Shangai (Cina), Bangkok (Thailandia), Rangoon (Birmania), quindi Miami e, 10/a, Wai Phong (Vietnam). New York e' 17/a nella classifica del rischio.

Per quanto riguarda le perdite economiche, il 90% dei danni e' concentrato in una ventina di citta' di otto paesi (Cina, Usa, India, Giappone, Olanda, Thailandia, Vietnam e Bangladesh): Miami e Canton sono in testa per i costi dell'emergenza ma in classifica per perdite economiche all'8/o posto Tokyo, Hong Kong (9/a), New Orleans (12/a) seguiti da Amsterdam e Rotterdam. Il rapporto si fonda su un'ipotesi di innalzamento del livello degli oceani di 50 centimetri al 2070. Emergenze ambientali che significano anche esodi di massa. ''E' urgente riconoscere la categoria degli sfollati ambientali nei trattati internazionali e investire nella mitigazione dell' effetto serra nei Paesi piu' poveri'', ha detto Legambiente. L'associazione ha ricordato che l'ultimo rapporto dell'Ipcc (Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici) afferma che entro la meta' di questo secolo 200 milioni di persone rischiano di diventare permanentemente sfollati per cause ambientali. (ANSA).

Ma intanto il Tar boccia il parco eolico di Sepino

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Il 2008 sarà anche l’anno delle Regioni chiamate a responsabilizzarsi nei confronti degli obiettivi di Kyoto e quindi sulle rinnovabili. Intanto però arriva oggi l’ennesima mazzata su un progetto per un parco eolico che era già stato autorizzato dalla Regione, in questo caso Il Molise.

Il Tar del Molise ha infatti accolto la richiesta di sospensiva dei lavori della centrale eolica (16 torri di 126 metri di altezza) che avrebbe dovuto essere istallata lungo 4 chilometri di crinali dei Monti del Sannio.

Il Tribunale amministrativo ha dato ragione ai ricorsi presentati da Italia Nostra, dalla Coldiretti del Molise e dalla Provincia di Campobasso, appoggiata anche dal ministero dei Beni culturali.
Mentre infatti il ministro Rutelli si era schierato contro il progetto che insisteva in un’area vicina agli scavi archeologici di Saepinum, la Regione Molise aveva dato il proprio via libera.

Al di là del merito della vicenda, che non conosciamo nei particolari, si tratta dell’ennesima occasione persa sul fronte delle rinnovabili, E ripetiamo, poco importa se l’occasione sia stata persa per l’imperizia nell’avallare un progetto eolico in un luogo non deputato, o se sia dovuto all’ennesima pervicace dimostrazione Nimby.

«Un insediamento devastante per i ritrovamenti archeologici di Saepinum e per il paesaggio della transumanza della valle del Tamaro percorsa dall’intatto tratturo di Pescasseroli-Candela» grida intanto con soddisfazione Italia Nostra, che ricorda anche che «il World monuments fund ha individuato fra i quattro beni culturali italiani in grave pericolo proprio il paesaggio della transumanza».

Italia Nostra chiede quindi alla Regione Molise «di farsi parte attiva nel vincolare paesisticamente la conca montana del Tammaro, oggi minacciata anche da una discarica campana che con un’attenta cura del territorio si sarebbe potuta evitare. La soluzione del problema sta nella delocalizzazione di quel sito, come da tempo sostengono tutte le Associazioni ambientaliste e di tutela molisane».
Affinché il 2008 sia davvero l’anno delle Regioni e delle rinnovabili è quindi necessario che le regioni abbiano gli strumenti per decidere in modo corretto senza il rischio poi di dover ricominciare daccapo l’iter autorizzativo.

Green Jobs, come aumentano le industrie verdi

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Il nuovo studio “Green Jobs: Can the Transition to Environmental Sustainability Spur New Kinds and Higher Levels of Employment?”, pubblicato dall’Unep in collaborazione con l´Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e la Confederazione sindacale internazionale (Ituc), rivela che la sfida del cambiamento climatico presenta anche delle opportunità per nuove industrie e nuovi lavori.

Secondo il direttore dll’Unep Achim Steiner (Nella foto) «Milioni di nuovi posti di lavoro fanno parte delle opportunità della lotta contro il cambiamento climatico. La nuova ricerca rivela che questi lavori non sono solamente per le classi medie “gli impiegati verdi”, ma anche per i lavoratori dei settori delle costruzioni, della forestazione sostenibile e dell´agricoltura, ma anche per l’ingegneria e i trasporti. Verso un’economia mondiale che salvaguardi le nostre risorse naturali e produca meno gas serra, ma che ristabilisca ugualmente i valori ambientali».

Il rapporto finale sarà pubblicato all’inizio del 2008, ma alcuni dati sui lavori verdi sono già disponibili: negli Usa, l’industria ambientale ha prodotto più di 5,3 milioni di posti di lavoro nel 2005, 10 volte il numero di impiegati nell’industria farmaceutica statunitense; i programmi per le energie rinnovabili in Germania e Spagna in dieci anni hanno creato molte centinaia di migliaia di posti di lavoro, a Delhi, in India, è in corso l’introduzione di nuovi autobus a gas naturale, con la creazione di 18.000 nuovi impieghi, il programma etanolo del Brasile ha prodotto milioni di posti di lavoro e il biodisel sta fornendo maggiori entrate a centinaia di migliaia di famiglie di agricoltori; entro il 2020, la Germania avrà più impiegati nel settore delle tecnologie ambientali che in tutta l’industria automobilistica; in Europa, un aumento del 20% dell’efficienza energetica creerebbe circa un milione di posti di lavoro e lo stesso accadrebbe nei Paesi emergenti e in quelli in via di sviluppo; la Cina è il leader mondiale del solare termico, con guadagni intorno ai 2,5 miliardi nel 2005, più di mille industrie cinesi del settore impiegano oltre 150 mila persone e, vista la crescita della domanda mondiale, il post di lavoro dovrebbero aumentare ancora.

«La transizione é incoraggiata dall’attuale accordo di Kyoto sul clima con i suoi meccanismi di sviluppo sulle emissioni di carbonio e l’anticipazione di più profonde e più decisive riduzioni di emissioni post 2012 – spiega Steiner – Un altro fattore é l’evoluzione delle relazioni tra I protettori dell’ambiente, I sindacati dei lavoratori e I dirigenti d´industria, sospettosi che la regolamentazione ambientale sia cattiva per le imprese e per il lavoro, che spingono verso una cooperazione fondata sul mutuo interesse. Le nuove industrie per indirizzare il cambiamento climatico saranno alla testa del settore "cleantech"».

Un nuovo rapporto sulla finanza sostenibile dell’Unep prevede che gli investimenti nelle energie rinnovabili raggiungeranno i 100 miliardi di dollari, il 18% dei nuovi investimenti energetici. Secondo l’economista americano Roger Bezdek con politiche e investimenti nella ricerca e lo sviluppo delle energie rinnovabili le industri che lavorano nell’efficienza energetica potrebbero creare 40 milioni di posti di lavoro negli Usa entro il 2030.

«Senza un sistema forte e decisivo di riduzione delle emissioni, le fondamenta che stiamo gettando oggi potrebbero essere senza conseguenze domani – dice Steiner - Dobbiamo cambiare le sovvenzioni, le strutture fiscali ed I metodi di compatibilità che permettono la “esternalizzazione” dei gravi impatti ambientali per fare i modo che siano presi in conto nel costo d’impresa sul pianeta».

L’Unep collabora con l´Organizzazione internazionale del lavoro per l’iniziativa "Green Jobs", che chiede uno sforzo concertato di governi, lavoratori e sindacati per promuovere impieghi ambientalmente sostenibili, così come uno sviluppo mondiale che si opponga al cambiamento climatico. Peter Poschen, specialista dell’Ilo per lo sviluppo sostenibile, ha detto che «Adattarsi ai cambiamenti climatici ed attenuarli necessiterà di una transizione verso un nuovo modo di produzione, di consumo e di lavoro. Ci sono grandi opportunità per creare posti di lavoro grazie a politiche energetiche e di industrializzazione che permettono di ridurre l’impronta ambientale. Questi impieghi possono fornire un lavoro decente e delle entrate che contribuiranno ad una crescita economica sostenibile e ad una riduzione della povertà. Sono al centro della linea positiva che deve essere stabilita tra il cambiamento climatico e lo sviluppo. Nello stesso modo, i principali investimenti per adattarsi al cambiamento climatico potranno fornire nuovi e migliori impieghi per le persone vulnerabili che ne hanno più bisogno».

Per Lucien Royer, direttore per la salute, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile dell’Ituc «L´approccio di "Green Jobs" di fronte ai cambiamenti climatici incarna elementi positivi per la cooperazione tripartita tra governi, lavoratori e sindacati per sostenerne la politica e l’azione. Inoltre, crea una base per sviluppare “Just Transition” i programmi per I lavoratori che saranno spostati a causa del cambiamento e per rinforzare l´impegno dei lavoratori insieme ai sindacati per aiutare a raggiungere gli obiettivi climatici nei luoghi di lavoro».

Le due dimensioni della vulnerabilità: chi ci guadagna con Bali (se va bene)

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I nuovi dati disponibili, a partire dagli indici compositi che intrecciano dati geografici sul cambiamento climatico e quelli energetici, permettono di comprendere meglio come i vari Paesi possono reagire (con politiche, progetti ed atti concreti) di fronte ai trattati internazionali che regolano e regoleranno le emissioni di gas serra.
La Banca Mondiale ha presentato a Bali il documento di lavoro “Country stakes in climate change negotiations : two dimensions of vulnerability” sulle politiche di sviluppo che classifica i Paesi dal punto di vista della loro vulnerabilità, secondo due criteri: la vulnerabilità alla fonte, che prende in considerazione l’accesso ai combustibili fossili e alle energie rinnovabili, ma anche la possibile importanza delle tensioni sull’occupazione o i guadagni risultanti da una tassazione (di qualsiasi tipo) sulle emissioni di CO2; la vulnerabilità agli impatti della modificazione del clima o la predisposizione ai rischi climatici ed agli effetti dell’innalzamento del livello del mare.

Uwe Deichmann, coautore del documento e specialista per l’ambiente del gruppo di ricerca sullo sviluppo della Banca Mondiale, spiega che «Il nostro lavoro permette di dire che la concertazione régionale è sufficiente per non escludere la possibilità di adottare delle strategie per la regione. Le popolazioni sono in generale molto più esposte ad episodi metereologici estremi nell’Asia del sud e dell’est che nel Medio-Oriente e in Africa del Nord. Tuttavia, l’interesse per un protocollo mondiale varia talvolta di molto da un Paese all’altro all’interno di una stessa regione, è sommamente auspicabile di personalizzare gli approcci. Molti microstudi sono pervenuti alle stesse conclusioni».

Lo studio evidenzia che sono soprattutto indispensabili meccanismi perequativi e compensativi per avviare negoziati con il gruppo dei Paesi poco interessati ad un protocollo mondiale e che hanno già un elevato livello di emissioni di gas serra. Recenti valutazioni della Banca Mondiale mostrano come con l’innalzamento di un metro del livello del mare avrebbe «delle conseguenze importanti nel mondo in via di sviluppo, 56 milioni di abitanti di 84 paesi rischiano di diventare dei rifugiati ecologici».

In termini di popolazione, i 10 Paesi o Territori più colpiti nel mondo saranno: Vietnam, Egitto, Mauritania, Suriname, Guyana, Guyana francese, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Bahamas e Benin. Sono quelli che hanno più interesse che da Bali esca un accordo per il post-Kyoto e politiche concrete e rapide di adattamento al global warming. Si stima che in Vietnam un innalzamento di un metro del livello del mare costringerebbe allo spostamento del 10,8 % della popolazione, con la devastazione del delta del Mekong e del Fiume Rosso.

In Egitto il Nilo subirebbe le stesse conseguenze: sarebbe colpito il 10,5 % della popolazione ed un quarto del suo delta sarebbe inondato dall’acqua salata. Nell’Asia del sud ad essere il più colpito é già oggi il Bangladesh, che rischia di perdere molto del suo territorio costiero. La protezione del litorale e lo spostamento nell’entroterra della strutture più vulnerabili devono far parte dei piani di adattamento all’innalzamento dei livelli del mare, che sarà graduale ma che già oggi espone le coste a sempre più frequenti inondazioni durante maree e tempeste.

«Alcuni Paesi hanno cominciato a preparare piani di adattamento – dice Susmita Dasgupta, l’economista principale del gruppo di ricerca sullo sviluppo della Banca Mondiale – ma bisogna dinamizzare il processo. Speriamo che le informazioni fornite con questo documento incitino ad agire più rapidamente su questo fronte».

Sprechi d´acqua, ora c´è un premio per i virtuosi

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BOLOGNA. Promuovere il buon esempio. Dare visibilità alle esperienze migliori che dimostrano come sia possibile evitare gli sprechi di acqua e dell’energia necessaria per utilizzarla. Questi gli obiettivi della prima edizione del premio nazionale “Pianeta Acqua. Azioni virtuose e buone pratiche per l’utilizzo razionale dell’acqua” promosso da Regione Emilia Romagna e dal Forum nazionale per il risparmio e la conservazione della risorsa idrica, con il sostegno di Ferderutility.

L’acqua è un bene comune prezioso e per fortuna il tema si è imposto anche sullo scenario politico internazionale e nazionale. Tra l’altro mai come quest’anno l’argomento acqua ha trovato spazio su media: cambiamenti climatici, siccità, sprechi della risorsa, modalità di gestione, fiumi in secca... tutti argomenti collegati che impongono una svolta ecologica, culturale e tecnologica, che ponga al primo posto la conservazione e l’uso razionale di questa risorsa non proprio inesauribile.

«Per fortuna non siamo all’anno zero nel campo dell’innovazione e tante sono le esperienze positive realizzate anche in Italia - dichiarano gli organizzatori - La loro conoscenza e valorizzazione sono fondamentali affinché in tempi rapidi l’azione virtuosa si diffonda sempre più e faccia dell’Italia un paese all’avanguardia in questo campo. Per questo è stato promosso il premio». Saranno valutate sia esperienze concrete di risparmio idrico nei vari settori di utilizzo (civile, industriale e agricolo) sia esperienze di educazione e comunicazione per sensibilizzare le giovani generazioni e tutti i cittadini ad un consumo più consapevole. Una sezione del premio è dedicata alle esperienze di solidarietà internazionale.

Il premio “Pianeta Acqua” è rivolto a istituzioni, public utility, aziende, associazioni, centri di educazione ambientale, Ong, scuole, agenzie di pubblicità e altri soggetti che hanno realizzato azioni finalizzate al risparmio e alla conservazione dell’acqua. La giuria presieduta da Pier Francesco Ghetti vede la presenza, tra gli altri, di Gaetano Benedetto, Pietro Laureano, Giorgio Pineschi, Ermete Realacci. La scadenza per partecipare al concorso è fissata al 31 gennaio.

Stazioni radio base, le distanze non le decidono i comuni

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di Eleonora Santucci
La fissazione di limiti di emissione e l’individuazione di una distanza minima delle stazioni radio base da particolari tipologie di insediamenti abitativi, non può essere esercitata autonomamente dal comune, anche se preordinata a garantire la tutela della pubblica salute: lo afferma il Consiglio di Stato con sentenza di questo novembre.

La vicenda ha inizio nel 2000, quando il comune di Roma ha modificato le procedure per il rilascio di autorizzazioni e concessioni edilizie relative all’istallazione degli impianti per reti di telefonia radiomobile e degli impianti di trasmissione radiofonica e televisiva. Il comune ha fissato limiti diversi da quelli previsti dalla normativa statale limitando di fatto l’installazione di tali impianti.

Il Consiglio di stato ha ritenuto però la decisione comunale illegittima, perché il comune ha invaso le competenze statali e regionali e si è discostato dai criteri di valore indicati dallo Stato.

La legge quadro sulla protezione della popolazione dalle esposizioni a campi elettromagnetici assegna infatti allo Stato il compito di determinare mediante l’emanazione di appositi decreti, i limiti di esposizione, i valori di attenzione, gli obiettivi di qualità, le tecniche di misurazione e di rilevamento dell’inquinamento, i parametri per la prevenzione delle fasce di rispetto per gli elettrodotti, nonché la promozione di ricerca e di sperimentazione tecnico-scientifica, l’istituzione del catasto nazionale delle sorgenti fisse e mobili e dei campi elettromagnetici e magnetici oltre che la determinazione dei criteri di elaborazione dei piani di risanamento. Alla regione riserva precise competenze da esercitare sempre nel rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione, degli obiettivi di qualità, dei criteri e delle modalità fissate dallo stato.

La stessa legge prevede che invece i comuni possano adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti per minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. Ma naturalmente nel rispetto dei limiti statali che neanche con strumenti urbanistici o edilizi possono essere violati.

A tale proposito il Consiglio ritiene infatti che l’adozione del generalizzato divieto di installazione delle stazioni-radio base in tutte le zone territoriali residenziali o l’introduzione di misure che, pur essendo tipicamente urbanistiche (distanze, altezze, ecc…) non siano funzionali al governo del territorio, quanto piuttosto alla tutela dai rischi dell’elettromagnetismo costituiscano una deroga ai limiti statali.

La determinazione di profili di tutela della salute infatti - continua il Consiglio di Stato - spetta allo Stato, non alle regioni, tanto meno ai comuni, i quali nel regolare l’uso del proprio territorio devono comunque rispettare le esigenze della pianificazione nazionale e non adottare le misure che siano tali da ostacolare in modo ingiustificato o impedire l’insediamento degli impianti di telecomunicazione.

Fra sostenibilità e partecipazione

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LIVORNO. La storia, non solo quella recente, dimostra che cambiamenti e modernità si possono affermare anche senza essere guidati e/o voluti.
Il che dimostra che le parole "cambiamento", "nuovo", "modernità", non hanno obbligatoriamente e sempre un segno positivo. Il dogma della seconda Repubblica, nuovo uguale migliore, è stato smentito. Naturalmente, come sempre, si tratta di vedere per chi, ma certamente è stata smentita la sua presunta neutralità. Nel nuovo affermatosi in oltre un quindicennio, come sempre, c´è chi ha guadagnato e chi ha perso.

Politica e partiti sono cambiati, certamente. Ognuno può valutare se (e quali) sono cambiati in peggio o in meglio. Anche la società, ovviamente, è cambiata radicalmente.

L´epicentro del cambiamento e della modernità, insieme alla globalizzazione, è rappresentato dalla individualizzazione e dalla segmentazione parossistica della società.

Perché mai questo mutamento profondo, se non epocale, dovrebbe aver lasciato indenne e intonsa la qualità dei movimenti della società? Per quale motivo ciò che si muove nella società, in questa società, non dovrebbe riflettere la segmentazione e l´individualizzazione? E perché ciò che replica segmentazione e individualizzazione non dovrebbe essere oggetto di discrimine nell’assegnare valori e disvalori?
E ancora. Non c´è solo la storia a ricordarcelo, c´è anche la cronaca: perché mai la partecipazione dovrebbe avere sempre le stigmate delle cause giuste?

Come si valuta l´adesione, e perfino "l´internità" della destra populista ai movimenti e ai conflitti locali, tanto da ipotizzare di farsi rappresentare anche elettoralmente da questi? Davvero questi ultimi dovrebbero essere considerati antagonisti a prescindere? Antagonisti a cosa e a chi?

L´ambiente, si dice, è un tema trasversale.
La salvaguardia ambientale, forse.
La sostenibilità ambientale certamente no!

La sostenibilità (Stern ha qualcosa a che fare con la Banca mondiale) impone il progetto di una riconversione ecologica dell´economia, pena il segare il ramo su cui essa stessa siede. Un progetto mastodontico che pretende una gigantesca riallocazione delle risorse economiche che non può avere in nessun modo un segno di neutralità sociale.

Ecco che allora appare più chiaro, o almeno dovrebbe, che la spirale perversa Cesarismo-populismo non riguarda solo la destra. Riguarda in pieno la sinistra. Di più! Riguarda più la sinistra non liberale di quella moderata.
Infatti, mentre la sinistra moderata ha definitivamente introiettato la dimensione liberale – anche nobilmente liberale - (casomai la cosa curiosa è che viene definita "nuova" ), la sinistra non liberale non riesce a superare la dimensione "radicale" e "antagonista" e perciò non riesce a darsi né un progetto né un orizzonte.

Osserviamola, questa sinistra, non a caso sedicente radicale e antagonista ma non sedicente alternativa. Osserviamola sui territori. Osserviamola nelle scelte sui territori dove fa parte delle maggioranze di governo, ma anche dove sta all’opposizione. Osserviamola e vedremo che essa oscilla sistematicamente fra subalternità e negazione. A seconda delle situazioni e anche dentro la stessa situazione.

E infatti si arriva al paradosso (Asor Rosa) per il quale la somma degli antagonismi territoriali dovrebbe partorire il massimo del centralismo a difesa del paesaggio. Se nessuno se ne fosse accorto, Monticchiello è anche questo!

Così la partecipazione è solo ciò che è amplificato dai (e specchiato nei) media e nella rete. A prescindere dal senso e dal verso. Mentre ciò che non riesce a "bucare" i media, e a stare in rete, non esiste e perciò non è partecipazione.

Ciò che è sul territorio e costruisce, collettivamente quanto silenziosamente, pratiche collettive e alternative con (e per) gli ultimi (viventi umani e non) non dà spettacolo, non sta in rete e dunque non esiste: non è partecipazione, non è interessante, né per i radicali né per gli antagonisti. Eppure: che cosa sarebbero diventate le politiche sociali e di salvaguardia ambientale oggi, senza il volontariato che si "sporca le mani" con le amministrazioni?

Ritrovare il senso (e il verso) di un nuovo agire collettivo, se e in quanto interessi, ha un prius! Reincontrare lo studio (anche individuale) e l´approfondimento (che non ha né i tempi dei media né quelli della rete). L´elaborazione collettiva di progetti che sappiano tenere insieme l´orizzonte della sostenibilità (sociale e ambientale) e le pratiche quotidiane che non ignorano il contesto preciso e hanno coordinate altrettanto precise.

Queste coordinate sono la democrazia e il mercato. La democrazia, che pretende la riconoscibilità di ciò che è maggioranza e di ciò che è minoranza parimenti alla capacità di sopportare il dissenso; e il mercato, che non è popolato solo da soggetti privati.
Enucleare e isolare, sistematicamente, una parte dal tutto (sinèddoche), o sovrapporre l´orizzonte al contesto, può fare (e lo fa) spettacolo, e può avere (e li ha) i titoli di giornale ma... storicamente, si definisce come falsa coscienza. Buona per fiammate radicali e/o antagoniste, pessima per qualsiasi alternativa socialmente e ambientalmente e sostenibile.